baldoni

Lo hanno ucciso. Gli hanno risparmiato la decapitazione, ma il succo non cambia: avevano promesso di uccidere Baldoni dopo 48 ore e l’hanno fatto.

La notizia è stata ovviamente riportata da tutti i media con gran consumo di cordoglio (che ormai è diventato come l’olio: sempre disponibile e di pronto consumo) e parole.

Stamattina, dopo la lettura di quei tre/quattro quotidiani online che leggo abitualmente, scelti per orientamento politico rappresentativo delle tre correnti principali, vado a leggere free.it.enkey.

Il newsgroup in oggetto dovrebbe essere dedicato alla comunità eMule italiana, anche se in realtà dilaga in OT di ogni tipo: messaggi a sfondo politico, cronache e quant’altro.

Fa da leone la morte del freelancer italiano: si analizzano, in modo più o meno pacato e civile, i motivi che lo hanno spinto lì e le reazioni alla sua morte. Mi colpisce un messaggio di un lettore che si dice indignato della prima pagina di Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri.

Devo vederlo: apro un attimo il sito web del giornale (che ho nei preferiti insieme a Repubblica, Corriere, Unità e PuntoInformatico sotto la cartella “Notizie”, ma che leggo poco perché da solo la possibilità di leggere una versione ridotta degli articoli) e apro l’immagine della prima pagina.

“Colpo in testa a Baldoni: i terroristi islamici uccidono il giornalista italiano che cercava brividi in Iraq” e poi in rettangolo verde “I rapitori non hanno esitato a sparagli anche se era amico loro e antiberlusconiano”.

Devo aver letto male: rileggo. Esito. E alla fine resto stordito: “anche se era amico loro”. Oddio, ma hanno capito cos’hanno scritto? Non parto subito a commentare: prendo il pezzo ridotto dell’articolo di Renato Farina, a corredo del titolone e leggo “Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato.”

Un distillato di integralismo, di fanatismo politico e religioso che speravo avesse smesso di attanagliare anche l’Italia.

Mi viene il mente un racconto di Roberto Vacca: “Dog-ma-tìc”, pubblicato nel suo libro “Comunicare Come”. La sensazione che mi ha trasmesso quel racconto è dannatamente simile a quella di quelle 3 misere righe: con la differenza che queste ultime sono state scritte per descrivere un fatto reale, non di fantasia.

Penso ai familiari del giornalista: il dolore maschererà la necessità morale di querelare questi imbecilli? Dare dell’ “amico loro” al marito, al padre, offende e porta nocumento alla sua memoria: la querela ci sta tutta.

Caso voglia che qualcuno di “Libero” dovesse trovarsi a leggermi: non potete querelarmi, sapete? E’ sancito per legge che posso darvi dell’ “imbecille” in rispetto alla libertà di parola. Lo ha fatto, regolarmente, Emilio Fede contro Nanni Moretti, lo faccio io contro voialtri.
Quel rettangolino verde è una drammatica offesa alla dignità umana, al giornalismo, alla cronaca, all’etica professionale, al buon gusto e allo stesso credo politico della destra liberale (quella di Montanelli, per capirci).

Io, da rappresentante di una sinistra moderata, mi interrogo oggi sulla destra che rappresenta un giornale come Libero.

Che destra è? Non sicuramente la destra liberale: non ne ha stile, laicità, ideologie. Una destra clericale? Perché no: il fanatismo religioso che permea i loro scritto sarebbe adatto. Ma in fondo anche una destra clericale ha ancora quel minimo di considerazione (non voglio allargarmi a definirla rispetto) per i propri avversari politici e umani.

Allora deve essere destra sociale, di quella peggiore. La destra che sobilla, istiga, denigra, offende.

L’articolo di Renato Farina (nome e cognome, prego) cita “voci”, “dicerie” (sicuramente vere perché rivelate da un’apparizione mistica), tutte non confermate e non dimostrate ma millantate per vere con abilità e quindi prima di tutto con scorrettezza professionale, offendendo gratuitamente il movimento NoGlobal (che di suo è eterogeneo e per nulla formato solamente da giovani della sinistra, men che mai oltranzista).

Proprio la situazione che Roberto Vacca descrive nel suo “Comunicare Come” da cui ho imparato a diffidare chi cita fatti e numeri con aria di sicurezza.

Abbiamo quindi un signore che “riconosce fatti e notizie”: riconosce quindi che io sono un amico fraterno dei terroristi perché (e solo) sono un moderato di sinistra. Se andassi a lezione da lui imparerei a riconoscere nei moderati di destra i sostenitori della P2 e della strage di Piazza Fontana, alla corte di Licio Gelli, l’ispiratore. Non sarei nel torto perché userei lo stesso perfetto metro di Libero.

Montanelli aveva paura (da esponente storico della Destra) di questa destra. Votava sinistra e veniva rimproverato da alcuni lettori e suoi estimatori, a cui rispondeva “…questo governo ha portato l’Italia in Europa, mettendola così al riparo dai pericoli più gravi; anche se non ha migliorato, non ha sicuramente peggiorato la situazione economica; e mi ha lasciato tutte le libertà di cui già godevo. Del suo antagonista io conosco soltanto le parole, e di chi parla molto io diffido sempre altrettanto.”

Dette da Montanelli sono parole di granito.

Possibile che debba avere, a 23 anni, già dei rimpianti sulla Prima Repubblica? Non dico che c’era osannazione reciproca, ma quel minimo di rispetto per l’avversario, di discrezione negli affari interni, c’era. C’era anche la corruzione, ma inutile negare che non ci sia anche oggi: con la differenza che oggi l’avversario lo si schernisce e lo si insulta gratuitamente. Si interpreta la democrazia secondo il paradigma “51 comandano su 49” con i 49 che devono solo stare zitti e subire.

Non è democrazia questa: è un lupo in veste di pecora. Quindi risponde ai requisiti della Destra Sociale più radicale, neofascista. Ecco, Libero è un giornale fascista. Punto. Allora posso permettermi di ripesare tutte le dichiarazioni e le esternazioni di quel giornale con l’unico rammarico che putroppo c’è chi gli va dietro, in orgia di decadimento morale e mentale.

In ultimo ho trovato su Google Gruppi un articolo, abbastanza datato, postato da un normalissimo lettore che esprime una sua breve considerazione che ho reputato decisamente interessante.

Ve lo riporto:

“Cultura di destra, se per destra si intende il rigurgito neofascista non ce n’è e non ce ne può essere. Quelli in buona fede che recitano lo slogan : dio, patria e famiglia non hanno profondità culturale alcuna e lo si vede bene oggi che quella destra è serva di un potere tutto basato sul denaro sporco e il sopruso.

Esiste una cultura liberale di destra, con alcuni grandi pensatori. Da noi ad esempio Luigi Einaudi definiva l’imposta sulle successioni dei grandi patrimoni “un baluardo di civiltà”. ma questa destra, se in Italia ci fosse ancora, sarebbe all’opposione, come Biagi e Montanelli.

Per la destra liberale i crimini commessi da Berlusconi sono gravissimi: l’abuso di posizione dominante, il gigantesco falso in bilancio, l’aver giurato il falso in tribunale, la corruzione dei pubblici ufficiali…

C’è poi una certa cultura cattolica, con pensatori e scrittori interessanti, ma si tratta quasi sempre di cattolici veri e quindi inesorabilmente di sinistra poiché il “dio denaro” non è roba buona per un vero cattolico. Se per sinistra si intendesse il comunismo bieco realizzatosi in mezzo mondo allora anche qui non c’è alcuna cultura, non c’è alcun autore di valore, niente di niente. L’URSS non ha prodotto niente di culturalmente valido in 70 anni di dittatura. I pochi autori validi sono quelli contro il regime.

Ed ecco trovata la spiegazione per il fatto che dai noi la cultura sia stata sempre di sinistra: il regime DC era inamovibile, appoggiato dagli USA, e quindi non poteva produrre che corruzione e malgoverno. Poiché i fascisti avevano gettato l’Italia nella disperazione e nel sangue e tutti lo ricordavano benissimo, non c’era altro spazio alla creatività che per un’opposizione a quel regime.”

E ora, per carità, lasciamo stare Baldoni e portiamogli giusto il rispetto che merita, senza enfatizzazioni da “salvatore della patria” o giochetti politici che lasciamo ad altri imbecilli. E’ stato un freelancer, un reporter di guerra appartenuto alla categoria di quelli che hanno reso al mondo il servigio di portare la luce sui fatti del Vietnam e tanti altri ancora.

Credo basti questo.

Articolo datato 2004.

stradaOgni tanto capitava. Capitava che al liceo la prof di italiano se ne uscisse con tracce per i compiti in classe assolutamente fuori da ogni standard. Era bello quando accadeva ed era ancora meglio se la traccia era solo un pretesto per poterti divertire, scrivendo. Stamattina mi è venuta in mente questa traccia. Giusto quelle poche parole e basta: il resto fu lasciato alla nostra inventiva, con l’unico avviso di non superare le quattro pagine piene di testo, le buone vecchie 8 colonne. Mi è venuta voglia di riscrivere quel tema, magari non esatto fino all’ultima parola, ma preservandone concetti e spirito.

Una strada che si perde nell’infinito. E’ strano ritrovarvisi, una strada familiare: completamente deserta e senza curve. Mi volto e la vedo sparire all’orizzonte, guardo avanti e sparisce nella foschia di un alba fredda, senza vento. Non posso nascondermi dal senso di inquietudine che provo, non è normale. Cammino eppure la strada sembra scorrermi sotto: avanzo, ma molto più lentamente di quanto dovrei. Non capisco ancora se devo agitarmi o no, ma so che quella situazione mi stanca: avrò percorso due isolati e mi sembra d’aver traversato una città.

Fortuna o sfortuna quella situazione è destinata a durare poco: d’improvviso tutto sussulta, è la terra che si risveglia e mi offre il primo vero riferimento in quella strada di monotorietà. La strada si affossa in silenzio, come se si inchinasse a qualcuno, e sprofonda, creando una voragine perfetta, dalla forma vagamente ovale e con l’asfalto spalmato in essa, senza fratture. La situazione per quanto assurda era ancora calma, nessun rumore.

Non è che ho molto da fare a questo punto: la strada davanti è interrotta, tornare indietro mi pare inutile. Sono stanco, dannatamente stanco, e decido di sedermi un pò sul ciglio della strada, tanto in quella solitudine nessuno se l’avrà a male. Ma la calma comincia ad incrinarsi: si alza un vento quasi dotato di propria volontà, quella di congelarmi sul posto, tant’è freddo e pungente. E la strada risponde a questa specie di richiamo con un vagito grave. L’asfalto decide di aver fatto anche troppo e cede alle tensioni: si spacca e si crepa ovunque. La voragine perde il suo fondo, precipitato chissà dove. Ho appena il tempo di capire che avrei fatto meglio ad allontanarmi di gran carriera che dal fondo della fossa, senza più pavimento, emerge un occhio. Solo ed enome. Ecco, ora è decisamente meglio scappare, la cosa non quadra, non può quadrare.

L’Occhio guarda per qualche secondo l’azzurro tenue del cielo pennellato di cirri…e poi decide che di quello spettacolo s’è saziato. Si tuffa nel vuoto da cui era venuto, ma orrore! La strada lo segue. Le case lo seguono. L’aria, il cielo, il vento, la foschia, tutto nella voragine. Ogni cosa ne arriva ai bordi, si torce come fatta d’argilla, s’affina e poi sparisce. Correre? E a che serve se la strada corre più di me? Non ci vuole tanto prima che arrivi il mio turno. La sensazione non è contemplata in nessun vocabolario, ma mi basta sapere che spero, supplico di svenire: una grazia che non mi viene concessa. E come se qualcuno mi stesse strappando le carni a strati divertendosi a polverizzarmi le ossa. Vorrei scappare. Ma non ho gambe. Gridare, ma non ho voce. Sperare, senza averne fede. Sento il tempo che impietoso rallenta, invece di correre via e liberarmi, come finisca finisca, da questo supplizio. Ma non sono condannato a questa ruota per l’eternità, qualcosa s’è mosso a pietà.

Mi ritrovo a galleggiare a mezz’aria in qualcosa che mi sembra una grande sfera d’un blu notte uniforme. C’è una certa luce ma non capisco da dove venga: rispetto a quel che ho appena passato il posto mi rinfranca nelle carni e nello spirito, se non fosse per un colpo che prendo sulla nuca che vorrei capire chi mi ha dato, in quel vuoto.

“Ciao”. Ciao? Chi c’è? Ancora deve finire? “Non aver paura, non ce n’è motivo. Sono io, te.”Sento il più classico dei brividi correre lungo la schiena, mi volto di scatto e mi vedo. Un riflesso, perfetto come un riflesso, ma mi parla. Chi sei me l’hai detto, cosa vuoi? “Ora ti spiego. Sarò franco e diretto, non ho il lusso di perder tempo. Esistono una infinità di universi, sai? Ogni volta che ogni singola particella di un universo si trova a dover scegliere se andare da una parte o dall’altra, l’intero cosmo si sdoppia, per completarne le possibilità. In questo modo esiste una realtà per ogni fatto o avvenimento che sia possibile o no immaginare. Il tuo particolare mondo ha deciso di comunicare col mio, il mio ha deciso di voler essere un osservatore degli altri. Non posso in alcun modo agire sui vari mondi, e al di fuori delle mie possibilità. Eppure il tuo mondo ha deciso di voler interagire col mio. E mi ha mandato te.”

Ecco, il dolore mi ha fatto diventare pazzo. Ora ne esce con qualche cosa tipo salvare tutte le realtà o cose simili e prima di domani mi ritroverò incatenato su un lettino di psichiatria. “Calmati, prima di tutto non so quale sequenza di eventi ti ha mandato qui. E tantomeno ne conosco lo scopo. Sei qui per un caso fortunato, solo perchè era programmato che dovessi, in un momento della tua vita, finirci. Ma visto che alla fine sei arrivato, lascia che ti faccia vedere come vanno le cose da noi, non sarà quantomeno una visita a vuoto. Prima di tutto alcune sequenze di eventi sono comuni alle nostre due realtà. Altrimenti uno fra me e te non sarebbe nato. Abbiamo di diverso alcune leggi fisiche, i wormhole che ci permettono di osservare alcuni degli infiniti universi e la relatività del tempo. Per voi il tempo è uno solo: la nostra dimensione di riferimento è un iper-tempo, un tempo biologico che non possiamo controllare. Mentre possiamo muoverci a piacimento nel tempo meccanico, quello che segna il tuo orologio e che nel tuo mondo si sovrappone al tempo biologico. Possiamo andare avanti e indietro ma indefferibilmente invecchiamo e moriamo come tutti in ogni universo finora osservato.”

E va bene, se davvero sono qui per una sorta di tour turistico premio per aver vinto alla lotteria del destino, tanto vale fermarsi un attimo e goderselo. Perlomeno so che non sono finito a parlare col Padreterno in persona…e dire che l’avevo pensato all’inizio, che buffo. “Già, non parli col Padreterno. E’ un vostro retaggio, fra l’altro. Esistono miliardi di variazioni al vostro mondo che non prevedono questo concetto o che l’hanno risolto individuando Dio nei propri pensieri e nelle proprie azioni.” Bene! Allora almeno un universo dove la gente si è seduta e si messa a ragionare esiste! Questo in qualche modo risolleva la considerazione che avevo della razza umana! “Sbagli. Esistono centinaia di miliardi di mondi che si sono estinti nel periodo compreso fra il vostro 1945 e 1989. Olocausto nucleare. Tantissimi altri che si estingueranno nei prossimi decenni con armi biologiche o altre diavolerie. Qualcuno sparirà fra qualche secolo perchè una qualche brillante mente troverà come usare l’antimateria in ambito militare. Non è un bel vedere. Tantomeno è un bel vedere di quelle realtà dove un qualche regime teocratico si è imposto o si imporrà a livello planetario dettando legge in ogni ambito delle cose.”

Confusione, a cos’altro potevo pensare. Allora è tutto un gioco di fortuna o probabilità? “No. Il libero aribitrio regna da voi come qui e come altrove. Ma ogni volta che decidi A invece di B crei un universo in cui hai deciso B. Così alla fine ogni possibilità si esaurisce.” Quindi potrei essere stato creato dal pensiero di qualcuno di qualche altro universo? “Ecco una domanda a cui non sappiamo rispondere. Ogni volta che un cosmo si sdoppia, raddoppia anche la sua storia e ci rende impossibile capire chi è venuto prima e chi dopo.” Praticamente il vero dilemma è il vecchio solito giochetto dell’uovo e della gallina. Bhe ci può stare. Un momento: e del mio di mondo che mi dici? Hai detto che puoi andare avanti e indietro come vuoi, no? “Si, ma non posso proprio dire nulla sul tuo mondo. Influenzerei il tuo libero arbitrio, creando chissà quanti bizzarri universi ancora. Nella stragrande maggioranza dei casi due universi si distinguono solo perchè un elettrone ha deciso di spararsi a destra invece che a sinistra. E basta. Quelli che ti ho elencato sono solo i ricercatissimi casi limite. Lascia che te ne mostri alcuni.”

D’improvviso la luce aumenta e sulla superficie della sfera appaiono tanti schermi. Sembra di stare in uno studio televisivo. Non mi basterebbe una vita a descrivere quel che ho visto in quegli schermi, gli orrori e le gioie che il genere umano può creare. Me ne stavo rapito dalla visione quando l’altro, compiaciuto come una mamma col bimbo il primo giorno di scuola, mi fa notare d’aver visto abbastanza. Sarei facilmente impazzito, stavolta sul serio, se avessi proseguito la visione. “Dai, è ora di tornare al tuo mondo. Quello che hai visto qua basterebbe a riempire tante vite e ne abbiamo una sola. Rallegrati però, l’unico modo per farti uscire e ripercorrere la via che hai fatto per entrare, quindi potrai essere fiero di essere, a tutt’oggi, l’unico del tuo cosmo ad aver fatto un viaggio nel tempo. Torniamo al momento in cui sei arrivato e nello stesso istante in cui sei arrivato qui ti rituffi nella stringa che t’ha fatto passare lo Stige. Arriverai di là in un attimo, senza patire.”
Peccato, ma forse è meglio fare come dice. Già mi sento la testa scoppiare e farei volentieri fuori un blister di aspirine. “Ci siamo.” Già fatto? E questo è tutto il viaggiare nel tempo? “Eheh, si. Curioso no? Ecco, appena arrivi lanciati. Stammi bene, e buona fortuna. Cinque, quattro, tre, due, uno, ora.” Ora? Ecco, lo spazio sembra avvitarsi lì davanti…ora, si scuce ed eccomi! Ok ora devo tuffarmi, com’è stretto però a passare in due, accidenti. Mentre mi tuffo sento solo una botta al gomito, poverino, me la sono dato io il colpo alla nuca quando sono arrivato. Paradossi del viaggiare nel tempo, forse è davvero meglio che resti prerogativa di quest’universo.

Mi riprendo in mezzo alla strada, tanta gente intorno. Non capisco bene cosa succede: solo luci, sirene, gente che urla e piange. Eh si, devo aver fatto scalpore a comparire dal nulla in mezzo ad una strada. Poi l’ospedale, il gomito che fa male, mi sento la testa pulsare. Sono stato investito, ma prima o dopo la visita dall’altro me stesso? Vallo a capire. Sono passati 10 giorni e le idee si stanno schiarendo. Non ricordo ancora molto di quanto accaduto ma stando a quel che mi hanno detto ero uscito per una piccola commissione e il solito pirata della strada per evitare un fosso mi aveva preso in pieno: frattura del gomito sinistro e una bella (insomma) commozione celebrale.

Ora sto meglio, ma stamattina, lavandomi i denti, ho preso a pensare. La meccanica quantistica è una realtà ormai consolidata, la possibiltà che esistano universi paralleli ha una qualche probabilità scientifica di esser vera. E mi sono così sopreso a dedicare cinque minuti ai tanti me stesso che forse esistevano: a quello che aveva salvato il mondo, a quello che l’aveva distrutto, a quello che non era mai nato e a quello che era appena diventato papà…e infine a quello dell’universo accanto, che magari era andato cinque minuti al bar, a prendersi un caffè.

uaarE’ giusto premettere che sono un ateo razionalista anticlericale, lo sono da quando avevo 12 anni e lo sono sempre più oggi che ne ho 23. Mi è stato imposto il battesimo, una barbarie di un sistema sociale tradizionale, e ho subito la prima comunione come tutti i bambini di 10 anni lontani dall’età non dico neanche della ragione, ma della critica delle cose. E devo premettere che sono fiero di essere scampato agli “obblighi” cresimali, dopo una aspra battaglia in casa con mia madre, battaglia che pur è zucchero al confronto con quella che vivo attualmente per ottenere ciò che andrò a scrivere a breve.

Esiste in Italia e in Europa una organizzazione no-profit, l’ UAAR, acronimo di Unione Atei Agnostici Razionalisti, con un Comitato di Presidenza degno di ogni rispetto, fra cui sono a me cari Margherita Hack e Sergio Staino (la nota astronoma e il creatore di “Bobo”). E’ un’organizzazione di cui i media si disinteressano completamente, sebbene sia un faro per la comunità crescente di Atei in Italia, e che sta portando avanti una serie di battaglie in nome della laicità dello Stato Italiano e della liberta’ di non volere una religione.

Oggi voglio promuovere la battaglia per lo sbattezzo, ovvero della battaglia per poter uscire definitivamente dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Promuovere la battaglia, insomma, per potersi finalmente sentire non più cattolici non solo nel pensare e nel vivere, ma anche nella documentazione e nei fatti storici.

Se siete arrivati fin qui forse avete interesse all’argomento.

E’ possibile essere sbattezzati ed è anche giusto, se volete essere coerenti col vostro credo (ai religiosi all’ascolto: un ateo crede e ha fede con fervore anche maggiore di molti “credenti”… crede e ha fede nel sistema sociale, nel quieto vivere, nel rispetto e nella tolleranza, nella solidarietà, nell’uomo come fautore del proprio destino. Non credere in un ente metafisico rende i nostri principi secondari ai vostri?).

Ma, lo sappiamo, viviamo in una rete complessa di relazioni sociali e ci confrontiamo con tante persone, alcune non proprio onorevoli per ampiezza di vedute.

Scrivo la mia storia con lo sbattezzo, le difese della famiglia, le incomprensioni e i contrasti.

Tutto comincia intorno ai miei 12 anni: Napoli, famiglia con padre cristiano così per modo di dire, madre fervente cattolica praticante, altri 2 fratelli più piccoli di me.

Mi presento un bel giorno da mammà: “Ma’, senti, c’è una cosa…io a Dio non ci credo, non ho motivi per crederci. La stessa idea che si possa credere che esiste mi da fastidio. Non mettere speranze per la mia cresima, non mi cresimo e non voglio sentirne più di Chiesa.”

La guerra. Astonished, stunned. L’inglese a volte rende meglio dell’italiano…

Prima il rifiuto secco all’idea che ciò potesse accadere. Un figlio ateo. A 12 anni. La peste bubbonica vissuta come un raffreddore, al confronto.

Si parla, a lungo, anche per ore: perchè? cosa mai era accaduto? o meglio…CHI MI AVEVA MESSO IN TESTA QUELLE COSE, che è peggio ancora perchè umilia la capacità di pensare e criticare di un ragazzino, una capacità magari ancora immatura ma già autonoma. La volontà di volermi portare a parlare col parroco di paese, presto. Forse il cancro si poteva ancora estirpare. Il rifiuto di mio padre alla “terapia”: il coraggio del rispetto.

Poi la fase di metabolizzazione e una lenta rassegnazione. Eppure per qualche anno quando si parlava della cosa c’era sempre un puntino malcelato di risentimento.

Ma la prima battaglia l’avevo vinta io.

O no? In fondo mia madre s’era creata un’ancora. Crollasse il mondo, restavo cattolico. M’avevano battezzato, ovvero m’avevano fatto fare un bagnetto fuori programma in acqua fredda e forse non limpidissima quando appena distinguevo la luce dal buio. Questo era per me il battesimo. Ma per mammà resta la prova tangibile che sono cattolico, che mi hanno dato qualcosa che se chiedo dov’è nessuno sa cos’è. Un legame forse, forse un momento investito di una enorme carica sociale…e poi spirituale.

Solo che a 20 anni decido che è momento di scrollarmi da dosso anche l’etichetta di cattolico di nome e non di fatto che mio padre si porta appresso con gloriosa indifferenza. Dice lui “Se qualcosa non esiste, avversandola forse non ammetti che esiste? Io la ignoro.”

Nel frattempo avevo ottenuto una mia personale vittoria: Concorso Distrettuale di Composizione Scritta/Grafica XXIV Distretto Napoli. Etichetta del Concorso: Tertio Millennio Adveniente: Uomo e Fede. Un invito a nozze, un compitone da 13 pagine scritte di getto in 6 ore e neanche ricopiate in bella copia (la brutta era perfetta, andava benissimo). Medaglia d’argento, con un compito che mi sarebbe valsa la pira nel periodo dell’Inquisizione. Mia madre invitata alla consegna della medaglia. Permettetemi, ci ho goduto ferocemente. Forse a quella cerimonia ho compreso, ho capito e ho deciso che dovevo uscire dalla chiesa, qualunque essa fosse. Perle di saggezza in un universo monadistico, gocce nel mare in un mondo sociale.

E si, potevo ignorarla tutta la faccenda, come dice il vecchio. MA! Cavolo, vivo in un mondo sociale! E’ l’etichetta che avverso! La brillante soluzione e’ papà non faceva al caso mio.
E gira gira su Google…”uscire dalla chiesa”, “cancellarsi dalla chiesa” “religione cattolica abiurare” e non so quanti altri…

Poi si accende la lampadina sul sito dell’UAAR: sbattezzo. Mmm soluzione radicale, ma adatta. Certo c’è da penare a livello burocratico, fra vescovato e parroci le resistenze sono molte…ma volendo si può fare. Si! Ho la scappatoia. Mi devo tenere il fatto storico del battesimo, e’ vero: bhe di bagnetti ne avrò fatti tanti da piccolo, uno più uno meno.

Tu quoque, Brute, fili mi?

La faccia di Cesare credo potesse sovrapporsi a quella di mammà. Pugnalata alle spalle. Ventun anni. Altro che ateo! Questo addirittura vuole sbattezzarsi!
Quest’ultimo capitolo e’ ancora sospeso. La battaglia finale la sapevo dura e dura l’ho trovata. Sono due anni che si lotta: ma lo sbattezzo ancora non lo concepisce.
Le sue difese (a prescindere dallo spero incosciente ricatto affettivo che ha posto…è sicuramente incosciente, non posso neanche immaginare la messa in atto volontaria di un abominio simile): prima di tutto rinunciare al battesimo significa tagliare quel qualcosa. Poi sembra un gesto irrispettoso verso l’atto che lei ha scelto (leggi: imposto) per me. Neanche scegliessi di morire o smettessi di esserle figlio o di volergli il bene di questo mondo. E giustamente noto quanto sia rispettoso verso la mia dignità e verso il mio amor proprio NON procedere alla cosa (velata ironia).

Questa è la cosa che devo farle capire e che ognuno dovrebbe far capire alla famiglia contraria: io resto, sto qua, sono quello di ieri con le stesse gioie e dolori di sempre…e vi voglio bene come sempre. Ma rispettatemi, comprendetemi. Non sto bene a pensare di essere nei fatti ancora un cattolico, non sono contento a pensarmi così.

Ha passato i 50 anni ed è di origini semplici, con una radicata tradizione popolare. Quel cattolicesimo appena velato da una pennellata di tarantismo, di esoterismo. Quel mix unico partenopeo a cui forse è ancora più difficile scappare, perchè lo respiri e ne mangi tutti i giorni. Quando mi confronto con lei non posso fare a meno di considerare queste cose, sarebbe ingiusto e sleale.

Fatti foste per viver come uomini, non come bestie immonde.

E’ come se perdessi l’anima, a sbattezzarmi. Scatola vuota senza spirito, senza quella scintilla di inspiegabile che ci fa unici.
Forse dovrò, a breve, decidermi a giocare un pò più soft. Stesso risultato, termini diversi.
Abbiamo scritto e letto che non si può cancellare il fatto storico del battesimo. Forse potrò usare questo elemento a mio favore, interpretando la faccenda nel suo aspetto linearizzato: volontà di uscire dalla chiesa.

D’altronde se non voglio aspettare la morte di un mio genitore per esprimere al mondo la forza delle mie convinzioni, devo fare questo. Spiegare che in definitiva io faccio registrare di non voler esser cattolico, ma che in caso di pentimento (sic!) l’amorosa chiesa (sic!) è pronta ad accogliermi di nuovo. Il figliol prodigo insegna, no? La parola battesimo farò bene a non pronunciarla neanche. Il battesimo le resta, il fatto le resta ed è giusto così. Ma resta anche la mia volontà.

E’ una pianificazione ancora acerba, ma forse vincente (ndA: è risultata vincente, ma solo nel 2008).

E’ giusto sbattezzarsi? Si, quanto essere onesti con se stessi. Ma preparatevi, il gioco può essere duro, fare e farvi male.

Ma alla fine sono sicuro che ne varrà la pena.

Articolo originale del 2004.