uaarE’ giusto premettere che sono un ateo razionalista anticlericale, lo sono da quando avevo 12 anni e lo sono sempre più oggi che ne ho 23. Mi è stato imposto il battesimo, una barbarie di un sistema sociale tradizionale, e ho subito la prima comunione come tutti i bambini di 10 anni lontani dall’età non dico neanche della ragione, ma della critica delle cose. E devo premettere che sono fiero di essere scampato agli “obblighi” cresimali, dopo una aspra battaglia in casa con mia madre, battaglia che pur è zucchero al confronto con quella che vivo attualmente per ottenere ciò che andrò a scrivere a breve.

Esiste in Italia e in Europa una organizzazione no-profit, l’ UAAR, acronimo di Unione Atei Agnostici Razionalisti, con un Comitato di Presidenza degno di ogni rispetto, fra cui sono a me cari Margherita Hack e Sergio Staino (la nota astronoma e il creatore di “Bobo”). E’ un’organizzazione di cui i media si disinteressano completamente, sebbene sia un faro per la comunità crescente di Atei in Italia, e che sta portando avanti una serie di battaglie in nome della laicità dello Stato Italiano e della liberta’ di non volere una religione.

Oggi voglio promuovere la battaglia per lo sbattezzo, ovvero della battaglia per poter uscire definitivamente dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Promuovere la battaglia, insomma, per potersi finalmente sentire non più cattolici non solo nel pensare e nel vivere, ma anche nella documentazione e nei fatti storici.

Se siete arrivati fin qui forse avete interesse all’argomento.

E’ possibile essere sbattezzati ed è anche giusto, se volete essere coerenti col vostro credo (ai religiosi all’ascolto: un ateo crede e ha fede con fervore anche maggiore di molti “credenti”… crede e ha fede nel sistema sociale, nel quieto vivere, nel rispetto e nella tolleranza, nella solidarietà, nell’uomo come fautore del proprio destino. Non credere in un ente metafisico rende i nostri principi secondari ai vostri?).

Ma, lo sappiamo, viviamo in una rete complessa di relazioni sociali e ci confrontiamo con tante persone, alcune non proprio onorevoli per ampiezza di vedute.

Scrivo la mia storia con lo sbattezzo, le difese della famiglia, le incomprensioni e i contrasti.

Tutto comincia intorno ai miei 12 anni: Napoli, famiglia con padre cristiano così per modo di dire, madre fervente cattolica praticante, altri 2 fratelli più piccoli di me.

Mi presento un bel giorno da mammà: “Ma’, senti, c’è una cosa…io a Dio non ci credo, non ho motivi per crederci. La stessa idea che si possa credere che esiste mi da fastidio. Non mettere speranze per la mia cresima, non mi cresimo e non voglio sentirne più di Chiesa.”

La guerra. Astonished, stunned. L’inglese a volte rende meglio dell’italiano…

Prima il rifiuto secco all’idea che ciò potesse accadere. Un figlio ateo. A 12 anni. La peste bubbonica vissuta come un raffreddore, al confronto.

Si parla, a lungo, anche per ore: perchè? cosa mai era accaduto? o meglio…CHI MI AVEVA MESSO IN TESTA QUELLE COSE, che è peggio ancora perchè umilia la capacità di pensare e criticare di un ragazzino, una capacità magari ancora immatura ma già autonoma. La volontà di volermi portare a parlare col parroco di paese, presto. Forse il cancro si poteva ancora estirpare. Il rifiuto di mio padre alla “terapia”: il coraggio del rispetto.

Poi la fase di metabolizzazione e una lenta rassegnazione. Eppure per qualche anno quando si parlava della cosa c’era sempre un puntino malcelato di risentimento.

Ma la prima battaglia l’avevo vinta io.

O no? In fondo mia madre s’era creata un’ancora. Crollasse il mondo, restavo cattolico. M’avevano battezzato, ovvero m’avevano fatto fare un bagnetto fuori programma in acqua fredda e forse non limpidissima quando appena distinguevo la luce dal buio. Questo era per me il battesimo. Ma per mammà resta la prova tangibile che sono cattolico, che mi hanno dato qualcosa che se chiedo dov’è nessuno sa cos’è. Un legame forse, forse un momento investito di una enorme carica sociale…e poi spirituale.

Solo che a 20 anni decido che è momento di scrollarmi da dosso anche l’etichetta di cattolico di nome e non di fatto che mio padre si porta appresso con gloriosa indifferenza. Dice lui “Se qualcosa non esiste, avversandola forse non ammetti che esiste? Io la ignoro.”

Nel frattempo avevo ottenuto una mia personale vittoria: Concorso Distrettuale di Composizione Scritta/Grafica XXIV Distretto Napoli. Etichetta del Concorso: Tertio Millennio Adveniente: Uomo e Fede. Un invito a nozze, un compitone da 13 pagine scritte di getto in 6 ore e neanche ricopiate in bella copia (la brutta era perfetta, andava benissimo). Medaglia d’argento, con un compito che mi sarebbe valsa la pira nel periodo dell’Inquisizione. Mia madre invitata alla consegna della medaglia. Permettetemi, ci ho goduto ferocemente. Forse a quella cerimonia ho compreso, ho capito e ho deciso che dovevo uscire dalla chiesa, qualunque essa fosse. Perle di saggezza in un universo monadistico, gocce nel mare in un mondo sociale.

E si, potevo ignorarla tutta la faccenda, come dice il vecchio. MA! Cavolo, vivo in un mondo sociale! E’ l’etichetta che avverso! La brillante soluzione e’ papà non faceva al caso mio.
E gira gira su Google…”uscire dalla chiesa”, “cancellarsi dalla chiesa” “religione cattolica abiurare” e non so quanti altri…

Poi si accende la lampadina sul sito dell’UAAR: sbattezzo. Mmm soluzione radicale, ma adatta. Certo c’è da penare a livello burocratico, fra vescovato e parroci le resistenze sono molte…ma volendo si può fare. Si! Ho la scappatoia. Mi devo tenere il fatto storico del battesimo, e’ vero: bhe di bagnetti ne avrò fatti tanti da piccolo, uno più uno meno.

Tu quoque, Brute, fili mi?

La faccia di Cesare credo potesse sovrapporsi a quella di mammà. Pugnalata alle spalle. Ventun anni. Altro che ateo! Questo addirittura vuole sbattezzarsi!
Quest’ultimo capitolo e’ ancora sospeso. La battaglia finale la sapevo dura e dura l’ho trovata. Sono due anni che si lotta: ma lo sbattezzo ancora non lo concepisce.
Le sue difese (a prescindere dallo spero incosciente ricatto affettivo che ha posto…è sicuramente incosciente, non posso neanche immaginare la messa in atto volontaria di un abominio simile): prima di tutto rinunciare al battesimo significa tagliare quel qualcosa. Poi sembra un gesto irrispettoso verso l’atto che lei ha scelto (leggi: imposto) per me. Neanche scegliessi di morire o smettessi di esserle figlio o di volergli il bene di questo mondo. E giustamente noto quanto sia rispettoso verso la mia dignità e verso il mio amor proprio NON procedere alla cosa (velata ironia).

Questa è la cosa che devo farle capire e che ognuno dovrebbe far capire alla famiglia contraria: io resto, sto qua, sono quello di ieri con le stesse gioie e dolori di sempre…e vi voglio bene come sempre. Ma rispettatemi, comprendetemi. Non sto bene a pensare di essere nei fatti ancora un cattolico, non sono contento a pensarmi così.

Ha passato i 50 anni ed è di origini semplici, con una radicata tradizione popolare. Quel cattolicesimo appena velato da una pennellata di tarantismo, di esoterismo. Quel mix unico partenopeo a cui forse è ancora più difficile scappare, perchè lo respiri e ne mangi tutti i giorni. Quando mi confronto con lei non posso fare a meno di considerare queste cose, sarebbe ingiusto e sleale.

Fatti foste per viver come uomini, non come bestie immonde.

E’ come se perdessi l’anima, a sbattezzarmi. Scatola vuota senza spirito, senza quella scintilla di inspiegabile che ci fa unici.
Forse dovrò, a breve, decidermi a giocare un pò più soft. Stesso risultato, termini diversi.
Abbiamo scritto e letto che non si può cancellare il fatto storico del battesimo. Forse potrò usare questo elemento a mio favore, interpretando la faccenda nel suo aspetto linearizzato: volontà di uscire dalla chiesa.

D’altronde se non voglio aspettare la morte di un mio genitore per esprimere al mondo la forza delle mie convinzioni, devo fare questo. Spiegare che in definitiva io faccio registrare di non voler esser cattolico, ma che in caso di pentimento (sic!) l’amorosa chiesa (sic!) è pronta ad accogliermi di nuovo. Il figliol prodigo insegna, no? La parola battesimo farò bene a non pronunciarla neanche. Il battesimo le resta, il fatto le resta ed è giusto così. Ma resta anche la mia volontà.

E’ una pianificazione ancora acerba, ma forse vincente (ndA: è risultata vincente, ma solo nel 2008).

E’ giusto sbattezzarsi? Si, quanto essere onesti con se stessi. Ma preparatevi, il gioco può essere duro, fare e farvi male.

Ma alla fine sono sicuro che ne varrà la pena.

Articolo originale del 2004.

Condividi l'articolo su:
  • Add to favorites
  • email
  • Print
  • Facebook
  • Diggita
  • Twitter
  • MySpace
  • Google Bookmarks
  • Live
  • Segnalo
  • Wikio IT
  • del.icio.us
  • Technorati
  • LinkedIn
  • Digg
  • Yahoo! Bookmarks
  • MSN Reporter
  • HealthRanker
  • Yahoo! Buzz
  • SphereIt
  • Tumblr
  • RSS
  • PDF