Ogni tanto capitava. Capitava che al liceo la prof di italiano se ne uscisse con tracce per i compiti in classe assolutamente fuori da ogni standard. Era bello quando accadeva ed era ancora meglio se la traccia era solo un pretesto per poterti divertire, scrivendo. Stamattina mi è venuta in mente questa traccia. Giusto quelle poche parole e basta: il resto fu lasciato alla nostra inventiva, con l’unico avviso di non superare le quattro pagine piene di testo, le buone vecchie 8 colonne. Mi è venuta voglia di riscrivere quel tema, magari non esatto fino all’ultima parola, ma preservandone concetti e spirito.
Una strada che si perde nell’infinito. E’ strano ritrovarvisi, una strada familiare: completamente deserta e senza curve. Mi volto e la vedo sparire all’orizzonte, guardo avanti e sparisce nella foschia di un alba fredda, senza vento. Non posso nascondermi dal senso di inquietudine che provo, non è normale. Cammino eppure la strada sembra scorrermi sotto: avanzo, ma molto più lentamente di quanto dovrei. Non capisco ancora se devo agitarmi o no, ma so che quella situazione mi stanca: avrò percorso due isolati e mi sembra d’aver traversato una città.
Fortuna o sfortuna quella situazione è destinata a durare poco: d’improvviso tutto sussulta, è la terra che si risveglia e mi offre il primo vero riferimento in quella strada di monotorietà. La strada si affossa in silenzio, come se si inchinasse a qualcuno, e sprofonda, creando una voragine perfetta, dalla forma vagamente ovale e con l’asfalto spalmato in essa, senza fratture. La situazione per quanto assurda era ancora calma, nessun rumore.
Non è che ho molto da fare a questo punto: la strada davanti è interrotta, tornare indietro mi pare inutile. Sono stanco, dannatamente stanco, e decido di sedermi un pò sul ciglio della strada, tanto in quella solitudine nessuno se l’avrà a male. Ma la calma comincia ad incrinarsi: si alza un vento quasi dotato di propria volontà, quella di congelarmi sul posto, tant’è freddo e pungente. E la strada risponde a questa specie di richiamo con un vagito grave. L’asfalto decide di aver fatto anche troppo e cede alle tensioni: si spacca e si crepa ovunque. La voragine perde il suo fondo, precipitato chissà dove. Ho appena il tempo di capire che avrei fatto meglio ad allontanarmi di gran carriera che dal fondo della fossa, senza più pavimento, emerge un occhio. Solo ed enome. Ecco, ora è decisamente meglio scappare, la cosa non quadra, non può quadrare.
L’Occhio guarda per qualche secondo l’azzurro tenue del cielo pennellato di cirri…e poi decide che di quello spettacolo s’è saziato. Si tuffa nel vuoto da cui era venuto, ma orrore! La strada lo segue. Le case lo seguono. L’aria, il cielo, il vento, la foschia, tutto nella voragine. Ogni cosa ne arriva ai bordi, si torce come fatta d’argilla, s’affina e poi sparisce. Correre? E a che serve se la strada corre più di me? Non ci vuole tanto prima che arrivi il mio turno. La sensazione non è contemplata in nessun vocabolario, ma mi basta sapere che spero, supplico di svenire: una grazia che non mi viene concessa. E come se qualcuno mi stesse strappando le carni a strati divertendosi a polverizzarmi le ossa. Vorrei scappare. Ma non ho gambe. Gridare, ma non ho voce. Sperare, senza averne fede. Sento il tempo che impietoso rallenta, invece di correre via e liberarmi, come finisca finisca, da questo supplizio. Ma non sono condannato a questa ruota per l’eternità, qualcosa s’è mosso a pietà.
Mi ritrovo a galleggiare a mezz’aria in qualcosa che mi sembra una grande sfera d’un blu notte uniforme. C’è una certa luce ma non capisco da dove venga: rispetto a quel che ho appena passato il posto mi rinfranca nelle carni e nello spirito, se non fosse per un colpo che prendo sulla nuca che vorrei capire chi mi ha dato, in quel vuoto.
“Ciao”. Ciao? Chi c’è? Ancora deve finire? “Non aver paura, non ce n’è motivo. Sono io, te.”Sento il più classico dei brividi correre lungo la schiena, mi volto di scatto e mi vedo. Un riflesso, perfetto come un riflesso, ma mi parla. Chi sei me l’hai detto, cosa vuoi? “Ora ti spiego. Sarò franco e diretto, non ho il lusso di perder tempo. Esistono una infinità di universi, sai? Ogni volta che ogni singola particella di un universo si trova a dover scegliere se andare da una parte o dall’altra, l’intero cosmo si sdoppia, per completarne le possibilità. In questo modo esiste una realtà per ogni fatto o avvenimento che sia possibile o no immaginare. Il tuo particolare mondo ha deciso di comunicare col mio, il mio ha deciso di voler essere un osservatore degli altri. Non posso in alcun modo agire sui vari mondi, e al di fuori delle mie possibilità. Eppure il tuo mondo ha deciso di voler interagire col mio. E mi ha mandato te.”
Ecco, il dolore mi ha fatto diventare pazzo. Ora ne esce con qualche cosa tipo salvare tutte le realtà o cose simili e prima di domani mi ritroverò incatenato su un lettino di psichiatria. “Calmati, prima di tutto non so quale sequenza di eventi ti ha mandato qui. E tantomeno ne conosco lo scopo. Sei qui per un caso fortunato, solo perchè era programmato che dovessi, in un momento della tua vita, finirci. Ma visto che alla fine sei arrivato, lascia che ti faccia vedere come vanno le cose da noi, non sarà quantomeno una visita a vuoto. Prima di tutto alcune sequenze di eventi sono comuni alle nostre due realtà. Altrimenti uno fra me e te non sarebbe nato. Abbiamo di diverso alcune leggi fisiche, i wormhole che ci permettono di osservare alcuni degli infiniti universi e la relatività del tempo. Per voi il tempo è uno solo: la nostra dimensione di riferimento è un iper-tempo, un tempo biologico che non possiamo controllare. Mentre possiamo muoverci a piacimento nel tempo meccanico, quello che segna il tuo orologio e che nel tuo mondo si sovrappone al tempo biologico. Possiamo andare avanti e indietro ma indefferibilmente invecchiamo e moriamo come tutti in ogni universo finora osservato.”
E va bene, se davvero sono qui per una sorta di tour turistico premio per aver vinto alla lotteria del destino, tanto vale fermarsi un attimo e goderselo. Perlomeno so che non sono finito a parlare col Padreterno in persona…e dire che l’avevo pensato all’inizio, che buffo. “Già, non parli col Padreterno. E’ un vostro retaggio, fra l’altro. Esistono miliardi di variazioni al vostro mondo che non prevedono questo concetto o che l’hanno risolto individuando Dio nei propri pensieri e nelle proprie azioni.” Bene! Allora almeno un universo dove la gente si è seduta e si messa a ragionare esiste! Questo in qualche modo risolleva la considerazione che avevo della razza umana! “Sbagli. Esistono centinaia di miliardi di mondi che si sono estinti nel periodo compreso fra il vostro 1945 e 1989. Olocausto nucleare. Tantissimi altri che si estingueranno nei prossimi decenni con armi biologiche o altre diavolerie. Qualcuno sparirà fra qualche secolo perchè una qualche brillante mente troverà come usare l’antimateria in ambito militare. Non è un bel vedere. Tantomeno è un bel vedere di quelle realtà dove un qualche regime teocratico si è imposto o si imporrà a livello planetario dettando legge in ogni ambito delle cose.”
Confusione, a cos’altro potevo pensare. Allora è tutto un gioco di fortuna o probabilità? “No. Il libero aribitrio regna da voi come qui e come altrove. Ma ogni volta che decidi A invece di B crei un universo in cui hai deciso B. Così alla fine ogni possibilità si esaurisce.” Quindi potrei essere stato creato dal pensiero di qualcuno di qualche altro universo? “Ecco una domanda a cui non sappiamo rispondere. Ogni volta che un cosmo si sdoppia, raddoppia anche la sua storia e ci rende impossibile capire chi è venuto prima e chi dopo.” Praticamente il vero dilemma è il vecchio solito giochetto dell’uovo e della gallina. Bhe ci può stare. Un momento: e del mio di mo
ndo che mi dici? Hai detto che puoi andare avanti e indietro come vuoi, no? “Si, ma non posso proprio dire nulla sul tuo mondo. Influenzerei il tuo libero arbitrio, creando chissà quanti bizzarri universi ancora. Nella stragrande maggioranza dei casi due universi si distinguono solo perchè un elettrone ha deciso di spararsi a destra invece che a sinistra. E basta. Quelli che ti ho elencato sono solo i ricercatissimi casi limite. Lascia che te ne mostri alcuni.”
D’improvviso la luce aumenta e sulla superficie della sfera appaiono tanti schermi. Sembra di stare in uno studio televisivo. Non mi basterebbe una vita a descrivere quel che ho visto in quegli schermi, gli orrori e le gioie che il genere umano può creare. Me ne stavo rapito dalla visione quando l’altro, compiaciuto come una mamma col bimbo il primo giorno di scuola, mi fa notare d’aver visto abbastanza. Sarei facilmente impazzito, stavolta sul serio, se avessi proseguito la visione. “Dai, è ora di tornare al tuo mondo. Quello che hai visto qua basterebbe a riempire tante vite e ne abbiamo una sola. Rallegrati però, l’unico modo per farti uscire e ripercorrere la via che hai fatto per entrare, quindi potrai essere fiero di essere, a tutt’oggi, l’unico del tuo cosmo ad aver fatto un viaggio nel tempo. Torniamo al momento in cui sei arrivato e nello stesso istante in cui sei arrivato qui ti rituffi nella stringa che t’ha fatto passare lo Stige. Arriverai di là in un attimo, senza patire.”
Peccato, ma forse è meglio fare come dice. Già mi sento la testa scoppiare e farei volentieri fuori un blister di aspirine. “Ci siamo.” Già fatto? E questo è tutto il viaggiare nel tempo? “Eheh, si. Curioso no? Ecco, appena arrivi lanciati. Stammi bene, e buona fortuna. Cinque, quattro, tre, due, uno, ora.” Ora? Ecco, lo spazio sembra avvitarsi lì davanti…ora, si scuce ed eccomi! Ok ora devo tuffarmi, com’è stretto però a passare in due, accidenti. Mentre mi tuffo sento solo una botta al gomito, poverino, me la sono dato io il colpo alla nuca quando sono arrivato. Paradossi del viaggiare nel tempo, forse è davvero meglio che resti prerogativa di quest’universo.
Mi riprendo in mezzo alla strada, tanta gente intorno. Non capisco bene cosa succede: solo luci, sirene, gente che urla e piange. Eh si, devo aver fatto scalpore a comparire dal nulla in mezzo ad una strada. Poi l’ospedale, il gomito che fa male, mi sento la testa pulsare. Sono stato investito, ma prima o dopo la visita dall’altro me stesso? Vallo a capire. Sono passati 10 giorni e le idee si stanno schiarendo. Non ricordo ancora molto di quanto accaduto ma stando a quel che mi hanno detto ero uscito per una piccola commissione e il solito pirata della strada per evitare un fosso mi aveva preso in pieno: frattura del gomito sinistro e una bella (insomma) commozione celebrale.
Ora sto meglio, ma stamattina, lavandomi i denti, ho preso a pensare. La meccanica quantistica è una realtà ormai consolidata, la possibiltà che esistano universi paralleli ha una qualche probabilità scientifica di esser vera. E mi sono così sopreso a dedicare cinque minuti ai tanti me stesso che forse esistevano: a quello che aveva salvato il mondo, a quello che l’aveva distrutto, a quello che non era mai nato e a quello che era appena diventato papà…e infine a quello dell’universo accanto, che magari era andato cinque minuti al bar, a prendersi un caffè.
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aprile 28th, 2010 on 23:57
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