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Cab Calloway (scatter di classe assoluta, inventore dell’hi-dee-ho), Josephine Baker, Bill Robinson, The Mills Brothers, Fats Waller, Louis Amstrong, Ella Fitzgerald e altri ancora in versione animata. Parodia delle rane dello stagno, fatta di quella materia oniricizzante che rapiva l’immaginario di noi bambini che fummo (quanto li adoravo nei loro rari passaggi sulle reti locali degli anni ‘80, anche se non capivo una sola parola dei testi).
Il seguito naturale del cartoon di prima. Stesso cast e stessa rivisitazione dello stagno in chiave animata. Si celebra il matrimonio di Minnie l’impicciona, signori. E il brillante Cab vorrebbe approfittarne, mostrando cos’è lo swing! E’ incredibile come nei commenti su YouTube di questi cartoon d’epoca ci sia gente che ancora si scotenna per questioni razziali.
Sveglia signori, i tempi cambiano! Fatevi quattro risate e basta!
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Notturno
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Sul pianeta Kalgash, illuminato da sei soli, il Buio non è immaginabile e l’evento di un’eclissi, già profetizzato da una setta religiosa come preludio della fine del mondo, scatena prima un’agitazione e poi una follia distruttiva e omicida. Soltanto Theremon e Siferra, un giornalista e un’archeologa, cercano di opporsi all’ondata di panico che travolge la popolazione e di riportare l’ordine sul pianeta di Kalgash. Un romanzo di fantascienza che gioca con sottile abilità su una delle paure più recondite dell’uomo: cosa si nasconde nel buio della notte?
Opinione personale:
Polverizzato in due giorni. Asimov è Asimov, c’è poco da fare. Più che il libro in sé, vorrei commentare il finale (ovviamente non ne rieverò particolari): dopo un intero libro impostato secondo una certo orientamento, la sequenza di colpi di scena finale è talmente scioccante che pare dia l’impressione che lo stesso Asimov l’abbia elaborata e messa per iscritto quasi controvoglia. Eppure, nel suo contesto e vista con gli occhi dell’ultima pagina, è assolutamente ineccepibile. Confesso di essere rimasto a pensare alla nostra storia medio-antica a romanzo finito. La via del progresso culturale è effettivamente obbligata? La descrizione dell’eclissi che condanna Kalgash a vivere l’esperienza della Notte e la comparsa delle Stelle condannano gli atterriti Kalgashiani ad un’esperienza di impotenza e ad una percezione dell’infinità che lascia turbato anche il lettore. Quale potrebbe essere la nostra Notte? E riusciremmo a reggere la vista delle Stelle? Begli interrogativi lasciati da un bel libro.
Titolo: Notturno
Autori: Asimov Isaac, Silverbert Robert
Editore: Bompiani
Data di Pubblicazione: 2001
Collana: I grandi tascabili
ISBN: 8845247872
ISBN-13: 9788845247873
Pagine: 382
Letto: gennaio 2008
Nota: Bompiani fa oggi parte del gruppo RCS Libri. Trovare il libro in disponibilità potrebbe comportare qualche difficoltà. In tal caso, meglio provare il canale della media distribuzione sul territorio o il circuito dell’usato.
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Invito a cena con sorpresa
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Invitereste l’uomo che sto per descrivere a cena, con la vostra famiglia?
Non correte alla fine dell’articolo, però. Vi rovinereste la sorpresa.
Immaginiamo il contesto di una comunità macchiatasi nella sua interezza di gravi reati. L’illegalità è talmente diffusa e il gruppo è da considerarsi ad un livello di pericolosità sociale tale che il giudice per le indagini preliminari spicca un mandato d’arresto per l’intero paesino. E’ messo però al corrente che gli abitanti opporranno al blitz delle forze dell’ordine una feroce resistenza. Dagli atti d’indagine risulta però che una famiglia ha più volte reso dichiarazioni pubbliche in cui si è dissociata dai reati commessi dalla loro concittadinanza: essendo il giudice un genuino uomo votato alla giustizia, di quelli che preferirebbe vedere mille colpevoli liberi che un innocente incarcerato, incarica due poliziotti di prevelare in gran segreto la famiglia durante la notte prima che al sorgere dell’alba si dia il via alla guerriglia urbana. I due si infiltrano nel paese e si presentano davanti a questo onesto padre di famiglia, comunicando il loro intento. Mentre si sta dando il via ai preparativi per la fuga, però, qualcuno del paese nota questo strano movimento e avvisa i “bravi” della piazza.
Non si abbia pietà dell’ubriacato onesto padre di famiglia: si ricordi che egli avrebbe già regalato le virtù delle figlie alla folla urlante.
E vissero tutti felici, meschini e contenti, mentre tutti i loro compaesani, col senno di poi ad essi senz’altro pari in materia di rettitudine morale, furono arrestati dopo una violenta battaglia, con feriti e vittime.
Domanda numero uno: invitereste quest’uomo a cena con la vostra famiglia?
Domanda numero due: avete capito di chi sto parlando?
Risposta numero uno: la sapete solo voi.
Risposta numero due (con sorpresa nel caso non ci foste arrivati): si tratta nientemeno che di Lot, nipote di Abramo. L’unico prescelto per essere salvato dalla distruzione di Sodoma. Ecco i passi incriminati:
“I due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sodoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. E disse: “Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada”. Quelli risposero: “No, passeremo la notte sulla piazza”. Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono. Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sodoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perchè vogliamo sodomizzarli!”. Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sè, disse: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purchè non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto […] Poi Lot partì da Zoar e andò ad abitare sulla montagna, insieme con le due figlie, perché temeva di restare in Zoar, e si stabilì in una caverna con le sue due figlie. Ora la maggiore disse alla più piccola: “Il nostro padre e’ vecchio e non c’e’ nessuno in questo territorio per unirsi a noi, secondo l’uso di tutta la terra. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”. Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il padre; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, nè quando essa si alzò. All’indomani la maggiore disse alla più piccola: “Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e và tu a coricarti con lui; così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”. Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, nè quando essa si alzò. Così le due figlie di Lot concepirono dal loro padre.”
E questo il modo in cui la Bibbia e gli adepti dei culti su di essa basati vorrebbero indicarci la morale da seguire? E questo sarebbe il “giusto” scelto per salvarsi? Svendita della discendenza in difesa di un ego maschilistico, incesto, violenza sessuale. Bella morale del cavolo. Ditemi, se qualcuno vi si parasse davanti minacciando voi e i vostri figli cosa fareste? Li consegnereste? O vi battereste alla morte?
E non venitemi a parlare di interpretazione metaforica del brano o della sua non rappresentatività in un testo per il resto pieno di belle parole e di fondate regole: la Bibba è letteralmente zeppa di situazioni meschine come questa. Letteralmente.
La morale ce la creiamo noi, la facciamo evolvere noi. Qualunque sia la sua fonte, non è questo romanzo di nomadi per nomadi di duemila anni fa.
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L’illusione di Dio
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Sono sicuro che molte persone cresciute entro una determinata religione non si sentono soddisfatte, non ci credono e disapprovano le cattive azioni che si compiono in suo nome. Se è il vostro caso, questo libro è per voi. Intende risvegliare le coscienze, facendo luce sul fatto che l’ateismo è un’aspirazione non soltanto realistica, ma anche nobile e coraggiosa. Si può essere atei felici, equilibrati, morali e intellettualmente appagati”.
Opinione personale:
Per me rappresenta, insieme ad altri 6 libri che vi proporrò senz’altro fra saggi, romanzi e documenti, il nucleo culturale e bagaglio nozionistico indispensabile all’ateo moderno, capace di difendersi dagli attacchi dei sempre pronti “adepti convertitori” in modo stringente e risoluto e anche, volendo, di attaccare la fede dei credenti colpendo alternativamente di fioretto e di spada. Contiene le risposte alle strategie offensive e di propaganda maggiormente usate dai religiosi, unite ad una solida dottrina votata all’evoluzionismo. Il libro va, come tutti i saggi dai grandi temi, contestualizzato: esso nasce per rivolgersi principalmente alla realtà americana, con il suo rischio di deriva teocratica e la sua lotta senza quartiere fra evoluzionismo e creazionismo. E’ un manuale che si prefigge, credo unico nel suo genere, apertamente di convertire all’ateismo il lettore che, colto dal dubbio, non si accosti al libro credendolo sicura opera di Satana. Parte prima di tutto affrontando la differenza fra dio personale e dio einsteniano e la questione del rispetto dovuto e non dovuto. Una volta poste le premesse del discorso, analizza la questione dell’esistenza di Dio prima sotto gli aspetti classici (comprese le vie dell’Aquinate, la scommessa di Pascal, la presunta docuveridicità delle Scritture) e poi riducendolo ad ipotesi scientifica sottoponibile all’inferenza statistica e al calcolo delle probabilità. Dio ne esce a pezzi, non impossibile ma incredibilmente improbabile, ad un livello di eccezionalità tale da cadere sotto il rasoio di Occam di fronte alla spiegazione dell’Universo e della vita offerta dal principio antropico combinato alla gru evoluzionistica, a loro volta improbabili ma ad un livello infinitamente inferiore del “Grande Progettista”. Una volta escluso l’attore Dio, passa all’attacco della religione in sé, dimostrando gli inganni e la fallacia della sua origine (quale prodotto collaterale di processi darwinistici utili al genere homo) e arguendo la sua inutilità, se non più spesso controproduttività, alla costruzione di un corpo etico e morale sostenibile. Illustra la teoria dell’assolutismo consequenziali stico contrapposto all’assolutismo religioso, denuncia e condanna le innumerevoli nefandezze dei sistemi religiosi del presente e del passato: l’intromissione nella vita privata, il ruolo del nefasto fenomeno nella politica mondiale, la minaccia che rappresenta per un mondo pacifico. Non risparmiando nessun aspetto della religione, urla alle coscienze dei lettori dei soprusi psicologici, dei sottendimenti, dei ricatti morali e sociali da cui trae linfa la religione affondando le sue infette radici nei bambini, approfittando della loro incapacità di effettuare una scelta libera e consapevole in materia di religione. Conclude con la demolizione ultima dei presunti “vantaggi innegabili” della religione: consolazione e ispirazione. Magnifico. Non offende gratuitamente la religione in sé, ma non le riserva più rispetto di quanto dovuto alle fate dei giardini. E’ un testo diretto, senz’altro impegnativo. Ma non posso nascondere a nessuno che più volte ho letteralmente gongolato di fronte ai ragionamenti e alle logicissime conclusioni di Dawkins: ho apprezzato infinitamente l’ipocrisia dei magisteri separati, il concetto di Dio ridotto ad ipotesi scientifica, la teoria delle complessità irriducibili, la gru evoluzionistica di Darwin, la denuncia della falsità morale della Bibbia e dei Vangeli. Già senza la lettura di questo saggio ero in grado di difenderebene le mie ragioni di convintissimo ateo e di indurre il dubbio nel credente: ora posso permettermi addirittura il lusso di mordere ai garretti chi provasse ad attaccarmi o a difendersi usando gli argomenti della formazione teologica. Bellissimo.
Autore: Richard Dawkins.
Titolo: L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2007
Pagine: 400
ISBN: 8804570822
Letto: gennaio 2008
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Secondo rapporto sull’ictus. Disabilità, riabilitazione, ricerca.
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Il “Secondo rapporto sull’ictus”, che viene pubblicato a distanza di due anni dal primo rapporto, testimonia l’impegno di ricerca e clinico dell’Istituto Auxologico Italiano nella lotta contro le malattie cerebrovascolari e le loro conseguenze disabilitanti, motorie e cognitive. Il “Secondo rapporto sull’ictus” è focalizzato sulle problematiche della disabilità post-evento acuto e sulle procedure di riabilitazione dirette al recupero delle funzioni perdute o compromesse. Ogni anno in Italia si verificano circa 200.000 episodi di ictus e come conseguenza circa 60.000 pazienti devono vivere con una disabilità che limita fortemente la possibilità di svolgere le normali attività quotidiane. Questi pazienti disabili si aggiungono a quelli che sono sopravvissuti a un ictus negli anni precedenti. Complessivamente in Italia si contano quindi oltre 900.000 persone colpite da ictus, di cui circa 300.000 con una disabilità che ne riduce l’autonomia.
Il testo, partendo da una visione epidemiologica del problema in Italia, si concentra soprattutto sulla disabilità residua (problema con ovvie implicazioni personali, familiari e sociali) e sui molteplici mezzi oggi disponibili per combatterla o allievarla. I capitoli sui vari aspetti della disabilità sono scritti dai maggiori esperti italiani e stranieri della disciplina e sono destinati a far conoscere lo stato dell’arto della ricerca, le ricadute sui pazienti e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Il libro esplora una frontiera dove disabilità, riabilitazione e ricerca confluiscono in uno sforzo scientifico che si fa di giorno in giorno più coerente.
Opinione personale:
Un acquisto di cui sono entusiasta ancora oggi. Una monografia eccellente che ha lo straordinario pregio di non fossilizzarsi sull’aspetto puramente medico della patologia ictale. Oltre a nozioni di neuroplasticità d’avanguardia, che è sempre bene conoscere anche come base per impostare il ragionamento riabilitativo, contiene una generosa sezione dedicata alla riabilitazione e alle strategie di recupero, tagliando di traverso i vari orientamenti riabilitativi, sia di scuola europea che americana. Per la componente riabilitativa in senso stretto gli argomenti trattati sono: esercizio motorio terapeutico nella emiparesi postictale, disfagia e ictus, l’esercizio cognitivo dal linguaggio alla riabilitazione, riabilitazione cognitiva dell’eminegligenza spaziale, l’aprassia degli arti fra disabilità e strategie riabilitative, definire e misurare il percorso riabilitativo secondo modello regionale. Davvero un ottimo testo, che va naturalmente a fare coppia con l’ultima versione disponibile delle linee guida italiane di prevenzione e trattamento dell’ictus cerebrale SPREAD. Consigliato a tutti i colleghi e anche agli studenti di Fisioterapia e Scienze della Riabilitazione.
Titolo: Secondo rapporto sull’ictus. Disabilità, riabilitazione, ricerca
Curato da: Istituto auxologico italiano
Editore: Elsevier Masson
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8821428176
ISBN-13: 9788821428173
Pagine: XXI-304
Prezzo: 35,00 €
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Tasti dissonanti. La disabilità vista da un abile disabile.
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“Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi”
(Simone Cristicchi, “Ti regalerò una rosa”)
Tutto quello che sto per scrivere è, ovviamente, un’opinione personale dettata dalla mia personale esperienza di vita.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità corre troppo. Corre dietro ad un idea politically correct di quello che siamo. Cambiano i concetti, cambiano i punti di vista, cambiano troppe cose: handicap, disabilità, diversa abilità, funzione e partecipazione. E’ un percorso lungo: dall’ICIDH (“International classification of impairments, disabilities and handicaps”) all’ICF (“International classification of functioning, disability and health”) è cambiato il modo di indicare, segnalare, sottolineare la nostra presenza. Al di là di tutti i lodevoli intenti che stanno alla base di quest’evoluzione, c’è da notare che una cosa non cambia: il disabile resta disabile, nella sua quotidianità.
Non siamo esseri mutaforma, non possiamo trasformarci da “handicappati”, a “disabili”, a “diversamente abili”. E tanto meno possiamo stare in tipografia aspettando che esca l’ultima etichetta con cui definirci. E’ inutile esplorare dizionari, creare neologismi per tentare di non dare una connotazione negativa a quello che siamo alla ricerca del politicamente corretto. Al contrario, credo ci siano poche cose per noi così irritanti, l’ipocrisia degli scartabellatori ce la sentiamo letteralmente addosso. Non c’è un modo diverso da nero per chiamare l’opposto di bianco e non c’è un modo diverso da grigio per chiamare l’ibrido fra i due.
Ho citato due versi della canzone di Cristicchi perché credo che colgano in maniera perfetta la questione: nell’orchestra dei normodotati noi siamo i tasti dissonanti. E come tutti su questo mondo, cerchiamo di fare una sola cosa: suonare la nostra musica nel miglior modo possibile.
E per farlo ci servono i mezzi adeguati: una migliore tutela legislativa, accesso parificato alla formazione, una introduzione al lavoro adeguata, strumenti di protezione sociale, trasporti pubblici efficienti, servizi per la comunità che vadano oltre un pezzo di carta, una concezione sostenibile e fruibile dell’agglomerato urbano, una sanità sociale che non sia all’implosione, incentivi alla ricerca in riabilitazione, sostegno alle famiglie.
Possiamo riempirci la bocca per l’eternità su chi o cosa sia un disabile, su quanto esso sia prestazionalmente inferiore ad un normodotato o meno. Il nostro amico Oscar Pistorius ha dimostrato di dare la polvere al 100% dei normodotati non agonistici nella corsa, pur non avendo le gambe dalle ginocchia in giù. Chi è il disabile? Lui o il “normale” che affoga nel catrame di due pacchetti di sigarette al giorno e che non potrebbe mai fare 400 metri di corsa a livello agonistico? Sfido molti dei miei colleghi a generare una chiave articolare di spostamento spalla-spalla potente come la mia (metto a sedere di forza e in modo efficace omoni anche di 130-140 chili senza grosse difficoltà), eppure ho il mio impairment motorio ad un arto inferiore, e me lo tengo. Molti dei miei lettori forse non potranno dire in buona fede di poter sollevare gente di quel peso, io non posso dire di poter fare la fila in piedi per ore davanti ad un Ufficio Postale senza sentirmi accoltellato alle gambe. Siamo diversi, io faccio questo, tu fai quello, loro fanno quell’altro ancora.
Sono un fisioterapista e sono disabile. Fra l’altro non sono un ipovedente o un non vedente, come la maggior parte dei fisioterapisti disabili. Sono un disabile motorio. E il mio lavoro lo faccio benissimo, con soddisfazione mia e dei miei pazienti. So che tipo di accordo vogliono suonare, so quale possono suonare: è che voglio suonare anche io. E si lavora, insieme.
Ognuno su questo sasso spaziale ha il solo desiderio ultimo di suonare la sua musica. Di fare quello che gli piace, al meglio che si possa fare. Noi non abbiamo bisogno di un’ etichettatura fresca di giornata, abbiamo bisogno di strumenti per suonare. Di quelli sentiamo la mancanza. Il mondo è tarato per suonare la vostra musica, noi dobbiamo tararci al mondo per suonare la nostra. Dateci il modo di fare un bagno nel mondo, e suoneremo nel modo che non vi sareste mai aspettati quegli accordi che non sapevate nemmeno esistere.
Noi siamo i tasti dissonanti, e la nostra musica non la può suonare nessun altro.
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Gestione informatica dei dati sensibili
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L’informatizzazione delle procedure sanitarie sta sollevando il tema, forte, di come gestire adeguatamente i dati sensibili dei pazienti. Per quanto riguarda gli aspetti normativi vi rimando a Wikipedia (dove non mancano ottimi articoli al riguardo), qui affronterò la parte pratica di una gestione sicura dei dati.
Per proteggere il vostro archivio dovrete ricorrere giocoforza alla crittografia, codificando i documenti sensibili in modo da risultare illeggibili a chiunque non abbia la password. Premessa: la qualità di ogni sistema di protezione si basa sull’anello debole della catena, ovvero sul punto che risulta più attaccabile.
Converrà quindi affrontare la catena dagli anelli forti a quelli deboli, prendendo le giuste contromisure ad ogni livello. Parlerò quindi (brevemente, non voglio fare un documento tecnico) degli algoritmi di crittografia, dei software utilizzabili, di come si crea una password forte, dell’attenzione da porre contro programmi malevoli quali i keylogger (che registrano tutto quello che digitate sulla tastiera per mandarlo di solito ad un destinatario interessato).
Primo anello: l’algoritmo di crittografia, ovvero il complesso gioco matematico con cui un dato viene trasformato in un altro e reso reversibilmente leggibile mediante l’inserimento della chiave di decodifica. E’ un anello di solito forte, gli algoritmi attuali si prestano molto poco ad essere violati in modo diretto. Altro discorso vale per il sistema che usano prodotti quali Microsoft Office per proteggere i documenti: qui l’anello è già abbastanza debole di suo, i documenti protetti con una versione del prodotto che non sia la 2007 possono essere sbloccati in modo abbastanza rapido da chi avesse interesse a farlo.
Quali sono allora gli algoritmi di una certa affidabilità oggi esistenti? Essenzialmente tre: Rijndael (si legge Rain Doll, la “bambolina della pioggia”), Serpent, Twofish. Se trovati programmi che usano Blowfish o altri lasciate stare, sono ancora buoni ma sorpassati rispetto a questi tre.
Rinjdael è stato scelto dal National Institute of Standards and Tecnology nel 2001 e ha preso la qualifica di A.E.S. (Advanced Encryption Standard). Ha i grandi vantaggi di essere veloce nelle operazioni di crittografia e di usare poca memoria. Il modulo di crittazione, inoltre, è facilmente portabile: significa che troverete programmi in grado di usare Rijndael sia sotto Windows, che Linux, che Mac. La NSA (agenzia per la sicurezza nazionale americana) nel 2003 ha certificato la bontà dell’algoritmo definendolo adatto per codificare documenti classificati TOP-SECRET se usato con chiavi da 256 bits.
Serpent è stato sviluppato nel 1998. E’ decisamente più lento di Rijndael, ma sembra essere molto più robusto. Anche se, allo stato attuale, sia lui che il diretto rivale risultano impenetrabili, fra gli esperti è diffusa la convinzione che a cadere sarà prima il campione in carica che lo sfidante. Se scegliete Serpent ricordatevi che state facendo uno scambio fra velocità e sicurezza, da vedersi però in chiave molto futura
Twofish fa parte, anche lui, del ricco giardino del 1998. Va visto come una enorme collezione di sistemi di crittografia integrati (due alla centoventottesima potenza, mica male). E’ arrivato terzo in funzione della sua velocità, non pari a Rijndael, e della sua sicurezza, non paragonabile a Serpent. Oggi è considerato un sistema “accessorio”, da sommare ad altri sistemi di crittografia per confondere ancora di più le acque a chi volesse violare un dato documento.
Prossimo anello della catena: il software. Implementare i moduli di crittografia descritti sopra non è poi così difficile per un buon programmatore. Quello che è difficile è creare un programma che non contenga “buchi” attaccabili per estrarre i nostri preziosi dati. All’atto pratico, se andate su Google e cercate tool di crittografia, magari anche AES, ne troverete a pacchi: commerciali, a codice aperto, gratis, amatoriali. Io ne ho provati molti e di molti altri ne ho lette analisi e recensioni: al momento mi sento di consigliare fra i commerciali Jetico BestCrypt e fra i gratuiti lo strabiliante TrueCrypt (disponibile anche per Linux). Tutti e due permettono di eseguire la crittografia “trasparente”. Mi spiego: quando usate questi programmi di crittografia avanzata, dovete indicare loro una certa quota del vostro hard disk da trasformare in un gigantesco archivio (in gergo: volume) che poi verrà sottoposto a codifica. Quando inserite nel programma la giusta password il volume si apre e viene visto dal sistema operativo come un disco rigido rimovibile, al pari di una pendrive. Quando dite al programma di chiudere l’archivio codificato, il sistema operativo si comporta né più né meno che come quando rimuovete una penna dati. In particolare TrueCrypt permette di creare anche gli “hidden volume”: cosa sono? Prendiamo l’esempio che qualcuno vi costringa con la forza a rivelare la password. Un disastro. A meno che voi non abbiate create un secondo archivio criptato che, meraviglia, è contenuto e nascosto all’interno del primo, con una password diversa. Se date a TrueCrypt la password del volume esterno, lui aprirà l’archivio criptato che in realtà non contiene dati che volete proteggere ad ogni costo. Questi ultimi verranno fuori solo se inserite la seconda password, di cui potete sempre negare l’esistenza. Non c’è modo di capire se dentro il primo volume ce ne sia un secondo. Spettacolare.
Terzo anello: la password. E’ inutile usare un sistema di crittografia di valore militare se poi la password è “pippo”, “zanzibar” o la vostra data di nascita. I programmi di violazione a forza bruta (che praticamente provano tutte le combinazioni di caratteri esistenti alla ricerca della vostra password) o i programmi di violazione a dizionario (caricano immensi dizionari di possibili parole chiave e le provano tutte) impiegherebbero pochi minuti o al massimo poche ore a entrare nei vostri dati. La password deve essere prima di tutto lunga, quanto più vi riesce (non vi posso dire la lunghezza esatta della mia, ma vi posso confidare che è ben oltre i 32 caratteri). Ogni carattere in più eleva infatti di una potenza il numero di tentativi che un intrusore deve fare per riuscire nel suo intento. Deve contenere, oltre alla lettere, dei numeri: i numeri aumentano la base di caratteri che l’intrusore deve dire al suo programma di forzatura di cercare. Non deve essere composta da parole realmente esistenti: in questo modo tutti i programmi di violazione a dizionario sono tagliati fuori. Dovrebbe essere possibilmente scritta in forma l33t (si legge “leet”), ovvero sostituendo ogni tanto delle cifre simili alle lettere (“conseguenza” diventa “c0n53gu3nz4”): in questo modo solo voi saprete che tipo di regola sintattica usa la vostra password. Dovrebbe contenere dei caratteri presi dalla tabella ASCII (sono quei caratteri grafici che si fanno tenendo premuto il bottone ALT della tastiera e digitando numeri da 1 a 255 sul tastierino numerico): funzionano come i numeri ma in modo molto più robusto, aumentando enormemente la base dei caratteri che il malintenzionato deve esplorare. Ed infine, se possibile e se avete installati i giusti caratteri sul vostro pc e le giuste configurazioni delle lingue di input, dovrebbe contenere qualche carattere non di alfabeto romanico: cirillico, cinese, giapponese, indi. A questo punto potreste avere anche i piani della bomba atomica salvati nel vostro archivio e nessuno riuscirebbe mai a rompere la vostra “cinta murale”. Se usate gli hidden volume, seguite queste regole per la vostra password “forte”, ma create anche una password “interessante” per il volume esterno, in modo da dare l’illusione ai malintenzionati di aver pescato giusto. La maniera migliore per tenere a mente una password così complessa è usare una mappa logica: sequenze di immagini, filastrocche, tutto quello che vi possa aiutare a tenere il “filo del discorso” mentre componete sulla tastiera il vostro neonato incubo degli hacker.
Quarto anello: i keylogger. Avete la vostra password, è un capolavoro di malizia e combinazione di caratteri. Ma può esservi ancora rubata. Esistono dei maledetti programmini, chiamati keylogger (registratori di tastiera) che, una volta insediatisi nel vostro pc, registrano ogni cosa che scrivete e la inviano a giroposta ad uno spettatore, di solito interessato. Se avete un keylogger installato e aprite il vostro archivio, tanti saluti: avrete consegnato voi stessi la terrificante password al malintenzionato di turno. Usate sempre e con regolarità i più apprezzati programmi anti-spyware esistenti sul mercato: non posso fare a meno di segnalare in tal senso SpyBot Search&Destroy (gratuito), Advanced Windows Care (gratuito per uso personale) e così via.
Ultimo anello: chi è intorno a voi. Se siete al lavoro e i vostri dati sono davvero importanti, è bene che non vi fidiate neanche dei colleghi. Digitate la password solo quando siete sicuri che intorno a voi non ci sia nessuno o quanto meno se siete sicuri che nessuno stia facendo caso a voi. Fine della catena.
Se tutta la catena è forte, potete dormire sonni tranquilli. Io uso TrueCrypt con tre sistemi di crittografia in serie: A.E.S. come primario, poi Serpent e alla fine Twofish (più un rinforzo per tutti, la modalità LRW). Non ho motivi reali per pensare che qualcuno possa attentare alla mia vita o alla mia libertà pur di avere i contenuti dell’archivio, quindi non uso la tecnica degli hidden volumes (o forse si? La loro esistenza si può sempre negare!). Un banale processore Intel Dual Core E6400 riesce comunque a gestire tutti e tre i sistemi di crittografia contemporaneamente dandomi la velocità di elaborazione di circa 35/40 megabyte al secondo, più che bastante per lavorare. La password è gigantesca, alfa-numerica con elementi ASCII e a mappa logica (tant’è che mi serve un minuto buono solo per scriverla), uso con regolarità programmi anti-spyware e apro i dati solo quando non ho nessuno intorno. Qualunque sarà lo sviluppo della capacità di calcolo dei computer in futuro, è assolutamente impossibile che si possa perforare il mio archivio protetto prima che io stesso mi spenga serenamente di vecchiaia. Direi che ci si può accontentare.
Ed ancora: non ha senso nemmeno cercare dei residuati di dati nel mio spazio libero, visto che uso utilità di wiping ogni volta che lavoro con quei dati. Tratterò in futuro la tematica della cancellazione sicura dei dati e della cancellazione delle proprie tracce di lavoro.
Ultima notizia: quando nel 2001 ci fu la “gara” per la scelta dello standard A.E.S. ci furono ovviamente delle selezioni. La finale si svolse fra cinque algoritmi: ecco la classifica dei voti della commissione che decretò come “campione” Rijndael.
Rijndael: 86 positivi, 10 negativi
Serpent: 59 positivi, 7 negativi
Twofish: 31 positivi, 21 negativi
RC6: 23 positivi, 37 negativi
MARS: 13 positivi, 83 negativi
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AUTO-DA-FE’-MATIC
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Pubblico questo racconto, tratto da “Comunicare Come” di Roberto Vacca. Non posso proporre un invito alla lettura del libro, visto che è andato ormai esaurito da molti anni (era edito dalla Garzanti, 1990): un vero peccato, si tratta di un ottimo saggio, che custodisco gelosamente, sulla comunicazione e su come renderla lineare ed efficace. In particolare questo racconto mi è sempre piaciuto: fa vedere come sarebbe, secondo l’Autore, il nostro avanzato mondo Occidentale se fosse intriso di un integralismo religioso da far impallidire i più intransigenti stati teocratici medio-orientali. Il racconto originale è stato scritto dal noto ingegnere nel 1957 ed è tutt’ora disponibile sull’e-book “18 Racconti Paradossali”, disponibile per l’acquisto presso il sito http://www.printandread.com. La versione che propongo oggi è quella ridotta del 1990, ripulita nella forma e sfrondata, a detta dello stesso autore, di molte parole inutili. Si tratta di tre pagine e mezza in formato A4, una piccolissima percentuale del libro; spero di conseguenza di non fare danno a nessuno dal mio piccolo orto. Buona lettura e buon divertimento.
All’ultimo piano del palazzo degli esami giungeva attutito il brusìo del traffico dal viale dei Papi (l’antico Viale di Trastevere). Il Diacono Nilo Scuri, in piedi da un’ora, rispondeva alle domande rivoltegli dal Padre Psicosintesista, sdraiato sul suo lettino. Pensava: preferirei ripetere dieci volte l’esame di servo-meccanismi, piuttosto che passare di nuovo per questo inferno. Quasi esaudendo quella preghiera inespressa, il Padre Psicosintesista gli disse:
« Puoi andare, Diacono. Io con te ho finito. »
Il tono non era incoraggiante, ma fu con sollievo che Nilo uscì dalla stanza e si diresse alla porta accanto. Questo era l’ultimo esame. Poco interessante, forse, ma importantissimo. Sulla porta era scritto: «Rev.do P. Sgama O.S.T. – Storia del Regime Teocratico».
Il Padre Sgama, dell’Ordine degli Storici Teocratici, era noto per la sua severità. Non alzò neanche la testa e continuò a intestare con la sua calligrafia pignola la pagina del registro su cui fra poco avrebbe vergato i suoi giudizi: 22 giugno 1998. Poi cominciò a parlare:
«Spero, figliolo, che tu ti renda conto dell’importanza di questo esame. Il rapporto dell’Oratorio Elettronico è lusinghiero nei tuoi confronti. Ma sai bene che più delle cognizioni tecniche, ti saranno utili quelle teologiche, che faranno di te un buon sacerdote, e quelle teocratiche, perché tu sia un buon funzionario dello Stato Cattolico Teocratico. Domani sarai nominato, lo spero, Reverendo Ingegnere degli Automatismi. Ma la nomina seguirà l’ordinazione. Non a caso, che dalla perfezione del sacerdozio sono alimentate quelle del funzionario e del tecnico. Oggi, lo sai, nessuno può essere ingegnere, se non è sacerdote. » « Sì, padre, » rispose Nilo.
«Comincio, allora, con domande facili per metterti a tuo agio. Sono le stesse che faccio anche agli esami di Diacono Perito Elettrotecnico. In che anno l’Italia fu redenta a formare lo Stato Cattolico Teocratico? »
«Nel 1970, ad opera del Servo dei Servi di Dio, Luis Medina, e per voto unanime del Parlamento, allora esistente. »
«Eh già, fu una bella celebrazione di quell’infausto 1870. Dimmi, ora, chi è il capo dell’S.C.T.? »
« Il Capo di ogni organismo umano non può essere che Dio. In casi particolari, poi, il potere è delegato ai Suoi vicari. Nel caso dell’S.C.T. che per ora comprende solo le regioni italiana e spagnola, il Vicario è il Sommo Pontefice di Roma. »
«Cosa sai dell’eresia nuovo-inglese? »
«L’eresia nuovo-inglese era l’erronea dottrina sostenuta negli anni Ottanta da alcuni gruppi cattolici americani, che volevano trasferire la sede del Papato a Boston. L’eresia fu presto domata. Ora quei gruppi costituiscono l’American Catholic Electronic Purchasing Center, che fornisce buona parte delle nostre attrezzature tecniche e industriali. »
«Bene. Conosci la legge 2 aprile 1986 sull’attribuzione esclusiva all’Ordine dei Piccoli Frati Idroelettrici dei compiti di manutenzione ed esercizio di tutte le centrali per la produzione di energia? »
Il colletto del Cardinale era listato di verde, segno che oltre all’alta carica ecclesiastica ricopriva anche quella di Governatore di Diocesi Tecnica. Nella lista dei Reverendi ingegneri di nuova nomina c’era anche il nome del Don Ing. Nilo Scuri, assegnato alla supervisione degli automatismi di controllo della Centrale-Convento di San Lampadio, sul monte San Vittore (l’antico Monte Vettore).
16 gennaio 2002. Erano le sei di sera e si avvicinava l’ora di punta. Anche il terzo turboalternatore della Centrale-Convento di San Lampadio stava per essere inserito a erogare potenza sulla rete. Il Capo-centrale, che era anche Padre Provinciale dell’Ordine dei Piccoli Frati Idroelettrici, stava finendo di celebrare la funzione serale nella cappella annessa alla sala del quadro di comando. Con un leggero accento abruzzese, scandiva le parole della Colletta per implorare il successo nel fare il parallelo: «Ut parallelum cito factum sit benigne concedas, staticam et dinami-cam stabilitatem preserva quaesumus… » I fasometri e i frequenzimetri davano ora letture identiche. Il Padre Ripartitore del Carico premette il pulsante e concluse il rito con un “Deo Gratias”.
Il Padre Capo-centrale si dirigeva verso la sacrestia per svestirsi dei paramenti, quando fu fermato dal Fratel guardiano eccitatissimo:
«Padre, sapesse! È incredibile. Non credevo ai miei occhi. Il Fratel Turbinista Cioccoloni! L’ho sorpreso che deteneva… ha tratto di tasca un’immagine. Mai visto niente di simile, Padre! »
«Sei sicuro, fratello? Bisognerà indagare. Tutti e due con me in Sala di Disciplina. Subito! »
Il gruppo di religiosi attoniti rimase in silenzio. Poi ognuno tornò alle sue occupazioni, senza un commento. Don Nilo Scuri era stato presente alla funzione, sebbene fosse il suo giorno mensile di libertà. Si riscosse e tornò al suo laboratorio ove passava sperimentando ogni ora non dedicata al servizio. Certo era incredibile. Da 10 anni erano proibite tutte le immagini – tranne i disegni tecnici. Nel ‘92 la Bolla Ichonoclastiae sanctitati aveva fatto giustizia delle aberrazioni dell’arte astratta e anche di ogni effigie della persona umana.
Nilo non riusciva a concentrarsi. Guardava ogni tanto le forme d’onda sullo schermo del suo oscillografo e poi tracciava qualche nuova connessione del circuito che stava progettando. La matita elettrolitica nella sua mano si spostava lenta sul pannello. Elvio, il seminarista apprendista, era abituato ai discorsi complicati di Padre Scuri, alle sue spiegazioni di logica, alle frasi che pronunciava pensando ad alta voce. Ma quella sera non riusciva a seguirlo. Nilo seguitava:
«… resta il problema dei circuiti in uscita. Potrei usare due fonatori paralleli. Uno per le lingue latine e uno per le sassoni. La traduzione in linguaggio articolato è cosa fatta… e – certo! – qui potrei usare 64 supersubstanziatori. Prendimi due matrici di plu-toniti, Elvio, e stasera faremo un bel passo avanti. Domattina ti occuperai di montare quegli emitter-follower ».
In quell’istante la porta si aprì silenziosamente e il Padre Capo-centrale entrò nel laboratorio. Era scuro in volto.
« Non sembra, Padre Scuri, che teniate in gran conto le disposizioni dell’enciclica Radiationum nomina! Emitter-follower! Il Papa non ci ha raccomandato la bella locuzione latina “transistor cuius emitter basim sequitur”? Ma non volevo parlare di questo. »
Guardò Elvio con intenzione. Il ragazzo arrossì e non si mosse. Nilo lo tolse dall’imbarazzo:
«Puoi andare, Elvio. Continueremo domani dopo il mattutino.»
Il Capo-centrale attese a braccia conserte che la porta si chiudesse alle spalle del seminarista.
«Purtroppo devo confermare, caro Scuri, che il Fratel turbinista Cioccoloni è stato provato colpevole senza ombra di dubbio. Lo sciagurato feticista era in possesso di un’intera serie di immagini antropomorfe. Non lubriche, è vero, ma non per questo la sua colpa è minore. È già segregato e domani lo consegneremo al Ministero delle Inquisizioni Statali, che giudicherà le sue colpe inaudite. »
« Inaudite davvero, » confermò Nilo, che in vita sua non aveva mai visto un quadro, né una foto.
«Dopo questa infrazione naturalmente stringeremo i freni nella disciplina di questa Centrale-Convento. Anche il vostro laboratorio sarà perquisito domani. È solo una formalità. »
«Troppo giusto, » assentì Nilo.
« Intanto gradirei una vostra dichiarazione su questo apparecchio che state costruendo. Senza incarico o autorizzazione, credo. Di che si tratta, quale ne è il fine? »
Nilo era lusingato di avere un ascoltatore così autorevole.
«È una macchina interessante. Anticamente l’avrebbero chiamata un robot. In effetti è una macchina logica, che simula molte funzioni del nostro cervello. Vi ho inserito le regole della logica aristotelica. Ora la sto perfezionando: parlerà oltre che pensare. Fornirà risposte in quattro lingue: italiano, latino, inglese e tedesco. Così potrà essere interrogata a voce sulla verità o attendibilità di qualunque proposizione logica e fornirà un giudizio imparziale… » Nilo fece una risatina. «Era banale la soluzione di stampare le risposte… »
«Vedo, vedo, » mormorava il Capo-centrale con gli occhi fissi nel vuoto. Nilo tentò di portare il discorso su un tono più leggero:
«La chiamo giocosamente “Raimondo” in onore del grande Lullo… »
«Ma, Padre Scuri, non vi rendete conto! » urlò il Capo-centrale. «Perfino il nome proprio, Santo Iddio! Ha fatto la macchina che pensa. Ha fatto la macchina che parla! L’ha battezzata! Ma chi credete di essere, il Padreterno? Questo è un reato di antropomorfismo bello e buono e voi me lo spiattellate come se fosse uno scherzetto da seminarista. »
Nilo era rimasto come basito: «Ma nel mio tempo libero… »
«E che? Esiste forse un tempo in cui siamo liberi di commettere sacrilegi? Don Scuri, datemi retta. Non voglio compromettere un collega. Ho già abbastanza grane. Ma voi smontate subito, distruggete questa cosa, questa enormità e vedremo di passarla sotto silenzio. Occupatevi di cose serie e dimentichiamo questa triste parentesi.»
Nilo si ribellò: «Ma, Padre! Come potete travisare così le parole mie e gli intenti del povero Raimondo? Non lo distruggo. L’ho fatto a fin di bene. Può aiutarci a percorrere la via della verità. Sono pronto a dare una dimostrazione pubblica del fatto che Raimondo non mente mai. E sia presente anche il direttore generale delle Inquisizioni Pubbliche! »
Il Capo-centrale si irrigidì: «Se la prendete così, Don Scuri, non posso che dissociare la mia responsabilità dalle vostre. Non vi ho detto niente. Stasera parte la denuncia per il Ministero. Dirà che siete disposto a dare non so qual dimostrazione – certo non in pubblico. Ma questa proposta aggraverà solo la vostra posizione. Diranno: il sacrilego rifiuta di sottomettersi e dà prova di superbia e vanità. »
«Va bene. E che quei signori chiedano pure a Raimondo di dimostrare l’esistenza di Dio. È in grado di farlo non meno di San Tommaso. Sarebbe bello che snocciolasse pari pari le cinque vie dell’Aquinate. »
Il Padre Jorge Gonzales, dell’Ordine dei Logici Scalzi e sottosegretario alle Inquisizioni Statali, meglio noto col nome religioso di Don Torquemada, presiedeva la commissione d’inchiesta. Davanti al lungo tavolo al quale sedeva con altri dieci preiati, era piazzato Raimondo: una incastellatura metallica a pianta esagonale, alta due metri, irta di valvole elettroniche, transistori, su-persubstanziatori e inviluppata da fasci di fili multicolori. Nilo eseguiva gli ultimi controlli febbrili tirandosi dietro un oscillografo montato su rotelle. Don Torquemada dava segni di impazienza: «Vi manca molto, imputato? È un tempo lunghissimo che questa Corte aspetta. »
« Sono pronto, Eccellenza. In che lingua volete rivolgervi a… »
«Alla vostra macchina infernale? In latino, ovviamente. »
«Certo,» confermò Nilo e dispose la levetta del fonatore su latino. «Potete cominciare, Eccellenza. »
Don Torquemada chiese: «L’imputato ha mai parlato di Dio alla sua macchina? »
«Solo di passaggio, Eccellenza. Raimondo trovò la parola “Dio” nell’introduzione a un libro di astronomia di Jeans. Non la capì e allora gli spiegai che “Deus non solus est sua essentia sed etiam suum esse”. Non gli permisi di discutere in merito: volevo che si occupasse di certe questioni di calcolo integro-differenziale. »
«Se il concetto è già stato introdotto nella macchina, procedo.»
Don Torquemada aprì la sua grossa copia personale della Summa Theologica, rilegata in nero, e parlò nel microfono.
«Primum considerandum est an Deus sit. Secundo quomodo sit, vel potius quomodo non sit. Tertio considerandum erit de his, quae ad operationem ipsius pertinent, scilicet de scientia et de voluntate et potentia. »
Un mormorio di approvazione si levò dagli altri prelati. Don Torquemada tuonò: « Sentiamo la risposta! »
Nilo premette il pulsante contrassegnato risposta. Per qualche istante silenzio. Poi l’altoparlante emise un fischio, dapprima flebile e acuto, poi più intenso e grave. Il fischio si interruppe. L’altoparlante emise qualche scoppiettìo, poi più nulla.
Il giovane Cardinale Orsini uscì in una risatina stridula, che gli morì in gola a un’occhiata di Don Torquemada. Nilo disse:
«Vogliate scusare, Eccellenza. Vediamo subito l’indicatore di guasti. »
Inserì l’altoparlante dell’indicatore, dal quale uscì una voce metallica: «Spiacente. Un supersubstanziatore del fonatore per le lingue latine è in corto-circuito. Il fonatore per le lingue sassoni ha un filo interrotto. Posso fornire risposte solo in tedesco. Over. »
Don Torquemada era irritato: «Va bene. Sentiamolo in alemanno… in tedesco. Non conosco questa lingua ma Sua Eminenza Kùpfmùller tradurrà e riferirà. Non perdiamo altro tempo.»
Nilo mise il selettore su tedesco e attese. Raimondo cominciò a parlare quasi subito. Dall’accento sembrava originario di Kònigsberg.
« Es sind nur drei Beweisarten vom Dasein Gottes aus spekulativer Vernunft mòglich. Der erste Beweis ist der physikotheologische, der zweite der kosmologische, der dritte der ontologische Beweis. Mehr gibt es nicht und mehr kann es auch nicht geben. Ich werde dartun… »
Nilo e Kùpfmùller erano i soli ad afferrare gli argomenti stringati e brillanti di Raimondo. Ogni tanto Kùpfmùller aveva un moto di sorpresa. Nilo ascoltò con sollievo la sua creatura dimostrare l’infondatezza della prova ontologica. Per ora Raimondo si era mantenuto nei limiti della più stretta ortodossìa. Ma poco dopo le sopracciglia di Kùpfmùller si arcuarono di sdegno. Infatti Raimondo aveva dimostrato l’infondatezza delle prove a posteriori e ora arguiva che gli elementi di base delle tre prove erano identici. Le prove cosmologica e fisicoteologica, dunque, contenevano un’ulteriore fallacia. Promettevano di seguire sentieri diversi e tornavano, poi, sulle orme della prova ontologica, già proclamata ingannevole. Nilo era disperato. Intanto Kùpfmùller stava mettendo al corrente gli altri prelati:
«Qvesta macchina è opera tei Tiafolo. Essa ha enunciato le stesse critiche insulse di Immanuel Kant. Qvesta è profocazione preordinata. Il meccanismo tefe essere tistrutto! »
Don Torquemada lo interruppe. Si alzò maestoso e pronunciò:
«In base alle resultanze, la sentenza inappellabile di questa Corte è che l’imputato Nilo Scuri sia sospeso a divinis. Sarà consegnato al Laboratorio Diocesano Prova Condensatori, inserito come dielettrico in un condensatore (la tangente di epsilon del quale supererà una soglia da fissare) e riscaldato uniformemente finché morte non ne consegua. »
Dopo l’esecuzione di Nilo, il Ministero delle Inquisizioni indagò a lungo su altri casi di eresia e antropomorfismo. Nell’agosto 2002 fu abolito l’Ordine degli Oblati Cibernetici. Molti degli Oblati subirono condanne capitali. Ma presto sorse il problema di disporre rapidamente di una massa crescente di condannati. Fu risolto dal Rev. Robert Owen della Chiesa Canadese, che inventò il processo automatico detto auto-da fé-matic. Impiegava alte energie e ogni impianto annientava 10 imputati/ora. Il moderno procedimento aveva il vantaggio di non richiamare alla mente altri sistemi di esecuzione convenzionale, antiquati e giustamente desueti.
Il Padre Robert Owen aveva un aspetto alquanto scimmiesco. In collegio lo avevano soprannominato “Bobone the Baboon”. Mentre entrava nello studio del Cardinale Gonzales (assunto alla porpora per meriti eccezionali), stringeva sotto il suo braccio lungo e arcuato una cartella piena di carte. Il Porporato gli disse:
«Ho sentito di un vostro progetto tecnico. I dettagli mi sfuggono. Ditemi di che si tratta. »
«Eminenza, è una pratica vecchia, ma interessante. Concerne la destinazione definitiva della macchina costruita dal povero Scuri. La Curia degli Approvvigionamenti voleva distruggerla. Io, invece, ho pensato a come riutilizzarla. Penso che senza spesa eccessiva potrei modificarla in modo che renda utili servigi. »
«Siete sicuro? Sapete che sono questioni delicate. »
«Oh, non c’è dubbio. Non vi tedio coi particolari tecnici, ma il prototipo funziona. Nella versione definitiva basterà immettere nel lettore il testo di una proposizione che la macchina dovrà accettare per vera. E subito la stampante scriverà la dimostrazione logica completa dell’asserto. Ovviamente aboliremo i fonatori. Non vogliamo che resti nulla di antropomorfo, vero? Così la macchina potrà essere usata all’Ufficio Studi del Ministero dei Dogmi.»
«Ottima idea, Bob. E come lo chiameremo questo apparecchio? Il nome originale, Raimondo, puzza di eresia lontano un miglio.»
«Ho pensato anche a questo. La chiameremo auto-dog-ma-tic.»
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Breve introduzione alla Mirror Therapy
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La scoperta nel 1992, ad opera di Gallese e Rizzolatti, dei cosidetti “neuroni mirror” (ovvero “a specchio”) nella corteccia della scimmia, ha posto le basi per una interpretazione in chiave riabilitativa della scoperta. Si è notato, infatti, che i neuroni mirror vanno incontro ad attivazione sia durante l’esecuzione che durante la mera osservazione di un gesto. Si ritiene, probabilmente a ragione, che questi neuroni abbiano un importante ruolo nell’apprendimento dei movimenti, in cui vicariano la propriocezione nella formazione di una prima mappa motoria di esecuzione del gesto osservato. Questa loro peculiarità li ha resi di grande interesse per la riabilitazione.
Nell’uomo, in particolare, sembra (con progressiva crescita dell’evidenza a supporto dell’osservazione) che i neuroni mirror concorrano all’attivazione della corteccia prefrontale, la quale contrae rapporti di intimità funzionale con le aree corticali deputate all’ elaborazione dell’immagine.
Il primo utilizzo pratico della scoperta in riabilitazione la si deve a Ramachandran et al., che nel 1995 va ad indagare l’effetto dell’uso dello specchio per la riabilitazione del dolore da arto fantasma. L’arto mancante e in cui si localizza per l’appunto il dolore fantasma viene “ricreato” attraverso l’uso di uno specchio: al paziente viene chiesto di muovere l’arto sano (che viene riflesso sullo specchio in modo da dare l’impressione che vi sia anche l’arto amputato) e di immaginare di fare contemporaneamente questo movimento anche con l’arto amputato. L’integrazione sensoriale, avvenuta per via visiva, più l’osservazione del movimento riflesso (attivazione dei neuroni mirror) hanno dato ai pazienti l’illusione propriocettiva di avere ancora un arto che rispondesse ai loro comandi. Il disturbo della rappresentazione di sé a livello corticale ha trovato una forma di compensazione, permettendo una riprogrammazione funzionale dello schema corporeo che ha avuto l’effetto pratico di far diminuire il dolore in modo statisticamente significativo nei pazienti. Nonostante i buoni risultati, non si parla ancora di Mirror Therapy.
Il termine viene coniato qualche anno più tardi da Altschuler et al., che nel 1999 parlano di “Mirror Therapy” presentando una nuova tecnica volta alla riabilitazione dell’emiparetico, definendola come una metodica riabilitativa consistente nel far muovere entrambe le mani o le braccia, al paziente con esiti di ictus, in modo simmetrico, invitandolo ad osservare il movimento dell’arto sano allo specchio. In questo modo il paziente ha l’impressione che l’arto paretico si stia muovendo correttamente. I miglioramenti osservati erano più evidenti per quanto riguarda la qualità e l’armonia complessiva del movimento che per quanto riguarda la forza dello stesso, ma risultavano ad ogni modo statisticamente significativi e legati con tutta probabilità al contributo dei neuroni mirror alla ricostruzione dello schema motorio usando l’integrazione sensoriale visiva come vicariante quella propriocettiva (errata) proveniente dall’arto paretico.
Vista anche l’efficacia della metodica riportata in alcuni studi sul dolore post-ictus, McCabe ed altri ricercatori hanno proposto l’ipotesi che il dolore, non accompagnato da un evidente danno tissutale, possa essere causato dalla discordanza fra intento motorio e movimento. Secondo questa ipotesi, allo stesso modo in cui la povertà qualitativa e quantitativa dei movimenti deriva in parte anche dalla dissonanza delle vie sensoriali in ingresso (apparato vestibolare, propriocettori), il dolore può derivare da cambiamenti della rappresentazione corticale dell’input somatico, che segnala lo stesso tipo di relazione errata fra ideazione del movimento e sua esecuzione. La “riafferentazione sostitutiva” indotta dalla M.T. risolverebbe la dissonanza, dando al sistema nervoso centrale la possibilità di affrontare una seconda riorganizzazione, risolutiva della rappresentazione corticale errata.
Studi pilota sono stati condotti anche in Italia: da segnalare quello presentato dal Dott. F. Gimigliano, reperibile in sitografia, in cui viene suggerita l’adozione della Mirror Therapy in un programma neuroriabilitativo integrato (nel caso specifico i pazienti hanno accoppiato la M.T. ad un programma Kabat).
Da segnalare lo studio olandese in corso di Michielsen et al. (durata 2006-2009) in cui si indagherà la Mirror Therapy, oltre che per gli effetti sulla riabilitazione dell’arto superiore e della mano nei pazienti con ictus cronico, anche dal punto di vista della fMRI (risonanza magnetica funzionale). Sarà quindi possibile nel medio termine avere un imaging dell’attivazione cerebrale di questi pazienti prima, durante e dopo la M.T.
Nella stragrande maggioranza degli studi sulla Mirror Therapy presentati, comunque, ai gruppi di controllo viene richiesto o di immaginare il solo movimento dell’arto leso senza specchio o viene fatto usare uno specchio annerito e/o coperto.
L’esecuzione pratica della metodica prevede quattro fasi:
1) Posizionare l’arto leso (o il moncone) dietro lo specchio o dentro il mirror-box (scatola di plastica ripiegabile con un lato a specchio collassabile); posizionare l’arto sano in una posizione neutrale e chiedere al paziente di guardare nello specchio. Quello che il paziente dovrebbe vedere è il riflesso del suo arto sano in una posizione tale da sembrare, nello spazio, l’arto controlaterale affetto. Bisogna essere sicuri che il paziente non muova gli arti in questa fase. Mentre il paziente sta guardando il riflesso, chiedere delle sensazioni provenienti dall’arto affetto. Alcuni pazienti dichiarano di provare strane sensazioni, fluttuazioni dell’eventuale dolore e altro ancora. Lasciare che il paziente viva pienamente queste sensazioni senza muovere gli arti, ma per un tempo massimo di 5-10 minuti.
2) Dopo questo periodo e se l’eventuale dolore non è aumentato, si può cominciare a chiedere al paziente di muovere lentamente l’arto sano in posizioni diverse lasciando l’arto malato in posizione di riposo. Ancora una volta, va chiesto di segnalare le sensazioni provenienti dall’arto malato e di porre l’attenzione su quelle sensazioni per 5-10 minuti. Alcuni pazienti riferiscono una sensazione di fatica accoppiata ad una riduzione della sensazione di dolore. E’ bene lasciare riposare il paziente per il tempo necessario a far sì che questa sensazione di appesantimento sparisca, visto che è stato riportato un aumento del dolore alla rimozione dello specchio con sensazione di fatica ancora in corso.
3) Il prossimo passo è quello di muovere entrambi gli arti, sia quello sano che quello malato, nelle stesse posizioni mentre si guarda lo specchio. Si chieda al paziente di concentrarsi sulle sensazioni provenienti da entrambi gli arti duranti i movimenti. Questa fase dura 10 minuti.
4) In ultimo, va richiesto al paziente di muovere l’arto sano in posizioni diverse da quello malato, mentre si guarda l’arto malato allo specchio (o meglio, l’arto sano riflesso). La tolleranza a questo esercizio è di solito ridotta nei pazienti senza problemi di dolore. Limitarsi ad una durata dell’esercizio 7-8 minuti se non vi sono sensazioni particolari riferite dal paziente. Non superare in ogni caso i 10-12 minuti.
Nei pazienti con sindrome algica può verificarsi un transitorio aumento del dolore, specialmente nel momento in cui viene richiesto il movimento dell’arto leso. Questo aumento del dolore, comunque, non deve mai mantenersi per oltre 24 ore. In tal caso la durata della terapia va ridotta e nei casi limite, la stessa va sospesa. La frequenza ottimale di trattamento con M.T. non è stata ancora chiaramente individuata: fra i pazienti è riportata come preferito un programma terapeutico consistente di due/tre sedute giornaliere di Mirror Therapy dalla durata complessiva di 10-15 minuti.
Ad oggi, la Mirror Therapy è risultata efficace nei seguenti casi: dolore da arto fantasma, Sindrome dolorosa regionale complessa (si vedano gli studi in materia di Moseley et al.), riabilitazione motoria dell’arto superiore in ictus cronico (Sutbeyaz et al.). Si pone quindi come una interessante metodica di scuola EBR (Evidence Based Rehabilitation), utile come approccio in sé e come consolidamento dei risultati ottenuti con altre tecniche.
Sitografia:
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17466722
http://rheumatology.oxfordjournals.org/cgi/content/full/44/9/1083
http://www.cebp.nl/vault_public/filesystem/?ID=2021
http://gsa.ceda.unina2.it/Lavori/medicina/doc/MC-IX-004.doc
http://www.teambeefroast.com/chronic-pain/practical-mirror-therapy-for-pain-relief/
http://bcbsma.medscape.com/viewarticle/563972
http://www.erasmusmc.nl/rehabilitation/content/Hand%20Surgery%20and%20Rehabilitation.htm
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L’assistenza al paziente con ictus cerebrale acuto
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L’ictus cerebrale è una patologia frequente, rappresenta la terza causa di morte in Italia e la prima causa di disabilità nella popolazione adulta nei paesi Occidentali. Oggi sono disponibili nuovi trattamenti efficaci sia per ridurre la mortalità che per migliorare la prognosi funzionale, ma rivestono carattere sperimentale e possono essere trattati pochi pazienti; la stragrande maggioranza di pazienti riceve terapie “tradizionali”. Anche un’adeguata assistenza nella fase acuta, secondo le più aggiornate linee-guida, può migliorare sensibilmente la prognosi; essa può essere rivolta ad gran numero di pazienti e quindi i benefici si estendono virtualmente a tutti i soggetti colpiti. E’ necessario assistere adeguatamente i pazienti con la collaborazione interdisciplinare ed interprofessionale e adeguate risorse di personale, soprattutto infermieristico o addetto all’assistenza, con parametri di tipo sub intensivo. Le unità di terapia dedicate (Stroke Unit) permettono di organizzare al meglio l’assistenza. Questo volume raccoglie parte del materiale didattico e dei protocolli operativi elaborati nell’ Unità di Medicina Interna dell’Ospedale di Pescia (Pistoia), dove sono state approfondite queste tematiche con esperienze formative e di aggiornamento fra medici (internisti, neurologi, fisiatri), infermieri, fisioterapisti, dietisti e assistenti sociali.
Opinione personale:
Un simpatico volumetto che affronta nell’ordine: la valutazione e il monitoraggio neurologico, il trattamento generale, di supporto e la prevenzione delle complicanze, la valutazione della disfagia, l’uso del sondino naso-gastrico, la PEG e la valutazione dello stato nutrizionale, elementi di raccolta dati e modulistica, la riabilitazione post-ictus (divisa in: Riabilitazione post-stroke in fase acuta, posizionamento, spostamenti, trasferimenti, ruolo dell’infermiere nel posizionamento, educazione sanitaria, scale di esito funzionale). La parte riabilitativa occupa una ventina di pagine, in cui vengono affrontati in modo sintetico secondo l’orientamento corrente argomenti quali: prevenzione del danno secondario e terziario, posizionamento del paziente a letto in ottica anti-decubito e di prevenzione dell’instaurarsi di pattern patologici, formulazione di una scheda personale di mobilizzazione, spostamento del paziente. Le scale d’interesse riabilitativo presentate per la valutazione sono: scala di Rankin modificata, scala FIM, indice di Barthel. Utile per una rapida consultazione di tutti gli aspetti principali legati alla gestione del paziente con ictus cerebrale acuto.
Autore: Raffaele Laureano
Editore: Centro Scientifico
Data di Pubblicazione: 2004
Collana: Medicina Interna
ISBN: 887640645X
ISBN-13: 9788876406454
Pagine: 132
Prezzo: 14,50 €