feb
29

Ovvero, l’Italia è una Repubblica gerontocratica basata sul lavoro (altrui). Si è chiusa anche quest’anno la Sagra Paesana di Sanremo. Abbiamo fatto la nostra scorta annuale di ossa rotte, motivetti fotocopiati, inquinanti tossici per endovena e commiserazioni per la caduta morale e intellettuale dell’Italia.
Sanremo non è più Sanremo da molti anni, da quando la vera qualità è stata abbandonata in nome della Grande Apostasia del “sono solo canzonette”. Nessuno, senza salvare neanche gli spettatori ancora ammaliati dalle persistenze oppiacee di un mito da piazza sbiadito, deve considerarsi esonerato da un bagno di vergogna quando si va a ricordare che, nell’edizione 2005, il punto di più alta e riconosciuta qualità artistica fu raggiunto da un attempato signore ottantaduenne rispondente al nome di Nicola Arigliano e dalla sua coetanea jazz-band.
Il nodo centrale della questione, secondo me, sta appunto in questa falsa ricerca di qualità, una maschera corta e logora da cui strappi si mostra chiaro e riconoscibile il volto vero dell’autoreferenza. Parlando chiaro, non si può tirar fuori dalla cucina un brodetto da reggimento fatto con quattro ossa nuove e una dozzina di sbiancate dalle ribolliture, spacciandolo per un ricercato consommè.
E l’autorefenza della manifestazione (per carità della verità: basta chiamarla “evento”) si tradisce da anni già dal suo motto, indifendibile: “Perchè Sanremo è Sanremo!” suona più come un auto da fè, che come uno slogan. Noi siamo gli officianti di Sanremo, il deus ex machina inconcepibile, inarrivabile, insondabile e trascendente della televisione all’italiana: non importa come sarete maltrattati, o spettatori (paganti), non importa quanto in basso potremo andare, quale vacuità arriveremo ad ambire, perchè noi siamo Sanremo. Ci comprerete a scatola chiusa, ci nutrirete di latte e miele, ci amerete per questo. Anche quando si tocca il fondo, si può sempre scavare.
Non si può pretendere di più da un entourage dirigenziale e artistico evaso nottetempo dalle geriatrie di tutto il paese. Se la gerontocrazia è il male del paese, l’inesistenza di ogni elasticità mentale, spirito di innovazione, ricerca dell’inesplorato, evoluzione del modello mentale dei gerontocrati figli e fautori di questo male non può non esserne la degna discendenza. E quando la meritocrazia muore sotto gli inchini delle sempre più flessibili schiene politiche italiane le larve che se ne nutrono sono della stessa specie della “Giura di Qualità” di questo Sanremo. Escludendo Boncompagni (!), anch’egli in età geriatrica, non c’era assolutamente nessuno con competenze musicali comprovate. Per un gettone molto più esiguo avrei prestato la mia ugualmente “qualificata opera” al baraccone, in tal senso.
C’era una volta Sanremo, il festival. C’era una volta Sanremo, la gara dei giganti della musica leggera italiana. Quest’anno, in un ultimo superfluo fendente, la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) ha accolto le rimostranze dei giganti nani che pasce e protegge, abolendo la competizione, relegandola alla classifica finale della premiazione. Niente più classifiche provvisorie, cantanti in gara solo nella serata finale. Il pensiero comune deve essere stato quello di mirare alla protezione e valorizzazione delle indiscutibili (sic!) qualità in gara, o meglio e più realisticamente, alla protezione di un esitante e decadente valore di mercato del prodotto complessivo. Cura del borsellino, insomma.
Cinque serate dal prime time a notte inoltrata sono un abominio inconcepibile, frutto di illogica e speculazione, non di direzione artistica. Le serate in media si sono chiuse all’una e mezza, col dopo-festival riservato a parenti stretti, nottambuli e lavoratori del metronotte. Non so cosa ne pensino gli organizzatori, ma la gente in settimana lavora. O si dorme a casa, o si dorme sul posto di lavoro. Di media, fra un cantante e l’altro ci sono stati quindici minuti di vuoto aristotelico. Sanremo sulla carta dovrebbe essere un festival musicale, non un festival degli intermezzi al ricordo della Toccata il La di Paradisi. I migliori ospiti sono stati relegati in chiusura, quando il popolo pagante tasse (e le stesse famiglie Auditel, i selezionatissimi e rarissimi esemplari di homo sapiens auditelis, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto) era più probabilmente in coma onirico che masochisticamente inchiodato davanti allo schemo.
Ed è anche inutile pensare di prendersi a pugni in diretta o dare scandalo per accontentare l’Italia dal ventre molle e dalla mente corta: le minestre demagogiche sono andate in difficoltà in parallelo, il Festival come il Grande Fratello. Nella foga incontrollabile di cercare l’apatico italiano medio la televisione, trasversalmente, ha dimenticato l’esistenza di tutto il mondo a sinistra e destra della media. Sprecando lusinghe per la moda si è finiti per alienarsi dagli spettatori. In questo paese di Pulcinella non c’è più il gusto della ricerca neanche nei media: trovata una ricetta che soddisfi in qualche modo il palato del popolo belante, si finisce per ingozzarlo di quella sola pietanza riscaldata e corretta fino all’esaurimento e al rigetto. Non c’è niente, non dico programmazione, ma neanche furbizia, dietro questo modo di fare. Mi viene in mente a tal proposito una battuta celebre dal film classico “Moby Dick” del 1956, con Gregory Peck: “..ed ecco il primo ufficiale Starbuck, il cui coraggio e valore sono come la farina e l’olio sul Pequod: sempre disponibili, ma da usare con parsimonia.”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Italia di merda. L’intellettuale onesto con sé stesso, ma anche soltanto il leggermente sopra-media acculturato elude la paranza sanremese da anni. Il mediocre si sta decidendo finalmente a disprezzarlo in quanto vi vede riflessa la propria pochezza. Non è carino ricordare alla gente le proprie lacune, e lo è ancora di meno farlo dai laccati palchi di un teatro. Personalmente, l’ultima edizione che ho seguito con una certa continuità è stata quella del 2000, quando con la vittoria degli Avion Travel i crociati del pezzo commerciale gridarono alla morte del pop. Sentire gli stessi crociati gridare oggi alla morte della qualità e all’appiattimento intellettuale degli italiani mi fa quasi tenerezza. Dopo quel canto del cigno, col vincitore decretato soltanto dalla giuria (vera) di qualità, ho goduto solo di qualche scampolo apprezzabile e mai in diretta. Non sono tipo da guardare per giorni il lago di Loch Ness aspettando che l’improbabile mostro mi degni di una sua apparizione.
In questa settimana ho messo orgogliosamente i sigilli al televisore. Sanremo è entrato in casa mia solo attraverso i blitz dei telegiornali e dei miliardi di orwelliani spettacolucci satelliti, rapidamente cassati. L’unica grande cura del complesso organizzativo è stata quella di assicurarsi che nessun italiano potesse sottrarsi all’annuale dose di vaccino sanremese: quest’anno sono rimasti, facendo la media, circa nove milioni di non-responders. Il resto del paese è ormai ben immunizzato: chi conosce Sanremo lo evita, sull’eco di tante pubblicità progresso del Ministero della Salute degli anni novanta destinate a mali ben più terribili.
Da lunedi partono le “riflessioni”, il cui spessore sarà quello dei programmi elettorali di sinistra e destra, per onore della par condicio. Avanti col brainstorm, con la tempesta di cervelli incanutiti. E poco importa se Del Noce ha la predisposizione mentale ad accaparrarsi meriti e scaricare colpe. “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” si diceva nel Gattopardo. E avanti col 2009, via i capperi secchi dal “consommé formidable” e dentro le acciughe sotto sale. Buon appetito a chi avrà lo stomaco di non saltare dalla finestra.
Ho visto delle cose belle questi giorni, mentre anch’io nella massa cercavo evasione dall’indigeribile polpettone tele domestico: librerie insolitamente frequentate, con giovani e meno giovani che ammettevano quasi con un filo d’imbarazzo la loro fuga nel libro in questa settimana horribilis; cinema colmo di martedi sera, tanta gente a passeggio per quel che resta di turistico a Napoli, proprietari di ristorantini e locali ben contenti di un’iniezione di fiducia fuori programma al bilancio dell’attività. Tutto in prime-time. E con tanti televisori spenti.
E allora dieci, cento, mille Sanremo. Per risvegliare la gente intorpidita dalla spazzatura d’ogni forma, che non si accumula solo per le strade partenopee, ma viaggia anche sulle onde radio.
feb
27
Scrub me Mama with a boogie beat
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Lavoro del Walter Lantz Studio del 1941, basato su una canzone boogie-woogie di successo del 1940 di Don Raye. E’ diventato di pubblico dominio, quindi la sua visione/diffusione non è perseguibile. Il cortometraggio, probabilmente diretto da Walter Lantz stesso, fu rilasciato il 28 marzo del 1941. E’ infarcito di stereotipi sulla negritudine e sul modo di vivere della comunità afro-americana degli stati del sud degli USA. La canzone che accompagna praticamente tutto il cartoon ha assonanze jazz, il suo testo descrive una lavandaia di Harlem, il cui modo di lavare è tanto inusuale da spingere la gente a venire da fuori per vedere la sua “tecnica di strofinio”.
La trama è abbastanza semplice: la pigra popolazione di colore di Lazy Town viene scossa dall’arrivo di una ragazza di Harlem molto carina ed estroversa (probabilmente una octoroon*). La ragazza si trova a passeggio per la cittadina e incontra una matrona dedita al bucato: il lavoro lento della donna non deve apparire il massimo della vita, così decide di mostrargli un’alternativa “ritmica”, iniziando a cantare proprio “Scrub Me Mama with a Boogie Beat”, con tutto il paese che le si accoda. Quando la ragazza lascia Lazy Town, la comunità è ormai preda dello swing.
L’animazione era di ottimo livello nel 1941, ed è gradevole alla vista ancora oggi, per fluidità e ricchezza dei disegni. Censurato, come al solito, negli Stati Uniti per i suoi (comici e ormai anacronistici, secondo me) riferimenti razziali: vengono presi di mira gli stereotipi dei minstel shows, delle “faccette nere” (blackface: intrattenitori bianchi con la faccia laccata di nero per proporre nei loro spettacoli i luoghi comuni più diffusi all’epoca sulla negritudine), delle grandi labbra, del simbolo sessuale rappresentato dalla giovane e frivola ragazza di colore.
Sulla censura lo stesso Walter Lantz si espresse in seguito, affermando di non aver mai voluto dare una rappresentazione degradante degli afro-americani fine a sé stessa, ma di aver sempre lavorato essenzialmente al servizio della comicità e nel caso specifico, di aver mirato a creare cartoon musicali di qualità che fossero al contrario un tributo alla comunità dei musicisti jazz/swing di colore del tempo.
* octoroon: termine di matrice razzista usato fino a non molto tempo fa specialmente nel sud degli Stati Uniti per identificare una persona con un bisnonno di colore e sette bisnonni bianchi. Le octoroon, ragazze socialmente inquadrate come afro-americane ma dalla pelle dal colore molto più chiaro, simile ad una abbronzatura, erano molto apprezzate nel circuito della prostituzione, soprattutto nei numerosi bordelli di Harlem e di New Orleans. Stesso destino avevano le quadroon, cioè ragazze con un nonno di colore e tre bianchi. Gli octoroon e i quadroon, quale che fosse il loro sesso, venivano comunque equiparati ai purosangue afro-americani, tant’è che non sfuggirono, ad esempio, al doloroso fenomeno della tratta degli schiavi.
feb
27
Quando la riabilitazione diventa missione
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Da “Il Mattino” di Napoli del 27-02-2008
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CLAUDIA MARRA Terrazzi per le attività ludiche, palestre e vasche idromassaggio. Laboratori di informatica, semiconvitto e fisiocinesiterapia. Dodici ore al giorno no stop, il C.R.N., l’acronimo sta per centro di riabilitazione neuromotoria, è un centro ad ampio spettro di servizi sanitari, aperto sei giorni su sette, con erogazione delle prestazioni di fisiokinesiterapia entro lo stesso giorno della richiesta, di riabilitazione entro le 24 ore, di domiciliari entro il giorno successivo e con attesa per le visite mediche dai due al massimo ai quattro giorni. Il tutto sotto il controllo di un equipe di specialisti sempre aggiornata e sempre a disposizione dei pazienti, con un’ampia flessibilità degli orari di visite e prestazioni, da modificare cioè secondo le esigenze dei pazienti. Un centro sanitario d’eccellenza che, considerate anche la cordiale accoglienza, la cura negli arredi e il comfort offerto, è paragonabile ad un cinque stelle. Suoi punti di forza sono l’alta qualità delle prestazioni sanitarie, l’impiego di tecnologie d’avanguardia, le accurate verifiche sul funzionamento delle apparecchiature elettromedicali e procedure di controllo nell’esecuzione dei trattamenti che garantiscono il massimo della sicurezza e della qualità. I trattamenti fisioterapici e riabilitativi hanno funzione non solo curativa ma, anche preventiva rispetto al rischio che patologie e minorazioni transitorie, diventino definitive se non tempestivamente riconosciute e curate. L’azienda sanitaria opera da circa venti anni nel cuore di Fuorigrotta, in via Cintia al parco San Paolo (isolati 21, 22 e 23), a pochi metri dall’ingresso della tangenziale di Napoli.
L’equipe medica, coordinata dal direttore sanitario, l’ortopedico Lorenzo Fonzone Caccese, è composta da uno specialista in medicina fisica e riabilitazione e ostetricia e ginecologia (Anna Guida), uno specialista in neurologia e neurofisiopatologia (Alessandro De Stefano), uno specialista in angiologia (Lanfranco Scaramuzzino), i foniatri (Angelo Cortile e Freida Morcone) e le neuropsichiatri infantili (Raffaella Spigapiena e Monica Fiorillo). E ancora il centro si avvale di assistenti sociali, sociologi, fisioterapisti, massofisioterapisti, neuropsicomotricisti, operatori dell’igiene e salute, logopedisti e terapisti occupazionali, psicologi e psicoterapeuti. Fondatore del C.R.N Servizi Sanitari è stato nel 1987 Giovanni Severino, la cui figlia Erminia, oggi 27enne ricopre la qualifica di direttore del centro convenzionato con il servizio sanitario nazionale per la Medicina Fisica e della Riabilitazione. Un centro che ha iniziato la sua attività con il servizio di riabilitazione ambulatoriale e domiciliare per soggetti disabili, che dal 1995 accoglie anche un reparto di semiconvitto e la fisiocinesiterapia ampliandosi di anno in anno fino a svilupparsi sui tre livelli attuali. Ad ogni piano sono visibili le planimetrie generali della struttura, con la leggenda e le sezioni a colori, che guidano facilmente i pazienti nell’individuazione dei vari reparti. I servizi erogati dal centro sono elettromiografia di superfice ed invasiva, stabilometria, esame de range articolari, Test di Isocinetica, Test di valutazione ortottica, E.E.G. (elettroencefalografia), E.C.G. (elettrocardiografia), test posturali e baropodometrico, prove da sforzo, Formetric. Inoltre vengono esaminate anche le procedure relative alla psiche con somministrazione di test di intelligenza, somministrazione di test di deterioramento o sviluppo intellettivo, somministrazione di test della memoria, test della scala di memoria di Wechsler, somministrazione di test delle funzioni esecutive, somministrazione di test delle abilità visuo spaziali, somministrazione di test proiettivi e della personalità, esame dell’afasia, test di valutazione delle disabilità sociale, test di valutazione del carico familiare e delle strategie di coping.
APPROFONDIMENTO 1 – IL SETTORE
La maggiore concentrazione al Sud al vertice la Sicilia e la Campania
Riguardo all’assistenza territoriale di tipo specialistico, gli ambulatori e i laboratori privati accreditati sono concentrati prevalentemente nelle regioni del sud (ad eccezione di Abruzzo, Puglia e Basilicata) e in Lazio, dove si registra una presenza di strutture per 100.000 abitanti superiore al dato medio nazionale (10,4 per 100.000 abitanti). In generale, tali strutture operano per lo più in ambito extra-ospedaliero (solo il 6% degli ambulatori e laboratori privati accreditati svolge la propria attività all’interno di presidi o stabilimenti ospedalieri). Inoltre quasi il 70% di queste strutture assistenziali opera nell’ambito di una società, percentuali più elevate si rilevano in Valle d’Aosta (100%), Campania (circa 91%) e Lazio (quasi 86%); quelle più basse in Friuli Venezia Giulia (24,4%) e nella provincia autonoma di Bolzano (29%). Il restante 30% opta in capo al singolo medico (con un massimo rappresentato dalla Sicilia) o alla singola Casa di cura, oppure sceglie altre tipologie di rapporto. Infine, per gli ambulatori e i laboratori si evidenzia il forte peso del privato accreditato al 57% delle strutture complessive a livello nazionale. Negli ultimi anni vi è stata una diminuzione del numero complessivo (da circa 14.448 nel 2003 a 10541 nel 2004) e un aumento del peso del privato accreditato (da 50% nel 2003 al 57% nel 2004). Tali dinamiche sono dipese soprattutto da fenomeni di accorpamento di laboratori e ambulatori pubblici. La presenza di strutture private accreditate è rilevante (addirittura preponderante) nelle regioni meridionali (insieme a Lazio, Lombardia e Veneto). Inoltre, si sottolinea come Sicilia e Campania contribuiscano in modo rilevante a determinare la percentuale elevata del livello nazionale (57%): queste due regioni, che rappresentano rispettivamente il 9% e il 10% della popolazione italiana, presentano una dotazione di ambulatori e laboratori privati accreditati pari rispettivamente a 20,7 e 29,1 per 100.000 abitanti contro i 10,4 nazionali. c.m.
APPROFONDIMENTO 2.
Severino: «Un compito arduo in un territorio difficile»
“Sono già passati otto anni da quando sono entrata a far parte di quella che per me oggi è diventata una grande famiglia, il Centro di riabilitazione neuromotoria di Parco San Paolo”. A parlare della sua esperienza professionale è Erminia Severino, che a soli 27 anni già ricopre il ruolo di direttrice di una grossa azienda sanitaria. “Il mio è stato un ingresso un po’ in sordina, per nulla facilitato, come molti possono pensare, dal cognome o dal legame con mio padre, Giovanni Severino; il quale, semmai, ha sempre rappresentato per me una severa e attenta guida ed un modello professionale irrinunciabile”. Giovanni Severino, padre di Erminia, è infatti il fondatore nel 1986 del C.R.N. e, a quanto pare, la scelta di nominare la figlia direttrice non è stata motivata esclusivamente dal legame di parentela ma semmai è sopraggiunta solo dopo un’attenta selezione. Erminia Severino si laurea presto in Scienze della Neuropsicomotricità alla Bicocca di Milano, si specializza nella materia della riabilitazione neuromotoria e acquisisce il diploma di musicoterapista e ippoterapista. Dell’azienda diventa presto responsabile qualità e provvede positivamente al suo accreditamento tanto da munire l’azienda di tutti i parametri per superare ogni test di qualità (l’azienda nel gennaio 2008 ha ricevuto il certificato qualità). “La mia esperienza presso il centro è stata dettata soprattutto dalla voglia di confrontarmi operativamente con una realtà non semplice quale quella riabilitativa, in un contesto territoriale già tremendamente vessato da molteplici problematiche”. Parla anche di momenti di difficoltà e sconforto, che “non sono sicuramente mancati in questi anni, ma se oggi, a distanza di tanto tempo, sono riuscita a ricoprire un ruolo dirigenziale di grande responsabilità e prestigio all’interno della struttura e a divenire un prezioso punto di riferimento per la nostra ampia utenza, lo devo sicuramente, oltre che a mio padre, all’estrema disponibilità e competenza dei miei colleghi e collaboratori; i quali hanno saputo nel corso del tempo sostenermi e aiutarmi in questa lenta e difficile escalation professionale”. In questa sua “dolcezza” professionale Erminia spiega che “in realtà sarebbero tante le persone da ringraziare, ma un pensiero di riconoscenza va sicuramente ai nostri tanti pazienti, a quelli che ci hanno sempre dato fiducia riconoscendo in noi un prezioso e affidabile presidio sanitario-riabilitativo. Ed è proprio dalla possibilità che quotidianamente mi viene data di provare ad alleviare le sofferenze e i disagi altrui, che nasce la mia passione per questo duro lavoro continuando così ad incrementare la nostra grande tradizione riabilitativa”. cla.ma.
feb
25
CIMT: una prima monografia
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La Constraint-Induced Movement Therapy (Terapia del Movimento Vincolo-Indotta) o CIMT è una metodica innovativa di neuro riabilitazione basata su un programma di esperimenti di neuroscienze condotti su scimmie chirurgicamente deafferenziate. Negli ultimi quindici anni, un largo corpo di evidenze si è accumulato in testimonianza dell’efficacia della CIMT nella riabilitazione del braccio paretico nei pazienti con ictus. Data per accettata la sua efficacia, altre domande sono emerse la cui risposta è diventata di particolare interesse per i ricercatori.
Qual è il rapporto prezzo/efficacio della metodica? Quali sono i parametri ottimali per l’esecuzione degli esercizi? Quali caratteristiche dei pazienti sono in grado di influenzare gli effetti della terapia? Il fascicolo affronta questi argomenti.
Pubblicata nel 2006, la monografia è ancora inedita in Italia. L’unica maniera di procurarsela è quindi l’importazione tramite librerie specializzate. Consigliata soltanto a chi è realmente interessato a seguire gli sviluppi della metodica, il rapporto prezzo/fogliaggio è molto alto (85 euro per 70 pagine circa).
Se ci si pone in modo corretto davanti a PubMed è possibile, comunque, recuperare parte delle informazioni in essa contenute in forma gratuita.
Titolo: Constraint-induced Movement Therapy
Edizione: New title
Stampa: Netherlands – IOS Press – Amsterdam
Curatore/i: G. Uswatte – E. Taub
Prezzo di copertina: GBP 54,00
Equivalente in euro: € 84,02
Data di pubblicazione: 01/09/2006
ISBN: 1-58603-659-9
ISBN 13: 978-1-58603-659-1
Pagine: 74
feb
23
Sbattezzo: la Curia mi scrive
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Vanno avanti i carteggi per lo sbattezzo. Il parrocco della chiesa dove sono stato battezzato ha ricevuto la mia richiesta formale di annotazione della volontà di uscire dalla confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica apostolica romana e l’ha girata alla Curia Arcivescovile di Napoli. Il Vice Cancelliere mi ha scritto, dandomi un periodo di “meditazione” di 15 giorni prima di procedere nel dare indicazioni al parroco su come effettuare la notifica. L’importante è il risultato, ma da procedura il parroco non aveva né diritto civile né canonico di girare la mia missiva alla Curia. Doveva di persona procedere direttamente alla notifica e confermarmi via raccomandata A.R. l’esecuzione della stessa.
Posso però comprenderlo, non credo che in una chiesetta di Capodimonte a Napoli (praticamente una roccaforte della credenza popolare) arrivino richieste a pioggia di questo tipo. Banale ignoranza. In punto di diritto non avrebbe da esistere neanche l’invito a fissare un incontro secondo la proposta del Vice Cancelliere, ma in questo caso personalmente compenso la cosa con la frase finale della sua lettera, che mi ha fatto piacere.
Prendo atto che c’è stato il coraggio di definire la mia scelta come passo nel cammino della verità, anche se in una direzione diversa da quella canonica. Chi si contenta, gode. Io più che godermela, gongolo.
Tornerò sull’argomento quando riceverò a metà marzo la notifica dell’annotazione. Riporto il testo della lettera inviatami dalla Curia, ho omesso solo il numero di protocollo e i numeri telefonici per fissare l’eventuale incontro “chiarificatore”.
Gentilissimo Signore,
ho preso atto della Sua richiesta di non essere più considerato aderente alla “confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica apostolica romana” con lettera inviata al parroco di “S. Maria delle Grazie a Capodimonte”, da Lui trasmessa il 18.02.2008, e darò disposizioni al parroco del luogo del Battesimo, secondo quanto da Lei richiesto.
Nel frattempo, se lo riterrà opportuno, mi dichiaro disponibile a un incontro per illustrarLe le conseguenze pastorali e giuridiche della Sua scelta*. L’incontro potrà essere fissato telefonicamente allo 081557xxxx-557xxxx.
Nel caso in cui, entro quindici giorni a partire dalla data odierna, non ricevessi alcun riscontro da parte Sua, darò disposizioni al parroco e, successivamente, Le confermerò l’avvenuta annotazione.
Pur rammaricandomi per la Sua decisione, desidero anche manifestarLe sentimenti di fiducia nel cammino di ricerca della verità, che ci accomuna, e distintamente La saluto.
Napoli, 18 febbraio 2008
Il Vice Cancelliere Arcivescovile
Sac. Ciro Esposito
* Conseguenze di ordine giuridico
- esclusione dall’incarico di padrino per il Battesimo e la Confermazione (cann. 874 § 1; 893 § 1)
- necessità della licenza dell’Ordinario del luogo per l’ammissione al matrimonio canonico (cann. 1071 § 1,5°; 1124)
- privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento (cann. 1184 § 1, 1°)
- esclusione dai sacramenti e dai sacramentali (cann. 1331 § 1,2°; 915)
- scomunica latae sententiae (can. 1364 § 1)
feb
23
Guida alla lettura (critica) di un articolo scientifico (1)
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PARTE 1: Chi, Come e Perché? Le scorciatoie.
Oggi propongo l’argomento che mi ha dato da lavorare in questo periodo di festività: ovvero, come si legge (in modo critico) un articolo scientifico, quali sono le scorciatoie per giudicarne di primo impatto la bontà, cosa ci si deve aspettare nelle varie sezioni dello studio.
Premessa alla premessa: l’inglese non fa mai male. Potete anche essere dei “freak” cacofonici quando lo parlate, ma è richiesto che riusciate a leggere e comprendere senza grossi equivoci almeno quello tecnico. Non che non ci siano fonti in italiano, sia chiaro. Ma volete mettere il salto di qualità che potete fare dal bagnarvi in un rivolo a nuotare liberi in grande fiume?
Prima di tutto, cercherei di affrontare subito la prima ovvia domanda: chi e perché? Ogni figura sanitaria dovrebbe, anche per realizzazione personale, fare il meglio per tenersi aggiornata sugli ultimi orientamenti dell’evidenza scientifica. Ci viene richiesto anche dalla normativa sull’Educazione Continua in Medicina, col relativo rapporto di amore-odio con le quote di crediti formativi da maturare nel quinquennio. E’ però una cosa quasi impossibile da fare in modo sistematico: anche nell’ambito di una disciplina determinata, c’è un ampio spettro di variazioni sul tema e possibilità che rende molto difficile anche alla figura esperta orientarsi fra la mole di lavori prodotti mensilmente. Primo postulato: non si può leggere tutto. Bisogna selezionare, tagliare, sintetizzare. Le vie possibili sono essenzialmente due: o ci si abbona ad una (o più di una) data rivista specialistica di qualità i cui contenuti si ritengono largamente sovrapponibili ai propri interessi professionali (ad esempio io, da interessato alla riabilitazione neuromotoria, potrei abbonarmi a “Neurorehabilitation and Neural Repair”) o si procede a seconda della domanda di aggiornamento o consultazione del momento, restringendo la ricerca magari a casi clinici particolari che si stanno trattando in quel momento e scegliendo in tal senso le evidenze più forti e recenti.
Detto ciò, viene spontaneo chiedersi: come e dove? Gli articoli scientifici, di solito, non si cercano su Google e fratelli. Vi servono le banche dati. Se operate da privati cittadini, c’è l’ulteriore requisito che queste banche dati siano pubbliche. L’ottima CINAHL, in cui è indicizzata anche Scienza Riabilitativa, la rivista scientifica dell’Associazione Italiana Fisioterapisti (acronimo: AIFI) o ancora il meglio del meglio, la Cochrane Library, per esempio, sono chiuse al pubblico non pagante. Io stesso posso accedervi dalle aule informatizzate dell’Università sfruttandone le convenzioni, ma non da casa. Tradotto: servirà molto probabilmente usare PubMed, la più grande banca dati medico-sanitaria di pubblico accesso esistente in Rete. Tegola: almeno il 95% dei suoi contenuti sono in inglese, vi rimando in tal senso alla già citata premessa della premessa. Da PubMed potete cercare di tutto: articoli di cui è presente solo l’abstract (con o senza testo completo a pagamento) o articoli di pubblico dominio, con abstract e testo integrale gratuito. Si cerca, si filtra, si trova, si legge. C’est plus facile.
Superati i preliminari, ci troviamo col nostro gaudente articolo in forma completa, quasi sempre in PDF.
Ma è un buon articolo o no? Dice il buon Roberto Vacca in “Comunicare Come” che è possibile usare delle scorciatoie di massima per intuire la qualità di una pubblicazione già solo dal suo aspetto esteriore. Ciò non vale solo per le riviste da edicola, ma può essere applicato anche per gli articoli scientifici.
La primissima scorciatoia, che permette immediatamente di pre-filtrare tutti gli articoli “boilerplate” dalla massa di potenziali buoni lavori, è vedere su che rivista è pubblicato il nostro studio. Boilerplate significa letteralmente “lamiera da scaldabagno”, indica concettualmente qualcosa di spesso, pesante e pressoché inutile. Il 99,9% degli articoli contenuti in quelle rivistine che vi arrivano a casa gratuitamente, sponsorizzate da qualche azienda, volte magari alla promozione dell’ultimo miracolistico ritrovato della scienza sono appunto “boilerplate”. Roba buona per creare spessore, riempire la busta dei campioncini gratuiti offerti ai congressi e aggravare la crisi dei rifiuti. Spesso mancano di abstract e di analisi statistica, hanno campioni inadeguati senza indicazioni su come sono stati composti, sono poveri di grafici illustrativi dei risultati, mancano di chiari criteri di inclusione od esclusione, usano scale di valutazione semisconosciute o obsolete, propongono una discussione esile nella lunghezza e debole nei contenuti, hanno una bibliografia esitante, insufficiente o incoerente. Ripeto: è una scorciatoia, magari qualche perla la si trova pure, ma potreste pagare il prezzo di sfogliare centinaia di pagine ad impatto zero.
Seconda scorciatoia: il ranking della rivista. Ovvero un indice sintetico che rappresenti l’affidabilità, la penetrazione, l’impatto di una rivista (e di riflesso, degli articoli in essa pubblicati). Quando sono indeciso fra due lavori da leggere, simili nei contenuti, uso l’indice SJR per decidere quale prendere. Lo Scimago Journal e Country Rank è un indice sintetico, rappresentativo degli indicatori di qualità delle riviste scientifiche, messo a punto partendo dal database Scopus. Potete trovarne il portale (accesso pubblico) all’indirizzo: http://www.scimagojr.com/index.php. A parità di condizioni, quindi, scegliere l’articolo pubblicato sulla rivista con lo SJR più alto. Dai risultati delle ricerche potrete trovare anche l’H-Index, altro indice sintetico di qualità. Generalmente SJR e H-Index concordano: lo SJR è però molto più simile all’algoritmo di posizionamento di Google (PageRank). Anche se l’H-Index ha una storia molto più solida, se posso gli preferisco lo SJR, questione di gusti personali. Per fare qualche esempio: “Neurorehabilitation and Neural Repair” ha un H-Index di 19 e uno SJR per il 2006 di 0.341, “Functional Neurology” (italiana) ha un H-Index di 16 e uno SJR per il 2006 di 0.093, “Stroke” ha un H-Index di 124 e uno SJR per il 2006 di 0.863. Quale scegliereste?
Terza scorciatoia: il numero di citazioni di un articolo. Ovvero, quante volte un dato articolo è entrato a far parte della bibliografia di un altro lavoro. Indice ovviamente empirico di affidabilità e rappresentatività, ma molto rapido a consultarsi grazie a Google Scholar (indirizzo: http://scholar.google.it/schhp?hl=it&lr=). Il suo perché è molto semplice: se un articolo è buono, verrà citato più spesso di un articolo di qualità inferiore. Basta scrivere il nome dell’articolo e leggere quante volte è stato citato. A parità di condizioni, scegliere l’articolo che è stato ripreso più volte in altri studi. Contro: se è un articolo è vecchio, probabilmente avrà avuto più tempo per essere citato. Un lavoro nuovissimo, magari di qualità eccellente, potrebbe non aver avuto ancora il tempo di farsi citare. Va da sé che non basta leggere il numero di citazioni e prenderlo per buono in senso assoluto: sarebbe opportuno metterlo in rapporto col tempo trascorso dalla pubblicazione e ottenere un indice (anche questo empirico ma molto rapido, valido appunto come scorciatoia concettuale) di citazioni/mese o citazioni/anno per lavori più datati.
Quarta scorciatoia: l’abstract. Gli abstract di quasi tutti gli articoli pubblicati nel tempo sono liberamente consultabili da PubMed o da altre banche dati a cui si ha accesso. L’abstract di un lavoro andrebbe considerato come un’istantanea dello stato di salute del lavoro stesso. Il miglior abstract possibile è quello che, spingendo l’idea al limite, può anche risparmiarvi la lettura del testo completo. Il che si traduce in: chiara dichiarazione degli obiettivi del lavoro e degli strumenti per la valutazione dei risultati; dichiarazione del tipo di studio e dei metodi usati per la composizione del campione e sue caratteristiche fondamentali; esposizione delle linee principali del protocollo di esecuzione dello studio; presentazione completa e sintetica dei risultati con indicazione dei loro livelli di significatività statistica; periodo conclusivo non meramente ripetitivo degli obiettivi in senso positivo/negativo, ma arricchito da elementi propositivi. Un abstract fatto bene si avvicinerà molto a queste caratteristiche ideali: la cura dedicatagli sarà un buon fattore predittivo per un medesimo zelo riposto nella stesura del testo del lavoro.
feb
20
McNudo
Filed Under Cultura e attualità, Inviti alla lettura, Saggistica | Leave a Comment
“Queste pagine sono nate all’interno del Laboratorio Autogestito, luogo contaminato e contaminante di controinformazione, musica, arte, altrove in un luogo qualsiasi del verde Trentino. Sono nate in fotocopia, diffuse tra amici durante i concerti, i dibattiti, le mostre. Molte di queste prime copie sono macchiate di birra, sporcate da cenere di sigaretta, ad uso e consumo di una realtà autogestita che amava sognare assieme, lottare assieme, creare assieme. Questa realtà è stata cancellata dal grigio pensiero dei calcoli politici, che ci hanno definito incompatibili con la città, per il troppo colore. Era il mondo alla McDonald’s, grigio, piatto, calcolatore che stava iniziando a dilagare. Molti sono già rimasti intrappolati in questa invisibile ragnatela qualunquista.
Così, prima che questo nulla dilaghi, abbiamo deciso di sferrare un colpo a questo globalizzato McWorld, al suo cuore, al suo simbolo, decidendo di rivedere l’opuscolo iniziale, ampliandolo, correggendolo, dotandolo in appendice d’un piccolo manuale di resistenza alla McInvasione. Un trenino per il mondo McDonald’s, un mondo fatto di pagliaccetti colorati e divertenti, sorridenti personaggi e fischiettabili pubblicità, un mondo che dai finestrini appare sicuro, confortante, amichevole, perfino generoso. Abbiamo provato a spaccare il McVetro, e l’invitante s’è fatto nauseante. Questa locomotiva non sarà ideologica. Pensiamo che la cruda e talvolta grottesca McRealtà sia più stimolante alla riflessione rispetto ad astratte gabbie mentali simboleggiate sempre più da sterili slogan, così simili ai McStrumenti, che isolano anziché liberare.” Luther Blissett e Cyrano Autogestito
Opinione personale:
Volendo lo si legge in quarto d’ora. In attesa dal dottore, in macchina nel traffico, in bagno, nella pausa caffè…o mangiando un panino da McDonald’s per fare i “furbi all’italiana”. Non vi preoccupate del fatto che è assolutamente impossibile trovarlo in forma cartacea, è un libro senza copyright (o meglio, coperto da Creative Commons), quindi la sua distribuzione e duplicazione è libera e non perseguibile se non fatta per trarne profitto. In poche pagine potrete godervi una fotografia del McMondo, del McLavoro o McJob (neologismo di recente entrato a far parte del dizionario inglese ufficiale come definizione di un lavoro dipendente temporaneo, scarsamente appagante, senza prospettive per il futuro e/o crescita professionale e personale), del McBambino e delle McNefandezze. Il mondo Mc messo a nudo.
Scoprite com’è fatto un hamburger della famosa catena di fast food, come sono buone le patatine fritte in olio “rigorosamente vegetale” e tanto altro ancora. Un’iniezione di colesterolo buono per compensare il tanto colesterolo cattivo con la faccia da clown.
Titolo: McNudo
Autori: Luther Blissett, Cyrano Autogestito
Editore: Nuovi Equilibri – Stampa Alternativa
Prezzo: 1,00 euro
Il libretto è sotto Licenza Creative Commons, ed è liberamente distribuibile.
Luther Blissett - McNudo (16)feb
18
Si conclude oggi la presentazione dei “Censored Eleven”, con gli ultimi quattro lavori, in ordine di data di rilascio, a essere stati messi all’indice. Si tratta di Coal Black and de Sebben Dwarfs, Tin Pan Alley Cats, Angel Puss e Goldilocks and the Jivin’ Bears.
Tanti altri sono stati i cartoon ad essere oggetto di scomunica di fatto (in gergo cattolico si intende la scomunica d’ufficio senza bisogno di notifica come latae sententiae) dopo e insieme a questi undici precursori messi al rogo nelle intenzioni inquisitrici degli USA. Di quelli che trattano di apologie razziste in sé mi interessa e sempre mi interesserà poco, ma nulla potrà spegnere la mia attenzione verso i cartoon di propaganda politico-militare prodotti durante la Seconda Guerra Mondiale e quelli che, nella loro intenzione di denuncia-caricatura dei costumi degli afro-americani, presentano accompagnamenti presi a prestito dal meglio della rappresentanza jazz-blues-soul d’epoca. Sto sondando il terreno per vedere se c’è la possibilità (proprio in termini di fonti video e documentali) di organizzare degli omonimi “percorsi essenziali” nei due campi. Buona visione.
Coal Black and de Sebben Dwarfs
Prodotto nel 1943 da Leon Schlesinger e diretto da Clampett, questo cartoon presenta una reinterpretazione in chiave afro-americana della favola di Biancaneve. Lo stile è quello della iconografia razzista della prima metà del secolo (ricordo che ancora negli anni ’60 negli USA era in corso la battaglia per i diritti civili della comunità afro-americana), ben accetta dalla maggioranza bianca del tempo. E’ uno dei lavori d’animazione più controversi nell’intera produzione della Warner Bros: di rado visto in TV, non è mai entrato, ad esempio, nel mercato dell’home-video. Anche se è considerato il capolavoro di Clampett (anche per la sua ispirazione agli stereotipi dello swing e del jazz) è stato marchiato d’infamia con il suo inserimento nella lista degli “Undici Censurati”: undici cartoni basati sull’umorismo razzista e sull’iconografia bianca della negritudine. La storia è ambientata negli USA durante la seconda guerra mondiale (non molto dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor) e l’atmosfera favolesca di Biancaneve è sostituita da un’impalcatura dai toni maliziosi, ispirati dalla percezione delle dinamiche sociali dei ghetti. Originariamente Clampett voleva una jazz-band di colore per accompagnare il cartoon. A causa del rifiuto del produttore Clampett fu costretto ad utilizzare la banda che aveva già scritturato (Eddie Beals and his Orchestra) solo per la scena finale del lavoro, lasciando il resto della composizione musicale ad un “alfiere” della Warner, Carl Stalling.
Tin Pan Alley Cats
Ecco un altro vero capolavoro ingiustamente finito sul patibolo dei censori, firmato Bob Clampett. Visto il successo di pubblico avuto con Coal Black, Clampett decide di battere il ferro a caldo dirigendo un’altra apologia in “all-black”, poggiandosi su una caricatura felina al limite del formidabile di Fats Waller. Credetemi: due soltanto sono i jazzisti riprodotti così efficacemente in versione animata: lui e Cab Calloway. Non c’è molto spazio per gli altri. In realtà il tema proposto è trito e ritrito: come in Sunday Go to Meetin’ Time di Freleng si tratta il tema della dissoluzione (Fats inizialmente sceglie il lascivo Kit Kat Club alla congregazione dello Zio Tom-Cat), seguita dalla paura di una visita all’Inferno con annessa conversione. La trama conta zero ed è poco più di pretesto per Clampett (che, si sottolinei, era molto lontano dall’essere un razzista, avendo una stima enorme per gli esponenti della nuova musica afro-americana, stavolta da intendersi proprio come ibridazione di culture) per dirigere a braccio un’antologia jazz che porta (parola di Waller) “ancora più su!”. Curiosità: ospiti del cartoon sono, in una scena della decadenza infernale, Hirohito, Stalin e Hitler. Bello, bello, bello.
Angel Puss Il meno convincente degli undici e contemporaneamente, mistero della fede, l’unico a cui la Warner da ancora oggi una caccia spietata su YouTube e allegra compagnia. Trama banalotta: tal Li’l Sambo (e qui si dovrebbe aprire un ampio discorso su cosa il nome Sambo si porta dietro per la comunità nera d’America, basterà per ora dire che indica in genere lo schiavo compiaciuto della sua posizione, mediamente instupidito, totalmente ignorante, volto al mero divertimento del panciuto padrone bianco con canti, frizzi e lazzi) si trova nella situazione di dover affogare un gatto che si dimostra più furbo del previsto: oltre a scampare all’affogamento torna indietro e si fa passare per la coscienza di Sambo, convincendolo a varie amenità. Unico elemento di novità: credo sia uno dei primi cartoon in cui il “furbo della situazione” viene alla fine ucciso a fucilate, pur rientrando subito dopo con cotanto di sfilata delle sue nove vite.
Goldilocks and the Jivin’ Bears Caricatura in chiave all-black della favola di Riccioli d’Oro e i Tre Orsi. In questo caso, i tre orsi sono anche musicisti jazz che non perdono davvero mai occasione per una jam-session…a spese del povero Lupo Cattivo. Cosa c’entra il Lupo Cattivo nella favola dei Tre Orsi? Il cartoon è stato prodotto nel 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale. Cappuccetto Rosso (anche lei versione in black) è operaia presso la Lockheed, impegnata a tempo pieno nello sforzo bellico, e il Lupo deve trovare altre fonti di sostentamento. Peccato che alla fine dell’incontro con i tre (quattro compresa Riccioli d’Oro) assatanati dello swing avrà da rimpiangere amaramente il Cacciatore. Non un capolavoro, ma senza dubbio simpatico.
feb
17
Continuo oggi la presentazione dei “Censored Eleven”, gli undici cartoon messi all’indice nel 1968 negli USA per i loro contenuti razzisti.
Friz Freleng ha diretto la maggior parte dei cartoon sulla lista nera (ben 4), seguito da Tex Avery con tre e Bob Clampett con due. Rudolf Ising, come Chuck Jones, compare nella lista con una sola direzione. Angel Puss è l’unico cartoon presente fra i Looney Tunes, gli altri dieci sono tutti dalla serie Merrie Melodies.
Oltre a questi, altri cartoni sono scomparsi dalla circolazione dopo la creazione della lista, come i vari Looney Tunes con Bosko fra i personaggi, la serie Inki di Chuck Jones e un gran numero di cartoon prodotti durante la Seconda Guerra Mondiale, focalizzati su stereotipi sui tedeschi, sui giapponesi e sugli italiani.
4. Uncle Tom’s Bungalow
Caricatura de “La capanna dello zio Tom”, è un cartoon razzista “a due sensi”. L’unico bianco è definito “vipera”, la bambina bianca all’inizio del cartone animato è impacciata e ignorante al punto da non riuscire a fare lo spelling di “cat”. In contemporanea sono però presentati molti fra i luoghi comuni sugli afro-americani, in particolare sul solo slang, sulle loro abitudini di vita nel Nuovo Mondo e sulla tratta degli schiavi, sul gioco d’azzardo.
5. Jungle Jitters
Scene di vita quotidiana in un villaggio di cannibali del centro Africa, con annesso invadente piazzista bianco che viene visto come un ottimo tacchino da festa. Presentato di forza alla regina incuriosita dalla venuta di questo visitatore, preferisce la cottura in brodo al matrimonio con la racchia, incantata dal suo modo (goffo e claudicante, fra l’altro) di parlare. Carino, mi è piaciuto.
6. The Isle of Pingo Pongo
Cortometraggio di Tex Avery, in cui viene seguito un gruppo di turisti durante la loro visita sull’isola di Pingo Pongo. Si tratta di un tema (visita guidata con turisti in chiava animata) abbastanza comune all’epoca, ma in questo cartoon vi è una densità non comune di stereotipi razzisti frequenti del pensar comune del bianco nei confronti del nero. Visto lo humour intrinseco nel lavoro, c’è da pensare che Avery in fondo lavorò in buona fede, vivendo la produzione di questo cartone animato più come un’operetta d’intrattenimento puro, con un tributo al canto in scat di Fats Waller. E’ tutt’ora considerato un cartoon “proibito”: viene da pensare, con tutta la roba di infima qualità che gira oggi nelle varie TV e specialmente nel contesto delle tv pubbliche americane, quanto possa “The Isle of Pingo Pongo” essere considerato degno di censura. Divertente.
7. All This and Rabbit Stew
Questo cartoon è stato l’ultimo in cui Avery ha diretto Bugs Bunny, in ordine di rilascio al pubblico. Il titolo è la caricatura di “All This and Heaven Too”. La trama è molto semplice: a Bugs Bunny viene data la caccia da un cacciatore di colore, molto simile nei modi e nelle movenze a Stepin Fetchit. Dopo aver ingannato il cacciatore varie volte alla sua maniera, Bugs completa l’opera vincendo a dadi l’intero vestiario dello sfortunato cacciatore. Pare sia stato il primo cartoon a proporre la gag del cacciatore che corre nel tronco cavo finendo puntualmente in un dirupo. Ultima curiosità: una volta che Bugs spoglia di ogni suo avere il cacciatore, quest’ultimo esce da un cespuglio vestito solo di una foglia con la battuta “Call me Adam!” (Chiamatemi Adamo!), ma durante la dissolvenza in uscita finale Bugs gli ruba anche quella!
feb
16
Dato che sono allergico ad ogni tipo di censura, ma con di tipo anacronistico rischio addirittura lo shock anafilattico, vi presento oggi i cosidetti “Censored Eleven”. Cosa sono, dunque, questi “Undici Censurati”? Si tratta in buona sostanza di undici cartoon delle serie Looney Tunes e Merrie Melodies messi all’indice nel 1968 negli Stati Uniti dalla United Artist, per i loro riferimenti para-razzisti alla negritudine. Da allora questi cortometraggi non vengono diffusi in via ufficiale, ne tantomeno mandati in onda. Di solito, anche nei periodi più bui della censura, era sufficiente sfrondare i cartoon delle singole scene in cui o si manifestava un richiamo a un qualche concetto razzista o delle scene in cui venivano presentati comportamenti giudicati come offensivi o da non imitare, visto il target a cui erano indirizzati (alcool, droghe, fumo, piromania, maltrattamento di animali, gioco con agenti chimici). Nel caso di questi undici cartoni, invece, i temi razzisti furono giudicati così permeanti da renderli incompatibili con l’epurazione. Si tratta di argomenti che, sinceramente, hanno fatto il loro tempo: non capisco come nei vari commenti su YouTube ai video ci sia gente che oggi, nel 2008, si infiammi per questi lavori ormai d’epoca e fuori dal giro del grande pubblico, si infiammi per delle “faccette nere”, per le caricature dei cannibali, per uno stile di vita anni ’20 sregolato e ormai morto e defunto (e compianto), per le “allegre signorine”, per i coltivatori di cotone.
Poi ripenso al fatto che la messa all’indice è stata fatta dagli Stati Uniti, la patria dei teo-con dove negli anni ’60 ancora si lottava per i diritti dei neri, e tutto diventa chiaro.
Dal punto di vista dell’accompagnamento musicale alcuni di questi cartoon sono dei piccoli capolavori: spirituals, minstrel show, jazz, blues, gospel. Mi riferisco in particolare a quelli su cui ha lavorato Bob Clampett e a Clean Pastures (dove c’è un cameo anche per Cab Calloway). Molto divertenti le varie presenze di Fats Waller, col suo solito motto: “What’s the matter with him?”.
E’ un peccato che vadano persi, d’altronde basterebbe avere il quoziente intellettivo intorno ai 70 punti (al limite del ritardo mentale) per apprezzarli per quello che sono oggi: cartoni animati, intrattenimento. Prendendo atto però che le madri dei fessi, degli stupidi e degli imbonitori sono sempre incinte, dobbiamo correre il rischio di perdere queste rarità.
I cartoni del gruppo denominato “Censored Eleven” sono:
1. Hittin’ the Trail for Hallelujah Land (1931, diretto da Ising)
2. Sunday Go to Meetin’ Time (1936, diretto da Freleng)
3. Clean Pastures (1937, diretto da Freleng)
4. Uncle Tom’s Bungalow (1937, diretto da Tex Avery)
5. Jungle Jitters (1938, diretto da Freleng)
6. The Isle of Pingo Pongo (1938, diretto da Avery)
7. All This and Rabbit Stew (1941, diretto da Avery)
8. Coal Black and de Sebben Dwarfs (1943, diretto da Clampett)
9. Tin Pan Alley Cats (1943, diretto da Clampett)
10. Angel Puss (1944, diretto da Chuck Jones)
11. Goldilocks and the Jivin’ Bears (1944, diretto da Freleng)
I primi tre sono a seguire, gli altri otto saranno presentati in due articoli successivi, domani e dopodomani.
Cliccando QUI potrete consultare l’articolo relativo a questa “lista nera” su Wikipedia (in inglese). Le brevissime descrizioni che ho riportato per ogni cartoon sono estratte dai relativi articoli sull’enciclopedia libera, tradotte in italiano e integrate da alcune considerazioni personali.
1. Hittin’ the Trail to Hallelujah Land
Trama ridotta all’osso: Piggy cerca di salvare la sua ragazza e un cagnesco Zio Tom dalle grinfie di predicatori e villani. Le citazioni a Steamboat Willy della Disney si sprecano, vedere per credere.
La trama parla delle disavventure di uno svogliato uomo di colore nell’ambito degli stereotipi dei minstrel show e del canto spiritual. Il pastore della comunità (un grassoccio) chiama a raccolta i fedeli: si vede una selezione di ogni luogo comune esistente, dalla matrona al giocatore d’azzardo. Il protagonista fugge alla chetichella dalla Chiesa, ma dando la caccia ad una gallina si ritrova all’Inferno. Paura e conversione.
Capolavoro. C’è grossa crisi in paradiso (qui chiamato Pair-O-Dice, con riferimento al gioco dei dadi), non c’è verso di far arrivare gente dal quartiere di Harlem. La Hades Inc. ha migliori risultati e così un angelo viene mandato sulla terra per reclutare anime, fallendo miseramente. Ma quando il Padreterno manderà nel quartiere la sua jazz-band, il pienone sarà garantito. Con un ospite finale inatteso. Camei per Cab Calloway, Fats Waller, Louis Armstrong, Stephin Fetchit.