apr
18
TESINA IN FARMACOLOGIA
Documento pubblicato sotto Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Autore: Claudio Gatta
Titolo: IL DIABETE MELLITO E LA TERAPIA FARMACOLOGICA
Pagine: 18
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Introduzione (in extenso): Il diabete mellito è una delle malattie metaboliche più diffuse (tra i bambini e gli adolescenti è certamente la più comune: in Italia i portatori della malattia sono circa 20000). Il termine diabete deriva dal greco diabetes e significa passare attraverso. Uno dei segni clinici più distintivi di tale patologia è, infatti, la presenza di zucchero nelle urine, che vi giunge attraverso il rene quando la sua concentrazione nel sangue supera un certo valore. A questo termine è stato aggiunto mellito in quanto le urine, proprio per la presenza di zucchero, sono dolci e, anticamente non c’era altra possibilità diagnostica che assaggiarle!
Oggi il termine è tuttora valido in quanto serve a distinguere questo diabete da un’altra malattia detta diabete insipido, anche se quando si parla semplicemente di diabete s’intende il diabete mellito. Il Diabete Mellito è una condizione caratterizzata da un patologico aumento della concentrazione di glucosio nel sangue. Responsabile di questo fenomeno è un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone secreto dalle insule di Langherhans del pancreas ed indispensabile per il metabolismo degli zuccheri.
Nel giugno del 1997, un comitato internazionale di esperti ha rilasciato un comunicato contenente le nuove raccamondazioni per la classificazione e la diagnosi del diabete mellito. Queste nuove raccomandazioni sono il risultato di più di un anno di collaborazione tra esperti della American Diabetes Association e della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’uso dei sistemi di classificazione e dei criteri diagnostici standardizzati facilita un linguaggio comune tra pazienti, medici e gli altri professionisti e scienziati.
INDICE
Introduzione
Classificazione precedente
Cambiamenti nel sistema di classificazione
Sintomi
Nuovi criteri diagnostici per il Diabete Mellito
Emoglobina glicata
Impatto del nuovo criterio diagnostico
Principali complicanze del Diabete Mellito
I cani di Banting e Best: l’insulina
Terapia Insulinica
Terapia Insulinica: effetti collaterali
I farmaci ipoglicemizzanti orali
Le Sulfoniluree
Le Biguanidi
Altri farmaci ipoglicemizzanti
La crisi ipoglicemica
Conclusioni
Appendice
Bibliografia
Claudio Gatta - Il diabete mellito e la terapia farmacologica (29)
apr
13
I Quaqquaraquà
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Premessa: riporto questa notizia a prescindere dalla mia posizione politica. Voglio solo far notare come certi cittadini della Banana Republic, anche detti Quaqquaraquà (dal loro ciarlare indistinto), siano deprimenti nella loro ignoranza e irritanti nella loro intolleranza. Allora via le bandiere della Patria dalle scuole, perchè anch’esse ricordano un partito. Par Condicio? Per favore…
Per la cronaca: ho votato, anche se appartengo alla categoria dei trasversalmente sfiduciati dalla politica, che per ora sta pesando almeno del 4% sul computo totale dei voti, tenendo conto dei dati sull’affluenza. Gli sfiduciati valgono un partito, ormai. Varrà la pena di presentarci alle prossime elezioni politiche.
«Quell’arcobaleno disegnato da un bimbo ricorda un partito»: esponente Pdl lo rimuove
AREZZO (13 aprile) – L’arcobaleno tracciato su un disegno dalla mano ingenua di un bambino, e rimasto affisso in un’aula adibita a seggio, richiama il simbolo di un partito e per questo deve essere rimosso: è la tesi sostenuta da un rappresentante di lista del Pdl, che ha preteso la rimozione del disegno stesso. L’episodio è avvenuto a San Giuliano, frazione del comune di Arezzo. Il rappresentante di lista ha fatto notare il disegno al presidente di seggio che lo ha fatto togliere.
fonte: Il Messaggero
apr
10

Approfitto di un commento lasciato su OkNotizie al mio Invito alla Lettura del libro “Hiroshima, il racconto di sei superstiti” per proporre la testimonianza di un sopravvissuto della bomba atomica di Hiroshima, raccolta il 6 agosto 2006. Si tratta di Akihiro Takahashi (in foto), hibakusha, ovvero sopravvissuto alla bomba atomica in lingua giapponese. E’ stato Direttore del Peace Memorial Museum di Hiroshima.
Le condizioni di diffusione di questo documento prevedono la citazione del traduttore, Francesco Iannuzzelli, e la fonte, PeaceLink.
Mi chiamo Akihiro Tahakashi. In rappresentanza dei sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima, sento un forte senso di responsabilita’ del raccontarvi la mia esperienza a riguardo durante questa conferenza contro l’Uranio Impoverito. Nonostante tutto il tempo che e’ passato, e nonostante tante altre cose siano successe, la devastazione causata dal bomba atomica e’ scolpita nella mia memoria.
Il 6 Agosto 1945, alle 8 e 15, la prima bomba atomica esplose su Hiroshima. Avevo 14 anni ed ero uno studente del secondo anno della scuola superiore. Mi trovavo nel campo da gioco della scuola a circa 1,4 chilometri dall’ipocentro, il punto dell’esplosione della bomba.
L’effetto complessivo provocato dal calore, dall’esplosione e dalle radiazioni della bomba atomica sono qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Quasi tutta la citta’ fu bruciata e rasa al suolo e la maggior parte della popolazione che ci viveva fu uccisa. Posso solo dire che un tale indiscriminato bombardamento fu di una atrocita’ diabolica e immorale. Secondo coloro che sganciarono la bomba, la completa distruzione di citta’ e il massacro di civili innocenti e disarmati era un’azione giustificata per vincere la guerra.
Il Giappone era in guerra da 15 anni. L’incidente in Manciuria del 18 settembre 1931 fu l’episodio iniziale di una serie di schermaglie che portarono in seguito, il 7 luglio 1937, alla guerra contro la Cina e a tutta una serie di combattimenti che si etesero nel Pacifico fino all’attacco a Pearl Harbor del 8 dicembre 1941.
Il Giappone condusse una guerra di aggressione contro la Cina e altre nazioni asiatiche, colonizzando la penisola coreana per 36 anni. Fu un terribile errore.
“Andati, soldati, andate!” – questa frase appariva nei libri di scuola che leggevo alle elementari. Durante la guerra eravamo tutti sottoposti ad un’educazione fortemente militarista. La maggioranza degli studenti delle scuole superiori di quel periodo davano per scontato che sarebbero diventati militari una volta finita la scuola. Io stesso pensavo di entrare nell’Aeronautica della Marina Militare presso Kasumigaura, nella prefettura di Ibaraki.
A scuola indossavamo tutti un uniforme, giacchetta bianca con sette bottoni, pantaloni bianchi e un cappello anch’esso bianco. Ma la divisa dei piloti era molto piu’ bella. I nostri insegnanti di raccontavano di quale privilegio fosse diventare un pilota di aerei della Marina Militare, e di come fosse giusto e necessario marciare in territorio nemico e uccidere piu’ nemici possibile. E noi credevamo loro.
Ad ogni modo, il Giappone perse la guerra. Accadde quando ci rendemmo conto di quanto sbagliato fosse il militarismo; quando venimmo a conoscenza delle sofferenze e del dolore provocato dal Giappone ai nostri vicini asiatici. Sono convinto che la responsabilita’ principale della guerra e’ del governo giapponese che la comincio’… ma al tempo stesso mi sento profondamente dispiaciuto e in colpa come giapponese che visse durante la guerra, anche se al tempo ero solo un ragazzo. Mi fu insegnato che era giusto uccidere la gente, e lo credei. Oggi, nonostante l’insegnamento ricevuto, penso che tali idee siano totalmente sbagliate. Ma mi pento profondamente delle mie convinzioni di allora.
Durante la guerra, gli studenti delle scuole superiori venivano spesso chiamati a svolgere mansioni di vario tipo: invece che studiare, dovevamo demolire delle case di cittadini per ordine del governo. Queste demolizioni servivano per creare delle zone tagliafuoco dove la gente potesse fuggire in caso di bombardamenti aerei statunitensi. I residenti delle case demolite non avevano altra scelta che abbandonare le loro abitazioni e trasferirsi altrove presso parenti o amici. Venivano evacuati con la forza su ordine del governo.
Il 6 agosto, giusto poco prima dell’esplosione atomica, c’era stato un allarme aereo, rientrato subito dopo. Sentendoci al sicuro, eravamo andati all’aperto sul campo da gioco in attesa dell’inizio delle lezioni. C’erano circa 150 studenti sul campo, dei quali circa 60 erano miei compagni di classe. Vedemmo in quel momento un bombardiere B29 statunitense che si avvicinava, nonostante l’allarme fosse rientrato. Non avremmo mai immaginato che questo aereo stesse trasportando una bomba atomica.
In Hiroshima, il cielo era perfettamente azzurro quel mattino. Sentendoci tranquilli, osservammo il B29 mentre volava sopra le nostre teste lasciando una bella scia bianca. A un certo punto il nostro insegnante corse fuori dalla stanza dei docenti gridando “Attenzione!”. Fu in quel momento che avvenne la tragedia.
Sentii un incredibile rumore e un’oscurita’ totale copri’ i miei occhi. Impossibilitato a vedere alcunche’, non avevo idea di cosa fosse successo. Alcuni dicono che ci fu un lampo, ma non lo ricordo. Ho sentito dire che ci fu una intensa luce blu in tutte le direzioni, seguita da una potente esplosione. Fummo scaraventati via senza poter opporre alcuna resistenza. Dopo un po’ ripresi conoscenza, mentre il fumo che aveva coperto tutto comincio’ a diradarsi e un po’ di luce riapparve. Ero stato scaraventato a circa 10 metri rispetto a dove mi trovavo prima dell’esplosione ed ero caduto sul selciato. Era stata l’onda d’urto a gettarmi cosi’ lontano. Mi resi conto che anche gli altri 150 studenti erano stati scagliati in tutte le direzioni e giacevano a terra intorno al campo da gioco. La scuola, costruita in legno, era rasa al suolo. Ogni casa e ogni palazzo che circondava la scuola era crollato a causa dell’esplosione. Guardai in lontananza e non vidi nessuna casa, tutto era crollato a parte alcuni palazzi in cemento. “Oh no, Hiroshima e’ sparita”, pensai. Poi mi resi conto delle condizioni del mio corpo. La mia divisa scolastica era tutta bruciacchiata e lacerata. Al momento dell’esplosione della bomba atomica nel cielo, la mia uniforme aveva preso fuoco, bruciando fino a ridursi in brandelli. La pelle si era staccato dalla mia testa e lungo la mia schiena, fino alle braccia, alle mani e alla gambe. Potevo vedere la mia carne viva, rossa, esposta, con solo alcuni brandelli di pelle rimasti, bruciati dai raggi di calore. Rendendomi conto che le mie condizioni erano simili a quelle di moltri altri studenti intorno a me, fui colto dal panico.
“Scappa al fiume in caso di bombardamento aereo”. Mi ricordai quello che mi era stato insegnato durante le prove di evacuazione. Lasciai allora il campo da gioco in direzione del fiume. Sulla strada sentii qualcuno chiamare il mio nome da dietro “Hey, Takahashi, Takahashi, aspettami, aspettami”. Mi girai e vidi un mio amico, Tatsuya Yamamoto. Mi stava chiamando. Eravamo compagni di classe, andavamo a scuola insieme tutti i giorni. Stava piangendo, “Mamma, aiuto, aiuto”. Piangeva senza sosta. Gli dissi, “Smetti di piangere, e’ inutile. Muoviti invece o potremmo trovarci nei guai. Dobbiamo andarcene da qui, subito”. Un po’ lo scuotei e un po’ lo incoraggiai. Durante la guerra portavamo un cappellino che chiamavamo “berretta da combattimento.” La’ dove copriva le nostre teste ci era rimasto ancora qualche capello, ma il resto era stato tutto bruciato dal calore. Il cappellino, naturalmente, era volato via.
Un gran numero di sopravvissuti stava scappando in tutte le direzioni. Tenevano le braccia dritte davanti a loro, mentre la pelle bruciata penzolava dalle loro dita. I loro vesti erano tutti stracciati. Alcuni erano praticamente nudi, con la pelle assente e la carne viva a vista. Tutti scappavano, trascinandosi a piedi nudi, ciondolando. Sembrava una processione di fantasmi. Molti nella processione erano gravemente feriti. Un ragazzo era ricoperto di frammenti di vetro dalla cintola in su, probabilmente si trattava di frammenti di una finestra frantumata dall’esplosione. Potevo vedere alcuni di questi frammenti anche nel mio corpo, in diversi punti, dal torace alle braccia. Una donna era coperta di sangue con un occhio che penzolava. Anche questo a causa dell’esplosione. Un uomo sulla sinistra era ustionato cosi’ gravemente che la pelle della sua schiena era completamente lacerata e mostrava la carne viva bruciata. C’erano molti corpi morti. Tra di loro vidi una donna ridotta in condizioni indescrivibili. I suoi organi interni era sparsi per terra. Anche questo era dovuto all’esplosione.
Vidi anche un bimbo che giaceva a fianco di una donna, probabilmente sua madre. Ambedue avevano delle ustioni molto gravi e la maggior parte della pelle mancava. Il bimbo emetteva un lamento acuto, era ancora vivo. Ma noi eravamo solo ragazzi, non potevamo fare nulla per salvarlo. Un cavallo giaceva morto,col suo collo in una mangiatoia e la pelle rimossa dalla gran parte del corpo. Tutto era una scena orribile, impossibile da descrivere a parole. Ci dirigemmo verso il fiume. I detriti delle case distrutte dall’esplosione bloccavano tutti i vicoli dalla strada principale verso il fiume. Era impossibile camminare normalmente. Ci arrampicavamo disperatamente sopra i detriti delle case, camminando a quattro zampe, e finalmente riuscimmo ad arrivare alla sponda del fiume. Non appena la raggiungemmo, i detriti delle case che avevamo appena attraversato presero fuoco. L’incendio si propagava velocemente e un’alta colonna di fumo si alzo’ nel cielo con un suono fragoroso, come l’eruzione di un vulcano. Ancora oggi ricordo quanto ero spaventato.
Fummo molto fortunati a fuggire dall’incendio. Il fuoco bruciava i detriti delle case che avevano spontaneamente preso fuoco per via del calore, e molti restarono intrappolati al loro interno senza alcune speranza di essere salvati. L’incendio avanzava rapidamente e molti sopravvissuti non ebbero altra scelta che abbandonare i propri cari mentre morivano tra le macerie. In un raggio di due chilometri dal centro dell’esplosione, il fuoco brucio’ qualsiasi cosa incluse le case, per la maggior parte costruite in legno. Mentre arrancavamo verso la riva del fiume, vedemmo un piccolo ponte che era miracolosamente rimasto intatto dopo l’esplosione. Quel ponte salvo’ le nostre vite. Attraversai il ponte e mi resi conto che il mio amico Yamamoto non era piu’ con me. In seguito scoprii da sua madre che era stato portato a casa da un gentile straniero, ma mori’ dopo 6 settimane, il 16 settembre, a causa degli effetti delle radiazioni. Attraversai il ponte e arrivai sull’altra sponda da solo.
L’altra sponda era a 3 chilometri dall’esplosione. Fortunatamente l’incendio non arrivava fin li’. “Ce l’ho fatta”, pensai. E mi lasciai andare. Non riuscii piu’ a trattenere le lacrime. Al tempo stesso, mi accorsi che il mio corpo stava diventando caldo – terribilmente caldo – e quindi entrai nel fiume e mi immersi nell’acqua. L’acqua diede un grande sollievo al mio corpo ustionato. Ero circondato da cadaveri galleggianti nel fiume. Sembrava l’inferno. Migliaia di persone stavano immergendo i loro corpi come me, ma molti morivano ed erano trasportati via dalla corrente del fiume.
Subito dopo uscii dall’acqua e andai a una postazione di soccorso arrivata li’ dalle montagne. Fui velocemente medicato e mi riposai. Molte vittime del bombardamento aspettavano in coda per una medicazione. All’improvviso, delle grosse gocce scure di pioggia cominciarono a cadere. Era la cosiddetta “pioggia nera”. La pioggia nera si era formata per via delle polveri alzatasi in cielo a causa dell’esplosione. Questa pioggia nera era radioattiva. Alcuni che furono esposti a questa pioggia svilupparono in seguito malattie tipiche di esposizione a radiazioni. Fortunatamente, mi trovavo al coperto in una tenda e non fui contaminato dalla pioggia. Osservando la pioggia nera, sembrava tutto cosi’ strano: non avevo mai visto prima una cosa del genere. Aspettai che la pioggia smettesse e mi incamminai verso casa da solo. Ero preoccupato, temevo di non farcela a camminare per 6 chilometri soffrendo di ustioni cosi’ gravi.
Dopo aver camminato per un po’, sentii ancora qualcuno che mi chiamava: “Takahashi, Takahashi, portami a casa con te”. Era un lamento, che veniva dal lato della strada. Guardai meglio e trovai un mio compagno di classe, Tokujiro Hatta. Vivevamo nella stessa citta’ e andavamo a scuola insieme tutti i giorni. Osservai il suo corpo: la pelle era caduta dalle piante dei piedi e la carne viva era visibile. Era impossibile per Hatta camminare.
Gli chiesi “Come hai fatto ad arrivare fin qui?”. Mi rispose che uno straniero molto gentile lo aveva portato su una bicicletta. Ero preoccupato, non sapevo come aiutarlo. Era un mio compagno di classe, non volevo andare a casa da solo e lasciarlo li’. Volevo aiutarlo in qualche modo, ma non sapevo come fare. Nella sfortuna di essere vittima del bomardamento, aveva avuto pero’ la fortuna di non riportare altre ferite, per cui mi vennero in mente due idee per aiutarlo:
- che camminasse carponi come un gatto o un cane, in modo che i suoi piedi non toccassero per terra
- che camminasse sui talloni mentre io lo sostenevo da dietro.
Alternando questi due metodi riuscimmo a camminare insieme verso casa, ma molto lentamente, a passo di lumaca. Ancora adesso non ci posso credere che riuscimmo a farcela. Camminando in questo modo, ci riposavamo spesso sul ciglio della strada. In uno di questi momenti, notai mio zio e mia zia che si avvicinavano in lontananza. Fui felicissimo di vederli e li chiamai a gran voce. Anche loro erano sorpresi, non si aspettavano per niente di trovarmi in quel luogo. Erano sulla via del ritorno dalla campagna dopo aver visitato il funerale di un parente. Fummo estremamente fortunati a incontrarli.
Mio zio mi trasporto’ sulle spalle, mia zia porto’ il mio amico Hatta e in questo modo arrivammo finalmente a casa. Senza il loro aiuto, saremmo sicuramente morti lungo la strada e non avrei avuto la possibilita’ di parlarvi oggi.
Io e il mio amico arrivammo finalmente a casa grazie a una barella recuperata da mio nonno. Una volta giunto a casa, mia madre im spoglio’ tagliandomi i miei vestiti con le forbici, in modo da evitarmi il dolore che avrei provato nel togliermeli, sfregandoli contro le ferite aperte. Mi vesti’ con uno nuovo yukata, una specie di kimono dal cottone piu’ sottile. In seguito venni a sapere che il mio amico Hatta mori’ per via delle radiazioni l’8 di Agosto, due giorni dopo il bombardamento.
Le mie ustioni furono sottoposte a medicazione per un anno e mezzo. Fortunatamente uno dei nostri conoscenti era un medico e faceva visita due volte al giorno, la mattino e la sera. Questo medico era pero’ un otorinolaringoiatra e questo tipo di dottori di solito non hanno a che vedere con le ustioni; casomai sarebbe servito un chirurgo o un dermatologo. Non potevo comunque chiedere di piu’ perche’ con la citta’ completamente distrutta mancava tutto, dottori, infermieri, medicine e cibo. Si stima che circa 300 medici e 1800 infermiere fossero in Hiroshima al momento del bombardamento, e piu’ del 70% furono uccisi dalla bomba. In questo contesto riuscii comunque a sopravvivere e mi devo ritenere estremamente fortunato.
La medicazione pero’ era estremamente dolorosa. Le ustioni venivano coperte con bendaggi imbevuti di medicine. Ogni giorno il dottore veniva a rimuovere le bende. Siccome il calore dell’estate asciugava completamente le garze, restavano incollate alla ferita. Il dolore della rimozione delle bende era insopportabile: sangue e pus sgorgavano dalla ferita, e mi ricordo distintamente che urlavo “No! No! Fa male! Basta!”. Mio nonno lavava le garze, rimuovendo il sangue coagulato e il pus, e le sterilizzava nell’acqua bollente per il giorno dopo. Non c’erano altri trattamenti disponibili in Giappone dopo la guerra.
Sebbene sia sopravvissuto, dal 1971 soffro di epatite cronica che ritengo dovuta all’esposizione a radiazioni. Sono stato in ospedale 14 volte e al momento sono sottoposto a una cura che richiede 3 o 4 iniezioni alla settimana.
Soffro di molti problemi. Posso dire di aver sperimentato tutti i tipi di trattamento, a parte quelli ostetrici, ginecologici, pediatrici e psichiatrici.
Ogni giorno sono consapevole delle mie difficolta’ e di quanto sia doloroso continuare a vivere in queste condizioni. Nella disperazione, a volte, mi sono chiesto perche’ continuare a vivere per soffrire cosi’ tanto. Ma tutte le volte che la disperazione mi ha colto, mi sono fatto coraggio dicendomi che se sono riuscito a sopravvivere alla bomba atomica allora devo continuare a vivere. Per questo sono ancora qui.
Le cicatrici delle ustioni sono rimaste in molte parti del mio corpo. Fra queste, le ustioni sulla mia mano e sul braccio destro erano cosi’ gravi che dal gomito destro alle dita la pelle era caduta ed era visibile la carne viva. Il mio gomito e’ stato quindi bloccato a un angolo di 120 gradi e da allora non posso piu’ muoverlo. Le dita della mano destra, a parte il pollice, sono rimaste piegate e non posso muoverle. Devo affrontare numerose difficolta’ per via di questi impedimenti.
Quattro delle mie dita non si muovono. Ho cheloidi sul mio polso. Di solito un’ustione guarisce in circa un mese. Quando le mie guarirono, grosse quantita’ di pelle si accumularono sulla cicatrice e ho dovuto rimuovere chirurgicamente numerosi cheloidi.
Ho anche una atipica unghia nera che cresce dal mio indice destro. Un frammento di vetro taglio’ la radice di quest’unghia e, secondo un dermatologo, distrusse le cellule che la producono. Correttamente mi predisse che quest’unghia non sarebbe mai guarita. Cresce cosi’ spessa che non puo’ essere tagliata con delle normali forbici. Di solito la lascio crescere 2 o 3 anni, dopodiche’ una crepa appare spontaneamente alla radice dell’unghia e cade da sola. Ho donato queste unghie al Peace Memorial Musem di Hiroshima, dove sono esposte nella sezione dedicata ai danni della bomba. Anche i vestiti di Yamamoto, insieme a cui fuggii dopo il bombardamento, sono stati donati al Museo. Sua madre li aveva conservati come i suoi resti e i suoi parenti decisero di donarli al Museo nel giugno 2003.
Rividi i vestiti del mio amico il 2 Agosto 2004, dopo 59 anni. Nel guardarli non riuscii a trattenere le lacrime. Perche’ gli Stati Uniti uccisero’ senza pieta’ 7200 studenti innocenti? Ancora sento una punta di odio verso gli Stati Uniti.
Pero’ l’odio non distrugge mai l’odio. La’ dove c’e’ odio, non possiamo avere pace. Per quanto sia doloroso, dobbiamo superare i nostri sentimenti di odio. Anche nelle circostanze piu’ terribili, non dobbiamo mai dimenticare di aprire il nostro cuore agli altri. Ho riflettuto a lungo su questo dalla guerra in poi e lo tengo scolpito nella mia mente.
Di circa 60 compagni di classe, solo 14 sono ancora vivi. Io sono uno dei pochi sopravvissuti. Quasi 50, inclusi Yamamoto e Hatta, furono crudelmente uccisi dagli effetti della bomba atomica. Dalla guerra in poi, mi sono ripromesso di fare in modo che non siano morti invano. Vivo nella convinzione che sia dovere e responsabilita’ dei sopravvissuti riportare le voci inascoltate di coloro che sono deceduti. Vivo per conto dei miei amici morti.
Non importa quante volte cadiamo, noi, sopravvissuti alla bomba atomico, ci rialziamo sempre. E fino al nostro ultimo respiro continueremo tenacemente a lanciare appelli e azioni contro le guerre e per l’abolizione delle armi nucleari.
Se non rispettiamo il diritto internazionale, il mondo non conoscera’ mai pace.
Come abbiamo visto in Iraq, la vittoria, e certamente la pace, non possono essere ottenute con la forza. Dobbiamo dare valore a quanto costruito cosi’ faticosamente dalle nazioni del mondo ed essere determinati a vivere in coesistenza pacifica con gli altri popoli, le altre religioni e le altre culture. Credo fermamente che solo su queste basi possiamo costruire un mondo sicuro e prospero.
La famiglia umana deve affrontare la pesante eredita’ del ventesimo secolo, fatta di guerre, armi nucleari, terrorismo, riscladamento globale, carestie, profughi, violenze e violazioni dei diritti umani. Se le persone che vivono nel ventunesimo secolo non riusciranno a risolvere questi problemi, il secolo corrente potrebbe essere l’ultimo degli esseri umani sulla Terra. Rafforzo continuamente la mia determinazione a vivere i giorni che mi rimangono su questo pianeta in piena consapevolezza e responsabilita’. E voglio comunicare queste mie convinzioni e aspirazioni a tutti i cittadini del mondo.
Grazie per la vostra attenzione. Grazie.
apr
8
Sbattezzo: VITTORIA!
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Quando già avevo pronta la diffida per decorrenza dei termini, stamattina arriva una nuova comunicazione della Curia Arcivescovile circa la mia pratica di sbattezzo. Passati (molto abbondantemente, a dir la verità) i 15 giorni di “riflessione”, si è provveduto ad inoltrare disposizioni al parroco della chiesa dove sono stato battezzato di annotare la mia volontà di uscire per sempre dalla confessione religiosa denominata “Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. L’annotazione è avvenuta in data 22 marzo, data da cui anche formalmente non sono più un cattolico. Contestualmente mi è stata comminata la scomunica latae sententiae. Contenti loro, contento io!
Riporto di seguito la lettera inviatami oggi dal Vice Cancelliere Arcivescovile e ricordo a tutti i lettori che revocare il battesimo ed uscire dalla Chiesa è possibile. Per coerenza, per onestà, per integrità, per protesta, per libero vivere, per critico pensare. Ogni interessato troverà le sue motivazioni.
Ogni altra informazione è a vostra disposizione sulla scheda sullo sbattezzo dell’U.A.A.R. (Unione Atei Agnostici Razionalisti italiani).
Gentile Signore,
In risposta alla Sua richiesta di “non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica Apostolica Romana” datata 13 febbraio 2008, indirizzata al Parroco della Parrocchia S. Maria delle Grazie a Capodimonte, in Napoli.
Visto l’art.2 §7 del decreto generale della Conferenza Episcopale Italiana recante Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza, del 30 ottobre 1999, Le confermo di avere dato disposizione in data 17 marzo 2008, al parroco di S. Maria delle Grazie a Capodimonte, in Napoli, di apporre sul libro dei battezzati, concernente la volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata “Chiesa Cattolica Apostolica Romana “
Il predetto parroco, in data 22 marzo 2008, ha dichiarato di aver effettuato la predetta annotazione, che comporta le conseguenze di ordine giuridico riportate in nota*.
Napoli 4 aprile 2008
Il Vice Cancelliere Arcivescovile
* Conseguenze dì ordine giuridico:
- esclusione dall’incarico di padrino per il Battesimo e la Confermazione (cann.874 § 1; 893§ 1);
- necessità della licenza dell’Ordinario del luogo per l’ammissione al matrimonio canonico (canti. 1071 § 1,5°; 1124);
- privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento (con. 11S4§ 1,1°);
- esclusione dai sacramenti e dai sacramentali (cann. 1331 § 1,2; 915);
- scomunica latae sententiae (eun. 1364 § 1).
apr
7
Come perdere un amico e vivere felici (3)
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Terza puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.
Argomento di oggi: La prima settimana.
Il primo giorno è passato, la prima guerra è ancora in corso. E’ la guerra delle posizioni, dei compromessi, dei dialoghi e dei ragionamenti. Non bisogna pensare che il peggio sia passato, che l’amicizia creduta indissolubile sia acqua passata. La rete sociale in cui la vostra amicizia si è sviluppata non vi permetterà, per sua fisiologia, di mettere subito una pietra tombale sull’avvenuto. E sul vostro ormai ex-amico.
La prima settimana è quella delle scosse di assestamento: il terremoto si estenderà alla famiglia, tanto più interessata quanto più vecchia e cementata sarà stata l’amicizia esplosa, agli altri amici, ai conoscenti. Vi toccherà spiegare più e più volte perché è successo, come è successo, come è stato il primo giorno.
Naufragherete nei ricordi: non c’è assolutamente niente da fare per evitarlo. E’ inutile chiudersi a riccio: più tenterete di isolarvi, più il resto del mondo vorrà sapere. E allora via, croce in spalla e passo svelto verso il Golgota, la piana dei crocefissi. Anche nella prima settimana il messaggio per cui dovrete lottare è sempre lo stesso: con noi si può parlare, civilmente.
E per farlo passare dovrete parlare, tanto. Dovrete raccontare più volte, con minuzia di particolari, eventi dolorosissimi e recentissimi. La passione sarà tanto più lunga quanto più bella fu la Gemma. Non ho particolari consigli da dare: rassegnatevi a questo.
Nessuna valvola di sfogo sarà migliore del Diamante, la Gemma più preziosa, il vostro amico più stretto. Colui che definireste fratello di sangue. Se non è stato proprio il Diamante a frantumarsi, non abbiate timore di aggrapparvi a peso morto. Se è stato proprio il Diamante a tradire, chiedete onestamente appoggio al più alto fra i “superstiti”. Prima ancora di valutare la situazione, comprendervi o criticarvi, farà la cosa più importante: ascoltarvi. Una terapia che nella prima settimana, semplicemente, non ha prezzo.
Almeno per la prima settimana è anche assolutamente inutile cercare distrazioni in altre attività. Anzi, rischiate di associare un periodo nero della vostra vita a cose che magari prima vi davano soddisfazione e divertimento. Niente musica, niente ricreativi: ho fatto io quest’errore e ad oggi non posso sentire più alcune canzoni senza respirare di nuovo l’aria salmastra dell’estate 2007.
Rivendicate la vostra posizione su questo mondo: fate qualcosa che prima, per un motivo o per un altro proprio a causa dell’ex-amico (ognuno ha i suoi difetti) non riuscivate a fare. Io ho partecipato ad un paio di manifestazioni culturali di cui oggi, nonostante il pessimo contesto psicologico del tempo, ho un ricordo ottimo e gratificante.
Altro consiglio, rubando una parola alla terminologia sanitaria: se vi siete comportati da persone civili ed educate (civiltà prima di tutto, non avrò mai la nausea di ripeterlo) durante la fase iper-acuta della rottura con gli altri amici e conoscenti, avrete a vostra disposizione persone bendisposte ad aiutarvi, ognuno a modo suo. Non cercate di simulare la normalità organizzando uscite in gruppo o cose simili: l’argomento, implicito o esplicito, del vostro tempo in compagnia sarebbe sempre lo stesso. Non serve nascondere le proprie curiosità: telefonare apertamente alle persone della vostra Rete e chiedere opinioni, sviluppi, commenti “dall’altro lato della riva”, fornire aggiornamenti sul vostro stato d’animo, sulle reazioni familiari e di altri conoscenti comuni. Credetemi, nessuno fra gli amici se ne disinteresserà. Cercate solo di non essere oppressivi: una telefonata di un quarto d’ora è sufficiente, ammesso che non vi si inciti a continuare la conversazione. Riservare i lunghi sfoghi solo per momenti selezionatissimi e/o particolarmente cupi. E sempre, ripeto, sempre civiltà: non abbandonarsi all’insulto gratuito dell’ex-amico. Nei primissimi giorni (vedi puntata precedente) non è affatto detto che tutti coloro con cui parlate debbano schierarsi con voi: potreste infastidire chi ha ancora le idee confuse sull’accaduto o non sa ancora, consciamente o inconsciamente, come gestire la nuova configurazione del gruppo. Certo, se avrete gestito efficacemente la Guerra del Day After, godrete di prospettive migliori nel medio e lungo termine. La buona educazione paga.
Dopo tre o quattro giorni, il tempo di calmare i bollori adrenalinici, cominceranno a percolare i prodotti della putrefazione della Gemma, che sarà accelerata nella metà messa in difficoltà nella Prima Grande Guerra.
Uno dei primissimi prodotti sarà la cancellazione delle prove tangibili dell’esistenza della Gemma. Le foto, i video, gli scritti che avrete prodotto insieme e insieme pubblicati sul web, per magia spariranno. E’ la forma di ritorsione più semplice e immediata. Nel mio caso si è verificata meno di 48 ore dopo il fattaccio. Sono andato su YouTube per cercare, temendo quello che poi è avvenuto, di recuperare alcuni video amatoriali fatti “ai tempi buoni”: troppo tardi. Video rimosso dall’utente. Per mia fortuna, ho ritrovato quei video in formato WMV in una cartella sperduta e sconsolata dell’hard disk esterno. Ricordi che non sono andati perduti, un tema che tratterò in una delle prossime puntate. Si tratta di mezzucci infantili, che voi dovrete assolutamente contenervi dall’adottare. Ogni litigio irreparabile fra amici di vecchissima data è un ritorno all’infanzia, fatta di dispetti senza finalità e malizie senza cause. Sarà grande segno di maturità da parte vostra astenervi da questi infantilismi, facendo diplomaticamente notare la cosa agli altri membri del vostro Sacchetto di Gemme. Apprezzeranno.
Noterete che non ho citato come primo prodotto della putrefazione le accuse, le malvagità, i pettegolezzi pilotati e altre meschinità. Preferisco contarle e trattarle come parte integrante della rottura, più che come sua conseguenza. Anche io sono, mea maxima culpa, caduto nelle prime ore in una di queste mancanze, scoperchiando un vaso di Pandora che, col senno di poi e nonostante tutto, avrei voluto tener chiuso. Ne ho fatto ammenda più volte, in questi mesi. E me ne rammarico ancora, cosa incredibile a dirsi vista la cattiveria che mi è stata usata, perché per un momento (e un momento solo) sono stato un pari dell’Innominato. Nessuno è perfetto. Ovviamente non ho la pretesa di esserlo.
Il secondo prodotto della putrefazione, nel mio caso manifestatosi dopo quattro giorni, è la rivendicazione delle proprietà, concesse o effettive. Tradotto: la richiesta di restituzione di regali, oggetti dati in prestito o lasciati in custodia e così via. Vale quanto detto per la distruzione dei ricordi. Astenetevi. Siatene superiori. E’ solo un altro strascico infantile. Allo stesso modo siate meticolosi se vi viene fatta una richiesta in tal senso, che nel mio caso non arrivò neanche per bocca diretta dell’Innominato, ma per posta giro da un amico comune. Prendete un succulento scatolone e metteteci dentro fino all’ultima vite che sia passata di mano all’ormai ex-amico, che vi sia stata regalata anche nel lontano passato, prestata o quant’altro. Sarà un ottimo modo per comunicare non verbalmente che per voi l’amicizia che fu è morta, sepolta e mummificata. Se non per oggetti di valore o non fate domanda riconvenzionale di restituzione dei beni. Un bigliettino con scritta a mano la vostra volontà di non voler avere assolutamente niente più a che vedere con lui e i suoi piagnistei sarà sufficiente. Un “Tieniti tutto!” suonerà al lettore napoletano come più o meno la frase “T’aggio schifate!”. Tombale.
Nel mio caso chiesi di poter riavere, disinteressandomi del resto, almeno un libro che avevo tanto penato a trovare. Per la serie “Signori si nasce” l’Innominato non me l’ha più fatto avere, nonostante la puntale restituzione di un grosso scatolone di sue cose. Il libro in questione era “Musashi” di Eiji Yoshikawa. Poco male: sono riuscito qualche mese dopo a procurarmene un’altra copia grazie ad una campagna remainder di Libreria Universitaria. Costo? Dieci euro circa. Il libro lo rivolevo più per la fatica fatta a trovarlo, che per il suo valore economico, trascurabile. Ma, purtroppo per l’Innominato, la “buona creanza” non si compra al supermercato.
A seconda del vostro caso specifico, in questi primi sette giorni vi toccheranno da bere molti calici di percolato tossico. Io ho mandato giù i miei, posso solo consigliarvi di trangugiare i vostri alla svelta e a testa alta. Non calatevi le braghe di fronte a niente: se si è rotta una vecchia e solida amicizia è per un motivo di solito grave, quindi non vi conviene tentare la strada del compromesso. Chi comprerebbe un diamante scheggiato? Come ridereste nuovamente di gusto insieme, come condividereste segreti, timori, gioie ed esperienze con lo spettro della coltellata ricevuta che vi sibila all’orecchio “Quando la prossima?”.
Non ti badar di loro, ma guarda e passa.
Questo è il quadro della prima settimana. Non posso promettervi che possiate vedere già la luce in fondo al tunnel così presto, ma nella prossima puntata, dedicata al primo mese, vi racconterò di come ho rivisto il chiarore fra il fango. La ferita, ancora aperta, comincerà il cammino di guarigione dall’infezione, presupposto indispensabile per la sua cicatrizzazione.
(continua)
apr
4
I sussidi nella metodica ETC
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In ambito riabilitativo le metodiche di trattamento dei disturbi neuromotori sono numerose e possono essere suddivise due gruppi:
- Sincroniche: sfruttano la reazione stimolo-risposta sfruttando meccanismi riflessi; tra queste Vojta, Bobath, Kabat. Caratteristiche: informazioni non coscientizzate, uso di riflessi associati, progressione prossimo-distale, linguaggio come rinforzo, globalità anatomica;
- Diacroniche: si basano sulla rielaborazione corticale delle afferenze in modo da adattare il movimento all’ipotesi percettiva proposta (ambiente); tra queste la più esemplificativa è la metodologia dell’ETC. Caratteristiche: informazioni coscientizzate, progressione disto-prossimale, elaborazione di ipotesi percettive, linguaggio come segnalazione, globalità funzionale;
Secondo il punto di vista che fa capo alla teoria cognitiva la riabilitazione è un processo di apprendimento in condizioni patologiche, dove per apprendimento s’intende la stabilizzazione selettiva di determinate connessioni sinaptiche ed eliminazione di altre.
Nel paziente emiplegico gli ostacoli che si oppongono al normale processo di apprendimento sono rappresentati dal suo specifico motorio patologico:
• Reazione abnorme allo stiramento (accentuazione del riflesso miotatico fasico)
• Irradiazione (comparsa di contrazioni muscolari involontarie in seguito a sforzo, anche minimo)
• Deficit di reclutamento di unità motorie (ridotta capacità di regolare quantitativamente e qualitativamente il reclutamento di unità motorie)
• Emancipazione di schemi elementari (schemi di movimento sottocorticali che prima erano inibiti dall’attività corticale)
Alle componenti dello specifico motorio si possono associare deficit che richiedono un più complesso trattamento neuropsicologico come l’emisomatoagnosia (conseguenza di estesa lesione della corteccia temporo-parieto-occipitale dx), l’afasia (in caso di lesione dell’emisfero dominante sx), turbe dello stato di coscienza (da stato soporoso a coma) e disturbi cognitivi (deficit di attenzione e memoria).
Vado a proporre un documento in cui viene illustrato, preceduto da una breve introduzione alla metodica, l’utilizzo di tutti i sussidi della metodica ETC (Esercizio Terapeutico Conoscitivo, messo a punto da Carlo Perfetti). Può essere scaricato cliccando sul link di seguito.
I sussidi nella metodica ETC. (60)
apr
2
Come si scrive una tesi di laurea (2)
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Seconda puntata salvagente dedicata ai consigli metodologici su come scrivere una tesi di laurea. Dopo il documento proposto nello scorso articolo, vado a condividere un altro vademecum.
Anche questo articolo è stato ritrovato nei meandri secolari del mio disco rigido esterno, purtroppo l’indirizzo della fonte esatta è andato perduto.
Stando alle note a piè di pagina dovrebbe provenire dagli archivi della biblioteca “Mario Rostoni” dell’Università “Carlo Cattaneo” di Castellanza (Varese). Il documento è revisionato al 18 febbraio 2002, ne sono entrato in possesso nel marzo 2006.
Il file può essere scaricato di seguito.
Ne riporto l’introduzione e, successivamente, l’indice, sperando che possa tornarvi utile.
“Questo documento fornisce alcune informazioni utili per lo svolgimento di una tesi di laurea. L’esposizione prescinde, per quanto possibile, dal riferimento ad un particolare ambito disciplinare. Precipua attenzione viene data alla fase di redazione, fornendo peraltro qualche cenno alle fasi di impostazione e di ricerca, quando ciò risulti utile ai fini di una piena comprensione del discorso. Tali informazioni valgono per qualunque tipo di tesi; è auspicabile che esse siano note ad ogni studente prima ancora della scelta dell’argomento di tesi. E’ pure opportuno che lo studente conosca le norme sancite dal regolamento didattico delle tesi di laurea.”
INDICE
1. Il significato della tesi di laurea
2. Il progetto di tesi
3. L’organizzazione della tesi
3.1. Introduzione
3.2. Capitoli centrali
3.3. Conclusioni
3.4. Note
3.5. Bibliografia
3.6. Riassunto
4. La stesura della tesi di laurea
4.1. Alcuni consigli pratici
4.2. Gli adempimenti formali
5. Decalogo di comportamento
6. Indicazioni bibliografiche per ulteriori approfondimenti
apr
1
Come si scrive una tesi di laurea (1)
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L’Autrice di questa utilissima guida è la Dott.ssa Stefania Consigliere, del Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università degli Studi di Genova. Posso condividere con voi solo la revisione dell’agosto 2005.
Il sito Dipartimento da cui dovrebbe essere accessibile (CLICCA QUI) per motivi a me ignoti, pur avendo il link al documento sulla pagina, continua a rifiutare il download. Lo scopo della condivisione è quindi quello di creare un collegamento alternativo per scaricare la guida, che ai tempi della mia tesi fu fondamentale per darmi il bagaglio di minima di strumenti metodologici, liberandomi dalla “Sindrome della Scimmia che Batte a Macchina”, ovvero cominciare a scrivere praticamente a caso, al motto di quel che sarà, sarà.
Se qualcuno riuscisse a procurarsi una revisione successiva a quella proposta, me lo faccia sapere via e-mail o commento.
Al solito, potete scaricare il documento in formato PDF di seguito.
Introduzione (in extenso): Queste note servono di supporto a chi si trovi per la prima volta a fare una tesi, o una tesina, di laurea. Il presupposto da cui partono è che il lavoro di ricerca e di scrittura che una tesi presuppone può essere, se fatto con criterio, un’esperienza estremamente ricca e, nei casi più fortunati, anche una buona occasione di crescita soggettiva.
Si tratta di una maturazione è cognitiva e disciplinare, senz’altro, ma spesso anche emotiva: le ricerche fatte bene, infatti, comportano sempre anche la trasformazione del ricercatore che, nel misurarsi con nuovi dati, nuove teorie e nuovi modi di vedere e di leggere il mondo è chiamato a fare una scelta, a prendere parte, a pronunciarsi – e a spiegare il perché delle proprie scelte.
A testimonianza di ciò sta il fatto che, molto spesso, il periodo in cui si fa ricerca per la stesura della tesi corrisponde è puntellato da una serie di crisi: attimi di panico, isteria, lacrime, monomania. Niente di grave, naturalmente e, soprattutto, niente di patologico: sono solo gli effetti della trasformazione in corso, l’esito di un processo che, se ben condotto, dovrebbe finalmente trasformare uno studente in un ricercatore. (Fatelo presente anche a genitori preoccupati e amici perplessi: non siete impazziti, state solo facendo ricerca.)
Ovviamente, non esistono regole valide per tutti e da un certo punto di vista ciascuno è storia a sé. Nondimeno, ci sono alcune fasi «tipiche», che molti incontrano, e diversi dubbi ricorrenti, che si presentano durante il lavoro di ricerca e di stesura dell’elaborato. Come Dante che si avventura agli inferi, la prima cosa di cui avete bisogno è una guida esperta del terreno: questo è, né più né meno, il ruolo del vostro relatore, e niente lo può sostituire. Per questa ragione, la prima raccomandazione da fare è questa: non esitate mai a chiedere consiglio a chi vi siete scelto come guida: fatevi risolvere tutti i dubbi, non esitate a manifestare le perplessità, non fatevi scrupolo di porre tutte le domande che vi girano per la testa. Anche quelle che vi sembrano stupide, perché il vecchio adagio è sempre valido: nessuno nasce imparato.
Se poi, dopo esservi fatti spiegare tutto il possibile sui paralogismi in Kant o sulla vita sociale degli opilionidi, non ve la sentite di chiamarla/o anche per chiedere come mettere le virgole, queste note fanno per voi. Si tratta consigli tutto sommato banali, che tuttavia possono essere utili per non perdere delle mezze giornate attorno a questioni di forma.
Stefania Consigliere - Note su come scrivere una tesi di laurea (19)