stuproPer avviare la rubrica “Dentro Freenet”, voglio cominciare con un documento proposto da una persona che gestisce un freesite (un sito Freenet) che, secondo il suo intendimento, vuole porsi come una piattaforma di discussione sullo stupro.

E’ interessante notare che il freesite vuole raccogliere informazioni anche sulle forme “atipiche” di violenza sessuale. In particolare presenta un’esperienza di violenza sessuale dove il violentatore è una donna, una persona appartenente alla categoria percepita dalle masse come “vittime” e molto raramente come aguzzine.

La scelta per la pubblicazione è caduta su Freenet per ragioni di occultamento dell’identità.

Vado a proporvi la prima parte della testimonianza.

Gli uomini sono violentatori.

Gli uomini non possono essere le vittime.

Le donne sono le vittime.

Le donne non possono essere violentatrici.

Il messaggio è semplice e diretto, e pervade praticamente l’intera letteratura relative agli abusi sessuali sui minori. Che la cosa sia palese o occulta, diretta o indiretta, un sopravvissuto alle molestie di una donna che cerca conferme sull’orrore, che cerca un’autorità che può offrire un aiuto, va incontro alla negazione.

Che sia femmina o maschio, il superstite di un abuso perpetrato da una donna troverà pochissimo aiuto e un supporto minimo dai libri che pretenderebbero di soddisfare i loro bisogni. Invece, piuttosto che trovare strumenti per la guarigione, il superstite potrebbe – come è stato per me – essere attaccato e messo all’indice anche dalle organizzazioni per il recupero delle vittime di incesto. Come nelle nostre famiglie.

Stai zitto.

Stai mentendo.

Lo stai facendo apposta.

Non era abuso, era amore.

Le donne non abusano. Gli uomini abusano.

A volte l’omissione è sottile, una sorta di esclusione: l’essere ignorati nei libri che proclamano di avere una visione d’insieme del problema in tutte le sue prospettive. Ricordo di aver letto un libro raccomandatomi da un’amica – uno studio pioniere sull’abuso di minore – e mi sono ritrovato perplesso di fronte ad una prospettiva tanto ristretta.

Non solo gli autori hanno virtualmente esonerato il genitore non abusante da ogni responsabilità (rilevando che il non abusante, in questo libro, era sempre una donna), ma hanno praticamente ignorato l’esistenza di donne violentatrici, “sollevando” gli uomini dal ruolo di vittime. Non solo avendo la pretesa che in fondo non abbiano sofferto poi tanto, ma che esistano in numero tanto esiguo da non meritare menzione.

Mi sono infuriato. La mia amica, ovviamente, non ha notato la discrepanza, essendo stata vittima della forma classica di incesto: padre e fratello. Il libro parlava ai suoi bisogni e ignorava i miei. Non vorrei condannare gli autori per avermi ignorato, ma i loro errori mi hanno attivamente danneggiato: non solo mi hanno ignorato, ma hanno anche affermato che il problema dell’incesto femminile contro un ragazzo non esiste.

Per caso, ho visto il solo film che affronta direttamente il problema dell’incesto madre-figlio: Rompere il Silenzio. Mi ci sono sintonizzato solo perché il titolo mi intrigava. La guida TV riportava in un francobollo di spazio il solo tema principale del film. Il film non è stato promosso secondo il normale hype (livello di attesa): non ci sono state pubblicità e/o annunci, al contrario del bombardamento continuo che precede i film a tema d’incesto d’impostazione “tradizionale” (incesto di un uomo su una ragazza).

Mi è sembrato che la rete televisiva stesse trasmettendo il film come se dovesse rispondere ad uno sgradevole dovere, nascondendolo nei palinsesti estivi. Inoltre, secondo la mia personale opinione,, il film era strutturato in modo corretto sia per i contenuti che per la forma, e molto più guardabile di tanti polpettoni che pretendono di essere esempi di cinema sociale illuminato.

Ho visto più talk show televisivi di quanti possa contarne sulle forme “tradizionali” di incesto, ma non ho ancora avuto modo di vedere una sola trasmissione che si focalizzasse su uomini o donne sopravvissuti a molestie femminili.

Due anni e mezzo fa, ho pianto quando ho trovato il primo libro scritto specificamente per i sopravvissuti di sesso maschile. “Non più vittime” di Mike Lew. Non più. Precedentemente, la mia unica risorsa erano libri scritti da e per donne che focalizzavano la loro attenzione esclusivamente sui perpetratori maschi, sulle donne vittima di violenze sessuali. Dovevo tradurre lo loro esperienze sulle mie esigenze. Né potevo avvicinarmi a quei libri in uno stato tale da prendere io stesso le distanze dalla rabbia contro gli uomini che pervade la maggior parte di questi lavori: dalla subdola messa all’indice alla, talvolta deliberata e talvolta involontaria, inclusione di tutti gli uomini nella categoria dei violentatori.

Il tono mi ha ricordato la voce di mia madre. Ha condannato tutti gli uomini classificandoli come “mostri congeniti”, e ha violentato i suoi figli. Ha ereditato la sua voce da mia nonna, che aveva violentato i suoi nipoti. Sceglieva le sue amiche fra chi avesse lo stesso odio, come la vicina che mi ha sedotto quando ero un quattordicenne ferito, e che si è suicidata due mesi dopo.

Ho bisogno di sentire voci amiche, eppure oggi, tre anni dopo la pubblicazione del libro di Lew, gli uomini sono appena all’inizio del percorso per la costruzione di una bibliografia che parli delle nostre comuni esperienze.

Per essere più diretti, per quanto di mia conoscenza: non esistono pubblicazioni che parlano in generale di sopravvissuti ad abusi femminili, che le vittime siano uomini o donne; non esistono libri che sottolineano la realtà dei fatti che dice che anche le donne abusano dei bambini; non sono incappato in un solo libro che esplora il male più subdolo, passivo ed aggressivo del genitore non-abusante che in colpa, peccato, ignoranza o codardia, permette all’abuso di avvenire.

La dinamica del perpetratore è stata esaustivamente esplorata, ma troppo spesso in letteratura, il genitore non abusante è visto con indulgenza, come un’altra vittima con responsabilità attenuate o inesistenti.

La lista degli errori e delle omissioni è infinita. Ne menziono qualcuno per far luce sul problema, ma la più grande preoccupazione è la causa.

L’ovvio bersaglio del mio disprezzo è la società in tutta la sua grandezza: il tabù inveterato contro il parlare dell’incesto, il tacito permesso concetto dalla nozione assurda secondo cui i bambini sono delle proprietà. Non importa il genere dell’abusato o del violentatore, tutti noi dobbiamo combattere l’ignoranza e il pregiudizio, il silenzio e l’ostracismo, per raccontare le nostre storie e guarire.

Ed ancora: si è creato un ambiente in cui una vittima di abuso sessuale perpetrato da un uomo può trovare conforto e sostegno in gruppi in cui si possono raccontare la proprie verità e sentire quelle degli altri, dove si può testimoniare sulle proprie ferite e dibattere sui cambiamenti necessari per fermare le violenze.

Non esiste nessun luogo di ritrovo simile per le vittime di abuso femminile.

freenet index

Installare Freenet è oltremodo semplice. Questa breve guida parlerà di come installarlo rapidamente sotto Windows, i collegamenti in fine articolo spiegheranno anche come installarlo sotto sistemi Linux.

Prerequisito per l’esecuzione di Freenet è l’installazione di JAVA Runtime Environment. Freenet, inoltre, richiede che la versione delle librerie JAVA installata sia quella della Sun, e non un suo equivalente a codice aperto (ciò vale soprattutto per i sistemi Linux).

Il primo passo è quindi procurarsi JAVA dal sito della SUN.

Dopodichè servirà avere a disposizione Firefox. Se già lo si usa, l’installazione di Freenet andrà a creare un profilo apposito quando si vorrà esplorare la rete anonima. In caso contrario, seppur Freenet funzioni anche con Internet Explorer, Opera e ogni altro browser, è consigliato procurarsi l’ultima versione di Firefox dal sito di Mozilla Europe.

A JAVA e Firefox installati si potrà procedere a installare, presso il sito del Freenet Project, l’ultima versione del programma, ovvero la Freenet 0.7 “Darknet” (ndA Alla data della revisione di quest’articolo è disponibile la versione 0.7.5). Non c’è nulla da scaricare, a librerie JAVA installate basta cliccare su “Install Freenet 0.7” per avviare il processo.

A installazione di Freenet completata, vi verranno richiesti alcuni semplici dati per la sua configurazione: un nickname, la quota di spazio da assegnare al datastorage (più spazio date, migliori saranno le vostre prestazioni), la quantità di RAM da assegnare a Freenet (con 2Gb di Ram se ne possono assegnare tranquillamente 256Mb).

Vi verrà infine chiesto se collegarvi a nodi conosciuti (agganciandovi ad una Darknet, una sorta di rete ancora più interna alla stessa Freenet) o a nodi aperti. Scegliere la seconda opzione non pregiudicherà l’anonimato e la sicurezza dell’esplorazione, mentre è necessario avere già dei contatti consolidati in Freenet per accedere alle Darknet.

Freenet, come vi ho già detto, lavora principalmente per indici, più che per motori di ricerca. Cliccate dalla vostra pagina principale di Freenet (che avrà indirizzo http://127.0.0.1:8888) uno dei bottoni fra “The Ultimate Freenet Index” (in foto) o “Freenet ActiveLink Text Version” e aspettate.

Per i primi due/tre giorni, finchè sul vostro datastorage non incominceranno ad accumularsi dati, l’apertura delle pagine richiederà anche svariati minuti. Poi la situazione migliorerà nettamente.

Ma volete mettere la soddisfazione di poter accedere all’intero oceano dell’Internet “nascosta”?

Valgono le raccomandazioni dell’articolo “Dentro Freenet: sulla lama del rasoio”. Non sono responsabile dei contenuti che potrete trovare e, principalmente, dell’uso che vorrete fare di quei contenuti.

Ripeto: Freenet è uno strumento. Ora sta a voi scegliere come utilizzarlo e come gestire quest’overdose di libertà.

Chiudo con le lezioni su Freenet, a cura di Punto Informatico e scritte da Marco Calamari, a cui vanno i miei ringraziamenti per lo sforzo profuso.

Freenet lezione 1: storia
Freenet lezione 2: installazione
Freenet lezione 3: configurazione
Freenet lezione 4: pubblicazione

nagasakiOscurata per più di cinquant’anni dalla più nota missione dell’Enola Gay su Hiroshima e dalle poche e cattive informazioni diffuse e coperte da segreto militare, la missione del B29 Superfortress “Bockscar”, compiuta il 9 agosto 1945 su Nagasaki, è rimasta fino a oggi quasi sconosciuta. Scritto dal copilota del “Bockscar”, Luogotenente Colonnello Fred J. Olivi, italo-americano di prima generazione, “Nagasaki per scelta o per forza” rivela i veri dettagli legati alla Missione 16, le fasi segrete dell’addestramento e i dati sull’impiego di “Fat Man”, la bomba atomica al plutonio tre volte più potente di quella all’uranio sganciata su Hiroshima pochi giorni prima. Il libro, inedito e pubblicato in Italia per la prima volta al mondo, racconta con uno stile diretto le esperienze del giovane aviatore italo-americano, che fin dall’infanzia aveva sognato di diventare un pilota, e la cronaca del volo verso Nagasaki, facendoci rivivere minuto per minuto gli attimi drammatici che cambiarono la storia del mondo.

Opinione personale:
Fred Olivi, l’italoamericano che annientò Nagasaki. La biografia di uno degli uomini dell’equipaggio del Bockscar, il B29 modificato per ospitare Fat Man, la seconda bomba atomica utilizzata contro la popolazione civile della storia.

E’ un libro amaro. Viene letto concedendo l’attenuante dell’ignoranza di quei militari sul contenuto della particolare “bomba a zucca”, il cui addestramento mirava a portare, e sulle conseguenze innescabili da quel nuovo terribile ordigno.

La lettera finale, indirizzata al presidente Bush, con cui Olivi prima della morte si complimentava per la scelta degli Stati Uniti di non chiedere scusa al Giappone per le tragiche conseguenze dei bombardamenti atomici, sconfessa tutto il testo.

E’ un libro interessante per la cronaca e la storia, per avere conoscenza degli eventi che, al di là dei tavolini dei politici, portarono a trasformare in cenere 100.000 persone e a condannarne altre 200.000 ad una esistenza atroce, segnata dal dolore e dalle malattie.

E poi quel telegramma, scritto mezzo secolo dopo, che pesa come un macigno. Ve lo riporto:

“Da Fred J. Olivi

A Presidente George Bush

Chicago, 12 settembre 1991.

Signor Presidente,

in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale.

Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.

Fred J. Olivi, Chicago”

Gli sforzi degli equipaggi non furono vani, né potrebbero esserlo. Chiusero in una settimana la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca dei fatti la scelta fu giusta.
Ma che, nel 1991, dopo la Guerra Fredda, dopo che gli effetti delle bombe si sono manifestati nella loro inumanità, ci si azzardi a complimentarsi per non aver chiesto scusa è troppo anche per me.

Ecco la mia opinione: Fred Olivi fu per me un ottuso stupido militare. Nato come tale, vissuto come tale, morto come tale. Non mi suscita né pietà né commozione, ma solo indignazione, rivolta a lui e a tutta quella classe, che per fortuna l’anagrafe sta ripulendo per ovvie ragioni di tempo, di ciechi militari che non reputano giusto chiedere oltre mezzo secolo dopo scusa all’umanità per Nagasaki, Hiroshima e Dresda.

La storia la scrivono i vincitori e i perdenti in questo caso erano davvero malvagi, ma neanche i vincitori potranno mai considerarsi degli stinchi di santo. Punto. Se vi consiglio il libro? Si, ve lo consiglio. Oltre le mie personali ed opinabili riflessioni. Sono pezzi di storia che non si affacciano spesso e volentieri al pubblico, meglio approfittarne quando c’è la possibilità.

Titolo: Nagasaki per scelta o per forza. Il racconto inedito del pilota italo-americano che sganciò la seconda bomba atomica
Autore: Olivi Fred J.
Editore: FBE
ISBN: 8889160586
ISBN-13: 9788889160589
Pagine: 239

freenet

Si avvicina l’Olimpiade cinese, va incontro ad una sua ciclica crisi febbrile il tema delle libertà di stampa, opinione, critica contrapposta alla censura. Episodio uno.

Si avvicina il Grande Fratello Svedese, la legge sul controllo di stato di tutte le comunicazioni informatiche, ritorna la febbre malarica del tema privacy. Episodio due.

Si avvicinano le elezioni USA e si manifestano le convulsioni recidivanti del tema terrorismo e sicurezza, da conquistare vendendo al mercato sempre più libertà fondamentali. Episodio tre.

La Storia tenta di insegnare che a sistemi di controllo più stretti corrispondo vie di elusione più raffinate ed eleganti, che le informazioni che si vorrebbero eradicare, per contrappasso, tendono ad una migrazione spontanea verso le fessure più sommerse e improbabili del Sistema.

Questa compressione taglia via una fetta di popolazione in modo direttamente proporzionale alla forza del controllo dalla conoscenza dei contenuti indesiderati. Questi ultimi diventavano sempre più elitari e ristretti a cerchie, nel bene o nel male, selezionatissime di individui, con rigidissimi criteri di inclusione.

Questa accezione del rapporto censura/elusione viene rovinosamente meno con Freenet, uno fra i più potenti strumenti di elusione informatica del controllo ideologico, in grado di superare ogni tipo di censura (compresa quella dei filtri di stato cinesi). La correlazione fra grado di riservatezza di un dato e facilità di accesso allo stesso non esiste più: chiunque abbia le (poche) competenze per installare sul suo PC un nodo Freenet ha la possibilità di esplorare questa Internet “sommersa” in tutta la sua larghezza e profondità.

Allora, cosa è Freenet?

Freenet si presenta come una rete P2P, concettualmente al pari di eMule, BitTorrent e tante altre, ideata per resistere selettivamente al controllo delle informazioni, all’identificazione della loro origine, del loro percorso e della loro destinazione. La sicurezza della trasmissione delle informazioni è esaltata a danno della velocità: Freenet è una rete strutturalmente lenta, ma assolutamente incontrollabile ed inaffondabile. Chi vi si affaccia sparisce letteralmente dal mondo, confondendosi in un solo mare magnum in cui l’identificazione diretta dell’identità è impossibile, quella diretta estremamente improbabile a meno di grossi errori o di clamorose ingenuità dell’utente.

Funziona interfacciandosi preferibilmente con Mozilla Firefox o con i suoi applicativi nativi. L’esperienza è quindi, per la maggior parte degli utenti, simile ad una normale navigazione in Internet, seppur caratterizzata da una insolita lentezza.

L’idea di Freenet venne al suo padre fondatore, Ian Clarke, nel 1999: consisteva nella creazione di un protocollo di comunicazione finalizzato alla distribuzione e alla ricostruzione di dati in forma anonima. Il percorso di un dato si evolve dal concetto di origine-destinazione a quella di trasporto distribuito, ovvero di più origini (ognuna avente anche, ma non necessariamente, solo una parte dell’informazione di interesse), una rete di nodi trasportatori ed una destinazione inidentificabile col compito di ricostruire l’informazione. La sua struttura è intrinsecamente complessa e non è obiettivo di questo articolo affrontarla. Rimando i lettori interessati in tal senso alle pagine di Wikipedia, da cui mi limito a prelevare due brevi estratti.

L’esperienza di Freenet è quella di una navigazione in Internet insolitamente lenta e senza veri e propri motori di ricerca. Freenet si installa come un servizio di sistema che, all’occorrenza, può essere utilizzando configurando ad hoc Mozilla Firefox. Dal momento in cui si lancia la versione di Firefox configurata per Freenet, si esce da Internet e si entra in un’altra realtà.

Non esistono motori di ricerca, data la natura distribuita e frammentata dei dati: esistono invece i cataloghi, enormi collezioni di collegamenti, divisi per categorie, in cui la ricerca è fatta alla vecchia maniera. A mano, con occhi e pazienza da vendere.

Le pagine dei siti Freenet hanno tutte una struttura agevole, fatta di HTML base e immagini, con poco altro. Niente fronzoli in flash, niente quintali di script. Per distribuirsi e ricomporsi in modo efficiente, un sito Freenet deve essere lineare, leggero. Sotto questo punto di vista, la navigazione somiglia in estetica e velocità a quella su modem analogico della metà degli anni ’90: il caricamento di un sito si misura in minuti, non in secondi. E il download di un file si misura in ore, non minuti.

E’ un tuffo nel passato, fatto di argomenti attualissimi e, per scelta, convenienza e/o sicurezza degli autori, sommersi. Sottratti ad Internet.

Ed è qui che comincia la parte scottante della discussione.

Da Wikipedia: “Sebbene molte nazioni censurino le comunicazioni per motivi diversi, hanno tutte una caratteristica comune: qualcuno deve decidere cosa tagliare e cosa mantenere, cosa considerare offensivo e cosa no. Freenet è una rete che elimina per chiunque la possibilità di imporre la sua scala di valore sugli altri; in pratica, a nessuno è permesso decidere cosa sia accettabile. La tolleranza verso le opinioni altrui è fortemente incoraggiata, agli utenti è richiesto di non prestare attenzione ai contenuti che non approvano”.

Il problema della libertà assoluta di pubblicazione, accompagnata dalla sicurezza dell’anonimato, solleva la questione sulla capacità di autoregolamentazione di chi contribuisce ai contenuti di Freenet e, soprattutto, la questione relativa alla liceità di questi contenuti.

Per come è pensata, Freenet è la rara realizzazione di un’utopia anarchica. Un mondo virtuale nelle forme e reale nei contenuti, dove non esiste controllo, non esistono norme e non esistono pene.

La stessa disapprovazione sociale è eterea: come si fa a disapprovare un anonimo? La disistima non ha un bersaglio identificabile, non si può intervenire direttamente per rimuovere un contenuto.

Ancora da Wikipedia: “Per la sua stessa natura, Freenet è da sempre al centro di critiche, discussioni e accuse. La maggior parte di queste contesta il fatto che la stessa tecnologia che permette a persone perseguitate di comunicare le proprie idee a un gran numero di persone (senza che si possa risalire all’identità di chi le ha pubblicate o di chi le ha lette), viene anche usata per pubblicare materiale pedopornografico che, se cercato con costanza, può essere visionato da chiunque. In ogni caso Freenet è stata progettata per resistere alle deformazioni: i contenuti che non vengono letti per un lungo periodo, scadono e scompaiono.”

Sopravvivenza ed opinabilità dei contenuti di Freenet: un argomento delicato. Freenet è una rete: nulla di più e nulla di meno. E’ uno strumento lasciato volontariamente ed irreversibilmente nelle mani degli utilizzatori. Sottolineo la parola “irreversibilmente”: oltre a non essere basata su server centrali disattivabili (come nel caso della rete del defunto WinMX) o trasformabili in specchietti per le allodole (come nel caso della rete ED2K di eMule), è fatta per non poter essere censurata o controllata, in qualunque modo.

C’è solo un modo per far si che un contenuto sparisca da Freenet: scoraggiare gli altri a visionarlo. Una volta iniettato in rete, un contenuto in Freenet acquisisce vita propria: non può essere cancellato dall’autore, non può essere rimosso da terzi. Tutto finchè c’è qualcuno che lo cerca: rimbalzando da un nodo della rete all’altro, infatti, il contenuto si frammenta e si moltiplica. Non esistendo server in Freenet, l’unico modo che ha un dato per estinguersi è quello di essere dimenticato. In questo modo, dopo del tempo, le cache degli altri utenti, per ricambio, cestineranno i contenuti non richiesti, ripulendo la rete. Il discorso non vale se però c’è anche una sola persona (non necessariamente l’autore originale) che re-inietta nei nodi, ponendolo in condivisione, il contenuto a rischio d’estinzione. In tal senso, i contenuti di Freenet sono potenzialmente eterni, visto che la re-iniezione può anche essere parziale.

Una delle domande frequenti rivolte ai responsabili del progetto Freenet è la seguente: non voglio che informazioni che non condivido o trovo ripugnanti passino anche attraverso il mio nodo (il computer su cui si installa Freenet), per di più stazionando nel mio datastorage (la quota di spazio assegnata al funzionamento di Freenet). Cosa posso fare?

La risposta è lapidaria: disinstallare Freenet.

Non c’è nulla che si possa fare per controllare il tipo di dati in transito sul proprio nodo. Per di più essi non arrivano mai in forma completa (secondo il principio di frammentazione e duplicazione) e comunque sono completamente criptati in modo forte. Se volete usare Freenet dovrete venire a patti con i suoi lati oscuri. Ripeto: Freenet è una rete e come in tutte le reti ci sono galantuomini e sommersi.

No, non dovrete temere di ritrovarvi filmati pedopornografici o piani terroristici sul computer usando la rete anonima. Ma qualche frammento inutilizzabile, a causa e grazie alla cifratura imposta dal sistema, è praticamente certo che transiterà attraverso di voi.

Domanda immediatamente corollaria: ma allora, a livello legale, si rischia ad usare Freenet?

Risposta (banale): come tutte le cose del mondo, dipende da che uso ne fate.

Non dovrete preoccuparvi dei dati in transito: non essendo mai in forma completa, essendo cifrati e inaccessibili anche a voi (nonché alle forze di polizia), non c’è modo di dire cosa abbiate nel datastorage.

C’è una possibilità statistica che vi sia in transito materiale illegale, ma la sua presenza non è dimostrabile né in modo diretto (analisi dei dati), né in modo indiretto (eventuale analisi dei nodi vicini). Inoltre le chiavi di crittazione dei dati sono casuali e molto robuste. Essendo casuali, nessun giudice potrà ordinarvi di rivelarle, visto che vi sono ignote. Essendo robuste, nessun operatore umano potrà violarle in tempi umani. Essendo i dati altamente frammentati, nessuno potrà comunque mai tirar fuori un ragno dal buco. In tal senso, c’è stato un buco nella versione 0.5 del programma che permetteva un’analisi di pattern comportamentale del nodo indagato, ma con la versione 0.7 (quella corrente) anche questo minuscolo foro nella diga è stato sistemato a dovere.

Riassumendo: in Italia è perfettamente legale installare un nodo Freenet e usarlo a proprio piacimento. Allo stesso modo, è vietato procurarsi materiale considerato illegale in Italia, al pari di tutte le reti di condivisione dei file. La responsabilità, come è ragionevole, sta nell’utilizzatore di uno strumento, non nello strumento in sé.

Di conseguenza, se volete usare Freenet per procurarvi informazioni create dai diretti interessati sulla situazione cinese, sui problemi del Myanmar, se volete leggere rapporti sulla tortura negli Stati Uniti, la controstoria del DC-9 di Ustica o di tanti altri fatti su cui l’informazione pubblica, anche in paesi liberali, tace o i resoconti di situazioni su cui invece un’informazione connivente applica una rigorosa censura, Freenet fa per voi.

Ecco l’utente medio di Freenet: uno spirito libero, curioso, critico ed intraprendente. Il popolo dei fuorilegge e dei paranoici fa da contorno: Freenet realizza l’utopia dell’informazione libera, non quella del mondo ideale dove il male non esiste. Fatevene una ragione, prima di cominciare il vostro percorso.

Con questo articolo vado a creare una nuova categoria del blog denominata “Dentro Freenet”. Mi propongo di presentare, senza periodicità e secondo mia volontà e discrezionalità, alcuni contenuti di Freenet al mondo esterno. Contenuti che, nei paesi di origine, sarebbero soggetti a censura o considerati illegali e che, per l’appunto, selezionerò fra quelli la cui riproduzione non dovrebbe creare problemi in un paese a livello di libertà d’espressione intermedio quale è oggi l’Italia (dato internazionale sulla libertà di stampa).

Non mi si equivochi: fornirò, per chi vorrà utilizzarle fattivamente, le nozioni adeguate per avviare un’esplorazione autonoma di Freenet. Il mio fine non è pormi come filtro: devo, purtroppo, proteggere me stesso dalla sempre più lunga trafila di fattispecie compatibili con l’apologia di reato.

Questo è un dato di fatto. Semplice ed imperativo.

Per questo motivo, in un futuro (spero breve) avrete modo di leggere la traduzione della cronaca di una gita abusiva in motocicletta nientedimeno che a Chernobyl, con visita al complesso dei reattori ed esplorazione della “zona morta”, con soste e infiltrazioni nelle case lasciate frettolosamente nel 1986.

Ma non potrete vedere in questa sede i progetti (o scaricare il software di navigazione) per la costruzione di un missile con motore a reazione Cruiser-ridotto con componenti a medio-bassa tecnologia, guida GPS, precisione 20 metri, gittata 30 chilometri e capacità di carico (esplosivi o agenti chimico-biologici) di 15kg, da assemblarsi con l’aiuto di un elettrauto, un tornitore e un tecnico informatico con spesa complessiva in materiali di ventimila euro, componente offensiva esclusa.

A presto con i primi contenuti e con la guida passo-passo all’installazione di un nodo Freenet, sia su un sistema Windows che su uno Linux!

Collegamenti essenziali per capire la realtà Freenet:

Sito ufficiale di Freenet
P2P-Sicuro: cos’è Freenet?
Freenet su Wikipedia (ver. Italiana)
Freenet su Wikipedia (ver. Inglese, con più dettagli)

ken vs cristina

Prima di tutto, il link per il fumetto.

Ken Vs Cristina - La leggenda del pugno santo (19)

Cosa dire? Un grande tuffo nel passato, oggi.

Era il 1995, l’Università era una cosa fumosa dispersa fra le maglie del futuro, il lavoro l’ultimo dei miei pensieri, l’interrogazione di matematica il primo dei miei incubi.

Era il tempo (mai finito davvero) dei fumetti e delle spalle leggere. Il tempo di quando si potevano spendere 12.900 lire per comprare una rivista di 50 pagine scarse che aveva però un CD allegato divertentissimo. Settecento megabyte di materiale quando il mondo girava sulle connessioni analogiche, rigorosamente tariffate a tempo.

Napster neanche era nato, il Progetto Prometeo era ad uno stato meno che embrionale ospitato dal sito del Politecnico di Torino, scaricare un MP3 prendeva 20 minuti buoni e di scaricare video neanche se ne parlava. Voci d’oltreoceano fantasticavano di una meglio non specificata “banda larga”, l’email non era ancora diventata maggiorenne, le BBS avevano ancora buon gioco e chattare significava solo e solamente usare un client IRC. Non era ancora nato il DivX, gli hard disk degli utenti non arrivavano spesso ai 4Gb e pochissimi avevano il lettore CD-ROM. Il masterizzatore era fantascienza. Si migrava in quei tempi dal DOS a Windows 95, Linux era tutto a riga di comando e si poteva incappare in computer armati di OS/2. Non esistevano webcam, macchine digitali consumer, le stampanti non avevano chip di controllo sulle cartucce, uno scanner da 300dpi era più che buono e i monitor erano palle di cristallo (di nome e di fatto) dai cui tubi catodici ognuno leggeva quello che voleva vedere.

Era l’epoca passata di Benkyo! e dei fumetti “amatoriali” che i fan e i ragazzini disegnavano durante le ore di Italiano e Matematica, reinterpretando storie, personaggi, ambientazioni e condendo il tutto con otri di ironia gratuita.

Ecco un caso “celebre” di quelle produzioni artigianali, che hanno fatto da precursori alla vasta e ormai insondabile scena attuale delle fanfic e delle doujinshi: un fumetto di quelli che hanno superato la sfida del tempo restando parcheggiati sui miei hard disk, superando ogni aggiornamento hardware e ogni catastrofico guasto.

Quattordici anni dopo (con i disegnatori ragazzini di ieri che immagino oggi alle prese con affitti salati, stipendi magri e famiglie da mantenere) vi ripropongo uno di questi lavori, quello che più mi ha fatto sorridere, inossidabile negli anni.

“Ken VS Cristina”, lo scontro che tutti noi bambini e ragazzini avremmo voluto vedere. E nel ruolo di Special Guest Star: Giant Robot, Nadia, Ray Charles (!). Epico.

E’ per dovere e piacere che riconosco il meritatissimo credito a quei geniacci di ‘anti e ‘anti anni fa.

Disegni: Marco Guerra, Marcello Sasso, Giovanni Santucci, Massimo Napoli, Emanuele Carbone.
Lettering: Emanuele Carbone
Addetto CG: Roberto Alviggi

Alla faccia tua, maturità!

vincenzo tiberioLa storia ci consegna la penicillina legata al nome di Alexander Fleming, che nel 1928 per puro caso osservò l’impedimento della crescita di batteri da parte di una muffa, il Penicillum notatum.

Ma 30 anni prima del biologo inglese a capire, e documentare in uno studio, il potere delle muffe fu Vincenzo Tiberio (Sepino, 1 maggio 1869 – Napoli, 7 gennaio 1915, in foto), giovane medico nato da buona famiglia molisana di Sepino e successivamente stabilitosi ad Arzano, centro della periferia nord di Napoli.

Il medico molisano appartiene alla schiera, lunghissima, degli italiani dalla genialità misconosciuta. Mentre ancora studiava medicina all’Università di Napoli, Tiberio mise in relazione i disturbi intestinali di cui soffrivano i suoi vicini di casa ad Arzano con la periodica disinfezione del pozzo da cui attingevano l’acqua da bere.

Egli, infatti, aveva notato che gli abitanti della casa dove era ospite dei suoi parenti, erano colti da infezioni intestinali ogni volta che il pozzo, che dava acqua per i fabbisogni quotidiani, era ripulito dalle muffe. Questi disturbi cessavano al ricomparire delle muffe sui bordi del pozzo.

Tiberio prelevò alcuni campioni della “miracolosa sostanza” e ne parlò in facoltà. Affrontò difficoltà e diffidenze. Gli fu consentito di accedere al laboratorio di igiene diretto dal professor Vincenzo De Giaxa solo dopo la laurea.

Tra le prime osservazioni e la pubblicazione della relazione conclusiva passarono circa cinque anni. Fu così che iniziò a studiare le muffe e intraprese degli esperimenti che lo portarono a scoprire il loro potere battericida.

Nel 1895 il giovane medico scrisse il resoconto delle proprie scoperte, dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. Manco a dirlo, l’establishment scientifico non dette peso alla scoperta. Le conclusioni sul potere antibattericida delle muffe furono registrate come una coincidenza. La relazione fu consegnata alla polvere degli archivi con la data del 1895. Nessuno pensò che la constatazione di Tiberio potesse aprire nuovi orizzonti terapeutici. Lo stesso scopritore accettò senza proteste l’archiviazione silenziosa.

Il primo documento firmato da Tiberio sul potere degli antibiotici porta una data antica: 1895. E’ uno scarno, incolore libretto conservato per cento anni e più negli archivi della Università di Napoli. ”Appare chiaro che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili in acqua forniti di azione battericida”, vi si legge.

Per varie vicende, connesse a problemi di natura sentimentale e familiare, Tiberio abbandonò gli studi sulle muffe e della sua scoperta non ne parlò più nessuno.

training autogenoIl training autogeno è una tecnica di autorilassamento capace di trasmettere una benefica quiete interiore, un immediato benessere psico-fisico e la determinazione necessaria per sfruttare al meglio le nostre energie e finalizzare i nostri sforzi. Questo manuale offre un corso breve ed efficace di training autogeno. Un programma quotidiano per “staccare”, rilassarsi, recuperare forza e concentrazione.

Questo libro, con i suoi consigli, si rivolge a persone sane dal punto di vista fisico e psichico. Chi si sta sottoponendo a una terapia farmacologica o si sente malato, dovrà in ogni caso consultarsi con il proprio medico prima di iniziare a praticare il training autogeno. Per amore di completezza, nella sezione “Il training autogeno come terapia” vengono fornite indicazioni sui sintomi e sulle malattie in cui il training autogeno può essere utilizzato dal medico come misura terapeutica. Prerequisito indispensabile per il trattamento delle patologie descritte è l’apprendimento del training autogeno con la guida di un esperto e sotto stretto controllo medico.

Opinione personale:
Il libro presenta la versione semplificata del training autogeno secondo Langen-Mann. Non ha la pretesa e non vuole accostarsi al training autogeno secondo Schutlz: quest’ultimo, infatti, per la sua difficoltà non è indirizzato al lettore comune che cerca principalmente uno strumento per rilassarsi. Esercizi complessi del training secondo Schultz, come quello del plesso solare, possono evocare, se effettuati in modo non corretto, reazioni spiacevoli specialmente a livello di stomaco e percezione della frequenza cardiaca. Io stesso e già solo col training semplificato, riesco a far scendere in pochi minuti la mia frequenza cardiaca a circa 55, al limite cioè della brachicardia. Un libro semplice e gradevole, primariamente non destinato ai professionisti, ma utile per avere una prima infarinatura sul training autogeno. Io lo uso, in caso di stress o stati ansiosi, in combinazione con le Binaural Beats (onde acustiche in risonanza a schema predeterminato) e, se arrivo a proporvi il testo, è perché devo rilevare una certa soddisfazione dall’uso combinato di queste due tecniche empiriche. Non lo userei chiaramente per il trattamento o la preparazione al trattamento di un paziente (almeno non al mio attuale livello di conoscenza della tecnica), ma su di me la versione base sembra funzionare abbastanza bene.

Estratto dell’introduzione:
“La cosa più importante del training autogeno è praticarlo. […] Forse ciò che va detto ora è fondamentalmente solo questo: a) il training autogeno, nella sua forma semplificata, è un metodo pratico di rilassamento utilizzabile in qualunque momento da qualunque persona sana; b) chi già conosce il training autogeno di Schultz, nella forma praticata fino ad oggi, leggendo questo libro potrà avere dei chiarimenti sulla versione semplificata. […] Il training autogeno, come è stato elaborato da J.H. Schultz, è notevolmente più complesso della forma semplificata che desidero proporvi in questo libro. […] Imparare il training autogeno senza guida si è rilevato troppo difficile perché lo si lasciasse fare a chi era digiuno di medicina [...] Capitava che non si producesse il caratteristico effetto di rilassamento, o, peggio ancora, che si manifestassero reazioni paradossali indesiderate. Al posto dell’auspicato rilassamento, insorgevano nervosismo e paura, talvolta addirittura palpitazioni ed emicrania. […] Per questi motivi abbiamo ridotto il programma di J.H. Schultz a pochi esercizi di base, quello della calma, della pesantezza, del calore e del respiro, limitando così anche il rischio di sensazioni somatiche paradossali e di abbandono precoce.”

Titolo: Training autogeno
Autori: Langen Dietrich, Mann Karl
Editore: Red Edizioni
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8874473109
ISBN-13: 9788874473106
Pagine: 93

le invenzioni della nottePotrebbe essere una giornata come tante quella che Jonas, giovane viennese, ha davanti al proprio risveglio. Ma dopo il solito caffè, scopre che la televisione non funziona, internet non va, il giornale non gli è stato consegnato e il telefono della sua fidanzata suona a vuoto. Perplesso, esce per andare al lavoro, e scopre una città deserta: uomini e animali sono scomparsi, volatilizzati nella notte, lasciando ogni cosa intatta. Rimasto solo con gli oggetti, con il silenzio e con il tempo, Jonas si dà a una disperata quanto inutile ricerca di un indizio sulle ragioni di un simile stato di cose. A poco a poco, il terrore di essere solo si trasforma nella paranoia di non esserlo, gli oggetti sembrano mutare in rettili freddi che lo osservano immobili, in una minaccia che percorre le pagine con una violenza sottile, mai sopita. Finché i sogni travalicano la realtà, si mescolano ai ricordi, e Jonas comincia a dubitare della propria mente, risucchiato in un vortice di delirio…

Opinione personale:
Thomas Glavinic. Mai letto. Sono stato indotto a prendere questo libro dopo aver letto una mini-recensione su una guida TV. Per la serie “provare per credere”, verrebbe da dire. Ed io ho provato, ed ho creduto. In alcuni passaggi sembra richiamare lo stile cupo di Stephen King, con un evidente ammiccamento al thriller. Mi piace molto il giudizio sintetico di Daniel Kehlmann, che a lettura finita ho condiviso pienamente e più vissutamente degli “urli” di quarta: “A Glavinic riesce l’impossibile. Un virtuosismo sulla paura e le sue molte variazioni… al contempo inquietante romanzo del brivido e complessa opera letteraria.” Alla fine il libro parla di questo: della paura, o meglio, delle paure primordiali dell’essere sociale uomo. La paura di restare solo, di doversi guardare indietro per nutrirsi dei propri ricordi, la paura di sé stessi e delle lacune della propria coscienza. Il finale disorienta, ma a ben leggere è in sintonia perfetta con i contenuti del testo: l’intento dell’autore non è quello di offrire soluzioni, ma di raccontare una caduta nel delirio. L’ultima pagina è da staccare e conservare per i posteri, di una struggente e malinconica bellezza. Uno one-man-show di classe.

Titolo: Le invenzioni della notte
Autore: Glavinic Thomas
Editore: Longanesi
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8830424722
ISBN-13:9788830424722
Pagine: 376

asimov fine dell'eternitàNella segreta, ristrettissima casta degli Eterni, un Tecnico è come un chirurgo: glaciale, preciso, impietoso, “opera” sui secoli e sui millenni, modificando minuscoli particolari della realtà. Un barattolo spostato, una lettera non spedita, un appuntamento mancato, e tutto il corso successivo della storia sarà diverso, miliardi di uomini non saranno mai esistiti, terribili guerre saranno state evitate, funeste invenzioni resteranno in inventate. Una nobile missione, che ha il solo fine di assicurare all’umanità uno sviluppo pacifico, armonioso, razionale; così, per lo meno, crede il Tecnico Harlan, finchè il suo lavoro lo mette, letteralmente, davanti a se stesso. E a questo punto gli si forma attorno un gioco di specchi dove passato, presente e futuro, realtà ed irrealtà, possibile e impossibile si mescolano in un vortice in apparenza insensato, ma di cui toccherà a lui dipanare il senso profondo e decisivo.

Opinione personale:
Ne ho letto una non più comunissima copia della serie Urania (n°572, edita l’8 agosto 1971). Attualmente è disponibile sempre presso Mondadori nella collana Best Sellers. Quello che mi impressiona sempre di Asimov è la sua straordinaria logicità, un autentico “passista” dei tempi e del rapporto causa/effetto. Anche in questo caso, come in “Notturno”, il finale a sopresa risulta essere il più logico e difatti l’unico possibile. La fine dell’Eternità rappresenta in un sol momento il presupposto fondamentale alle Fondazioni e la loro conclusione a lunghissimo termine. Lo stile è coinciso, la lettura agevole anche nei momenti in cui il tempo degli eventi si ripiega su sé stesso per allineare tutti gli eventi del racconto, facendo scoprire la chiave di volta di tutta l’opera di Asimov, rappresentata dal secolo settantamillesimo. Magnifico.

Titolo: La fine dell’eternità
Autore: Asimov Isaac
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 1996
Collana: Oscar bestsellers
ISBN: 8804414510
ISBN-13: 9788804414513
Pagine: 238