stuproSeconda parte della traduzione dell’articolo offerto da VolodyA su Freenet, riguardante lo stupro e l’incesto perpretato da una donna, sui luoghi comuni e sulle omertà che accompagnano questa forma più sudbola e sommersa di abuso sessuale.

Penso che la natura di questa forma di esclusione parta da più da lontano che dalle pressioni sociali tradizionali volte a mantenere il silenzio sull’abuso di bambini. Il pregiudizio sembra, almeno parzialmente, germinare da una idealizzazione della femminilità: da una percezione secondo cui le donne sono incapaci non solo di violenza in sé, ma in particolar modo di violenza contro i loro bambini. Sia la società in senso generico che, in grado maggiore, i fautori di molto del contenuto della nostra teoria psicologica corrente sembrano ciechi alla realtà della testimonianza di legioni di sopravvissuti a queste violenze.

Questa inabilità a prendere atto della realtà delle violenze femminili prende origine da più di una mera idealizzazione, ovviamente. I violentatori uomini, per loro natura fisica, tendono a lasciare prove delle forme più estreme di abuso: una penetrazione violenta porta a lacrime e lesioni. Non ci fu nessuna mutilazione o lesione del mio corpo quando mia madre costrinse il suo figlioletto di cinque anni ad un rapporto orale. Il danno all’anima è un danno che la legge non può identificare, misurare e quantificare.

La natura dell’abuso sessuale femminile è di per sé molto più sudbola e difficile da identificare e definire rispetto a quello maschile. Il maschio penetra, la femmina avviluppa. Uno tende ad esibire, l’altra a coprire di segretezza. Le violentatrici possono mascherare l’abuso sessuale sotto la forma della cura parentale; per esempio, mia madre avrebbe potuto facilmente scusare la sua forma di tortura ai miei genitali affermando che mi stava semplicemente lavando, forse un po’ troppo entusiasticamente.

Ma lei non ha mai dovuto giustificarsi con nessuno delle sue azioni finchè io non l’ho presa di petto, perché nessuno mi avrebbe difeso o mi avrebbe creduto, se fossi stato tanto temerario da parlare.
I sopravvissuti maschi inoltre devono trascendere dalla abitudine sociale di considerare l’iniziazione sessuale da parte di una donna più anziana come un rito di passaggio, specialmente quando l’autrice del reato non è una parente. Ho posto una domanda ipotetica a varie persone mentre cercavo di spiegare la dinamica dei fatti: “Un uomo di trentadue anni fa sesso con una quattordicenne disponibile: è seduzione o stupro?”

Tutti hanno risposto: “Stupro”.

Scambiate i generi degli adescatori/trici e delle vittime e gli standard dell’etica e della moralità cambiano.

Io non sono stato “fortunato” quando ero quattordicenne. Non ho potuto affatto godere di un’adeguata transizione verso l’età adulta.

Io sono stato stuprato. Sono stato sfruttato da una donna avente dalla sua una esperienza ed un potere di gran lunga maggiore del mio e devo coesistere con le conseguenze di quei giorni. Eppure una vittimizzazione così orribile non è né capita né condivisa dalla gran parte della società, e le menzogne che marchiano la mia esperienza come un’iniziazione mi suonano, in modo oltre mai sospetto, come le razionalizzazioni di una violentatrice.

Eppure il diniego di queste violentatrici non è solo l’ostracismo comune della società verso ogni forma di incesto, o un mero prodotto dell’idealizzazione delle donne. C’è una orrenda forza strisciante al lavoro: la faccia oscura e politica di alcuni dei “pionieri” della riabilitazione dopo un incesto.

Non posso provarlo, e non sto per fare nomi, però posso elencarvi una parte dei loro pregiudizi. Per quel che può contare, offro la mia opinione.

(continua)