Come ho scritto tempo fa, c’era la possibilità che finissi a lavorare a Venezia. Il concorso (il quarto? il quinto?) l’avevo vinto, quasi come al solito, e nutrivo buone speranze dettate dal fatto che si trattava di un concorso riservato ai disabili ex-lege 68/99.

L’assegnazione conseguente ad un presidio ospedaliero nell’ambito dell’A.U.S.L. 12 (amministrazione che ha indetto il concorso) mi pare praticamente certa.

E invece da Venezia prendono tempo. Chiamo per sapere a quale sede sono stato assegnato, ci metto 20 (venti) giorni per parlare con la responsabile.

La mia assegnazione è sul territorio. Terapie domiciliari a Venezia centro storico.

“Ma come? Fate un concorso per disabili e poi li assegnate all’ADI?* Fra l’altro vi avevo segnalato il mio problema specifico…” (*assistenza domiciliare integrata ndR)

La giustificazione è al limite del ridicolo: “In definitiva a Venezia l’automobile per le terapie domiciliari non è necessaria: è possibile muoversi col traghetto, di conseguenza il problema non si pone.”

Ho avuto un flash di un me ipotetico, vi descrivo la scena.

Ore 20 circa di sera, ancora una terapia da fare (muoversi con i traghetti ruba tantissimo tempo, ovviamente). E’ il 20 dicembre, Venezia è addobbata per il Natale, fa freddo e piove. Un vento di mare pungente si somma all’alta marea, per camminare nel centro storico servono stivaloni da pescatore e mantellina da pompiere. L’acqua che sale è acqua di laguna, stagnante e velata di un olezzo fognesco. In uno dei calli che affacciano su Rio Grande il vento mi rovescia addosso l’acqua gelida delle grondaie. Busso a casa dell’anziana paziente: la figlia mi apre e mi comunica che la madre non può fare terapia a causa dell’influenza che le è venuta improvvisa per i rigori stagionali. Mi ritrovo alle 20:30, zuppo, al terminal autolinee per tornare a casa, a Mestre (non bastano i tre quarti del mio stipendio da 1200 euro per pagarmi casa a Venezia città). Alzo gli occhi e comincio a cantare “Partono e’ bastimente”. Sui versi e’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule, comm’è amaro stu ppane! mi viene da buttarmi nella prima fetida vena d’acqua di una città magnifica ma improvvisamente ostile.

Non se ne parla proprio.

L’obiezione è ovvia, l’ira del giusto ammessa e giustificata: se al concorso di cui sopra si fosse presentato un cieco o un ipovedente, cosa gli davate? Un delfino guida (visti i canali)? O un terranova taglia gigante, l’unico in grado forse di districarsi nell’acqua morta della laguna e di difendere il tapino dagli assalti delle famigerate “pantegane”?

Nessuna risposta. Altro concorso vinto e andato a donnine.

Tutta l’Italia, in fondo, è paese: me ne appello all’amico “Cecco” Pianori, dalla sua bella Emilia-Romagna. Oggi sono un pò più inacidito: anche il Nord sa deludere e comportarsi come le “migliori” amministrazioni del criticatissimo Sud.

Uccidiamo il chiaro di luna
le gondole placide sulla laguna
quest’immagine da cartolina
questa gente messa in vetrina.

(Fahreneit 451, testo dal video omonimo tratto da YouTube)

E adesso? Vinti cinque, vinti sei. Routine.
Si riavvolga il nastro ed avanti con Alessandria.

Finchè sono impegnato con le presenze al secondo anno di specialistica posso ancora pazientare. Un pò meno di prima, però.

soldi bruciati

.

..e, soprattutto, meno volentieri.

Ieri sono andato in giro per comprare il nuovo ultraportatile (in sostituzione dell’Asus EeePC 900), possibilmente con un mini-finanziamento per spalmare la spesa sui sei mesi a venire. Busta paga (di mio padre, che mi fa da garante) alla mano, bollette pagate, tutto in regola.

Se non fosse per un dettaglio: la busta paga (non lo stipendio, il documento) era quella di agosto, quella di settembre, per motivi squisitamente legati alla lentezza degli organi amministrativi preposti, non era ancora stata consegnata.

Il promoter della finanziaria, di fronte alla busta paga di agosto ha fatto immediatamente eccezione (che ne sa lui se un dipendente statale con ormai 30 anni di anzianità è ancora tale o è stato licenziato giusto il mese prima di richiedere un mini-finanziamento da sei mesi?), dicendo di non poter avviare la pratica con una busta paga “così vecchia” (sic!). E’ necessaria la busta paga del mese in corso. Ridicoli.

Bene. Prenderò il nuovo ultraportatile fra un paio di settimane, in contanti e presso un’altra catena di distribuzione. Al diavolo la finanziaria.

Dopo la premessa un paio di considerazioni.

Da un po’ di tempo (qualche anno, credo) si nota un decremento nel consumo a livello nazionale.

Si fanno disquisizioni su inflazione programmata, reale e percepita (quest’ultima è una geniale trovata dell’ISTAT che, se chiedete agli addetti ai lavori, non ha questa gran reputazione come istituto di statistica - ed io l’ho chiesto -) e si incita il consumatore medio a spendere, ricorrendo anche a dispendiosi spot pubblicitari firmati e finanziati dal Ministero dell’Economia.

Credo sinceramente che il problema non sia nella disponibilità economica: io, come tanti altri, sono semplicemente sfiduciato e contrariato dal fenomeno della iperburocratizzazione delle procedure d’aquisto e d’accesso ai servizi finanziari.

Mi sento offeso come consumatore quando le aziende mi vedono prima di tutto come un nemico truffaldino, pronto ad ogni sotterfugio per sfuggire ai vari obblighi contrattuali.

Mi sento offeso quando invece che come consumatore/utente/cliente di servizi finanziari vengo prima di tutto visto come l’elemosinante di quei pochi quattrini che bastano per comprare questo o quello.

Il fatto che un utente possa applicare un concetto quale quello di “pianificazione delle spese” sfugge completamente a molti degli istituti di credito. Siamo, in fondo, sempre vampiri che bevono del loro sangue e come tali dobbiamo essere controllati, schedati, marchiati a vita.

Non voglio neanche citare le clausole (vessatorie) che posso leggere ogni volta che prendo un mano una “proposta”.

Esempio: compri oggi, paghi nel 2009, senza interessi. Bello! Poi ci si mette a leggere il contratto e le clausole scritte in Times 6pti, questo sempre che il promoter lo conceda! Come si osa sprecare il suo tempo per leggere un contratto che impegnerà le vostre risorse economiche? Disgusto.

Dicevo, chi ha buona vista si va a leggere le clausole e con un minimum di conoscenze si accorge di: spese di apertura pratica in carico al cliente, di solito nell’ordine dei 60 euro (spiegatemi centesimo per centesimo dove sono queste spese); spese (ulteriori se richieste) per le marche da bollo; interessi dal momento della scadenza della prima rata a 0%, ma con integrazione dell’interesse accumulato (al massimo consentito dalla legge) sul capitale per il periodo che va dall’ acquisto al “Paghi nel 2009” con la formula classica dell’interesse cumulativo (interesse sull’interesse).
Non è che vi fanno interessi a 0% e basta, semplicemente ve li conteggiano già prima di ricevere indietro il capitale. E vi li fanno pagare col resto nel 2009.

Ecco cosa siamo noi consumatori: maiali di cui non si butta via niente.

Addio ipotesi della minirata: in futuro si compra a contanti. E se i contanti non ci sono, pazienza.

Forse è moralmente più dignitoso.

“Grazie” (ricordate il famoso spot del Ministero per incentivare il consumo?), ma a chi? Il consumatore è stanco, ha chiuso la porta e se n’è andato in montagna. Almeno l’aria ancora non costa niente.

Preparate le scodelle per raccogliere le lacrime della recessione in cui stiamo finalmente per sprofondare, con buona pace dei politicanti del “tutto va bene”.

ultima lezioneNell’agosto 2007, il professor Randy Pausch ha saputo che il cancro contro il quale combatteva era incurabile e che gli restavano pochi mesi di vita. Ha scelto di lasciare subito il suo lavoro all’università per stare vicino alla moglie Jai e ai loro bambini. Prima, però, il 18 settembre 2007, ha tenuto davanti a 400 studenti e colleghi la sua “ultima lezione”, intitolata “Realizzare davvero i sogni dell’infanzia”. Con ironia, fermezza e coraggio, ha ripercorso le tappe della sua esperienza, e il suo discorso è una testimonianza toccante e profonda di una vita resa straordinaria dall’intensità con la quale è stata vissuta. Da quel giorno, milioni di persone hanno visto su internet l’ultima lezione di Randy Pausch. Oggi quel testo, ampliato e arricchito, diventa un libro capace di parlare al cuore di ciascuno individuo. Pausch non vuole rivelare il senso della vita; più modestamente, mostra perché vale la pena vivere.

Opinione personale:
Come purtroppo era prevedibile, Randy Pausch se ne è andato. Il professore della Carnegie Mellon è deceduto a causa del suo tumore pancreatico il 25 luglio 2008. Avevo già dedicato un articolo a Randy un po’ di tempo fa, quando ebbi l’intuizione che il professore era entrato nella vera e propria fase terminale della sua malattia.. Durante i suoi ultimi mesi, Randy ha fatto in tempo a lasciarci una testimonianza, la sua “ultima lezione”. Questo libro, scritto dallo stesso dottor Pausch, cerca di spiegare i retroscena della “lezione” e di approfondirne i temi principali. Un inno alla vita e alla speranza, verso la realizzazione dei propri sogni da bambino. Il sottotitolo dell’edizione italiana del testo, “la vita spiegata da un uomo che muore”, coglie nel segno. Cosa vuole lasciare al mondo un padre di famiglia che sa che non riuscirà veder crescere i propri figli, che sa che la moglie dovrà lottare da sola nella vita? Il segreto del libro, come d’altronde quello dell’”ultima lezione”, sta nei destinatari: il libro non è stato mai pensato o scritto per noi lettori comuni, ma per i tre figli di Randy. E’ la sintesi di tutto quello che il loro papà avrebbe voluto dirgli e insegnargli durante la loro infanzia, la loro adolescenza, la loro maturità. Un privilegio che il fato non ha voluto concedergli. Ci sono laghi d’inchiostro dedicati al come vivere, questo è uno dei rarissimi ed autentici esempi di lezioni sul come morire. Incredibilmente toccante e commovente, da avere a tutti i costi in biblioteca.

+ LINK ALLA TRADUZIONE IN ITALIANO DELL’ “ULTIMA LEZIONE” +

+ LINK AL VIDEO DELL’ “ULTIMA LEZIONE” SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

Titolo: L’ ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore
Autori: Pausch Randy, Zaslow Jeffrey
Editore: Rizzoli
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8817023140
ISBN-13: 9788817023146
Pagine: 231
Letto: agosto 2008

einstein dioEsiste il libero arbitrio o è tutto predestinato? Qual è l’essenza dell’universo? Qual è il fine ultimo, lo scopo dell’umanità e perché l’uomo è stato creato? Se il mondo è destinato a finire con il Big Crunch, che senso ha vivere? Sulle scale del Museo egizio del Cairo, Tomás Noronha viene avvicinato da una splendida sconosciuta. Il suo nome è Ariana Pakravan, è iraniana ed è in possesso della copia di un documento inedito, un antico manoscritto dal contenuto enigmatico. Questo incontro condurrà Tomás Noronha nei misteri della crisi nucleare iraniana e lo porterà, attraverso l’incontro con i più importanti scienziati e pensatori del tempo, ad investigare su uno dei più grandi misteri dell’umanità: la prova scientifica dell’esistenza di Dio. Una storia d’amore e di tradimenti, un intrigo, una persecuzione implacabile, ma soprattutto una ricerca spirituale che ci porta alla rivelazione più stupefacente di tutti i tempi lasciandoci a bocca aperta davanti all’ultimo, definitivo e insondabile segreto del mondo.

Opinione personale:
Devo dire la verità, mi accosto sempre con grande diffidenza a testi che citino, direttamente o indirettamente, la divinità nel titolo. Il rischio di un punto di vista di parte o fazioso è molto alto e da solo può bastare ad invalidare l’acquisto di un libro. Se con i saggi la cosa è compensata dal fatto che sono indirizzati verso un pubblico ben definito (io non comprerei mai una biografia papale, per intenderci), con i romanzi le opinioni dell’autore sul tema prendono toni più sfumati, ma possono permeare tutta la struttura del testo. Se mi sono deciso all’acquisto di “Einstein e la formula di Dio” è stato proprio per la parola “Einstein”, anticipatrice di una visione non antropomorfa del divino e metafora della straordinaria complessità ed eleganza dell’Universo.Dando fiducia all’autore di non commettere un errore banale e macroscopico quale quello di avvicinare Einstein ad un dio di matrice squisitamente religiosa, mi sono avventurato nella lettura delle oltre 550 pagine del romanzo. E, come tutti i romanzi che riescono ad appassionarmi, l’ho divorato in una sola, lunghissima sessione di lettura. Il libro contiene numerosi elementi di fisica, filosofia, teologia, politica internazionale e, udite udite, di ateismo razionale. Per quanto di mia competenza, posso dire che tutti i concetti espressi sono spiegati al lettore in modo coerente e corretto, con qualche errore marginale solo nella descrizione del cosidetto principio antropico (errori che non si ripetono nella presentazione del principio antropico finale, vera chiave di lettura del testo). Il testo, nonostante le pause narrative necessarie a dare al lettore una infarinatura delle teorie presentate, scorre via in modo agile sotto la veste di un “terrorism thriller”. Più impegnativo della media, ma molto gradevole per il lettore che riesca a comprenderne a fondo i contenuti.

Titolo: Einstein e la formula di Dio
Autore: Rodrigues Dos Santos José
Editore: Cavallo di Ferro
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8879070339
ISBN-13: 9788879070331
Pagine: 557
Letto: luglio 2008

medici nazistiUna delle pagine più infami della storia del Terzo Reich è quella della Shoah e dei campi di sterminio; ma all’interno di questo immane orrore ce n’è uno che sembra superare qualsiasi limite della ragione: i medici che nei Lager seviziarono e torturarono sino alla morte creature inermi con l’atroce pretesto di “effettuare ricerche scientifiche”. Josef Mengele è il più noto di questi criminali, ma in questo libro ne incontreremo tanti altri, piccoli uomini in grigio, che non arretrarono di fronte ad alcuna infamia. Ma “I medici nazisti” non è solo questo. Lifton ci guida alla scoperta di quei perversi meccanismi che trasformarono in mostri persone che, in circostanze normali, non avrebbero strappato un’ala a una mosca.

Opinone personale:
Ricordo tanti anni fa un pomeriggio piovoso d’autunno, seduto sulla poltrona a casa di parenti, passato sfogliando (più che leggendo) una monumentale “Storia del Terzo Reich”. Mi interessava molto guardare le foto, i volantini di propaganda, le prime pagine dei giornali d’epoca, i rapporti entusiastici dei cinegiornali. Era come assistere al germogliare dei semi delle moderne mediocrazie, dove chi è al potere è chi controlla i mezzi di comunicazione di massa. Andando avanti con la lettura, si passava dalla fase dell’affermazione del regime a quella, meno gradevole, della guerra e della persecuzione degli ebrei, fino ad arrivare alla “soluzione finale”. Fui molto colpito dal resoconto dell’operato di alcuni medici nazisti nei campi di concentramento e, in particolare, da tutta una serie di loro “esperimenti scientifici”: congelamento dei prigionieri, privazione del sonno, esperimenti sulla pressione atmosferica, prelievo di tatuaggi, risposta a dosaggi letali di vari farmaci e sostanze, chirurgia sperimentale. L’esito di queste esperienze era quantomeno scontato: la morte del prigioniero, spesso e volentieri dopo l’inflizione di una sequela di inutili e drammatiche sofferenze. Anni dopo, girovagando il libreria, il mio occhio è caduto su “I Medici Nazisti”. Dal vederlo a prenderlo il passo è stato breve. Il saggio, molto voluminoso (supera le 700 pagine, cosa non comune per i saggi quanto lo è per i romanzi), approfondisce, oltre che le atrocità commesse dai medici nazisti in senso stretto, anche i retroscena politici e psicologici di queste pagine oscure della storia, tanto scabrose da meritare, nel dopoguerra, un processo a sé, il c.d. “Processo ai Medici”. Tra gli argomenti trattati: l’eugenetica e l’eutanasia, la sterilizzazione di massa, la cura razziale, il sistema delle selezioni presso il campo di Auschwitz, le testimonianze dei medici prigionieri, i casi Mengele e Wirths, la psicologia del genocidio, lo sdoppiamento faustiano. Consigliato.

Titolo: I medici nazisti. La psicologia del genocidio
Autore: Lifton Robert J.
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Data di Pubblicazione: 2003
Collana: Supersaggi
ISBN: 8817101036
ISBN-13: 9788817101035
Pagine: 725

simpson filosofi

È possibile che Bart Simpson rappresenti l’incarnazione dell’ideale nichilista di Friedrich Nietzsche? Che il comportamento di Marge sia la realizzazione della classificazione aristotelica della virtù? Che la mentalità di Springfield sia frutto di un approccio decostruzionista al reale? Secondo gli autori, per capire l’epopea dei Simpson è più utile rivolgersi a Kant, Marx o Barthes che non ai sociologi o ai critici televisivi. Diciotto possibili percorsi interpretativi che offrono letture originali dei personaggi, dei linguaggi e della scorrettezza politica della serie. Uno studio che applica le armi della dialettica alla cultura pop, fondendo il rigore espositivo della filosofia all’ironia di un insolito oggetto d’indagine.

simpson filosofiaOpinione personale:
Girare per gli scaffali e imbattersi un libro dal titolo “I Simpson e la filosofia” fa un certo effetto. La prima reazione è quella di trasfigurare il titolo in “La filosofia spiegata dai Simpson”, come se fosse un testo satirico. Poi si prende il volume fra le mani, gli si da una prima sfogliata e ci si rende conto di avere a che fare con un vero e proprio saggio di filosofia. Allora il titolo cambia ancora, diventando “I Simpson spiegati dalla filosofia”. Sbagliando ancora. Il titolo è “I Simpson e la filosofia”, ovvero temi di filosofia che prendono spunto dalla caratterizzazione dei protagonisti della nota serie animata. Bisogna dimenticarsi le grasse risate: se ci si approccia a questo testo con quell’idea se ne resterà cocentemente delusi. Faccio un esempio, prendendo il personaggio Homer. Dopo qualche pagina in cui si ripercorrono alcune delle gag più famose della serie, si passa all’analisi del personaggio secondo la scala socratica virtù, continenza, incontinenza, vizio, passando ovviamente attraverso i punti chiavi di tutta la filosofia socratica. Allo stesso modo, Bart diventa il simbolo del nichilismo nietzschiano e su Lisa si costruisce la critica all’intellettualismo medio americano. E’ un testo per ripercorrere, con spunti originali e diversi dalla didattica canonica, alcuni temi centrali della storia della filosofia. Se avete interesse nella filosofia prima e nei Simpson poi, il libro può interessarvi come simpatico ripasso o approfondimento alternativo, altrimenti meglio passare al negozio di fumetti sotto casa o sintonizzarsi sulla televisione. Ma attenzione, anche se non lo credete, Marx vi guarderà.

Titolo: I Simpson e la filosofia
Autori: Irwin William H., Conard Mark T., Skoble Aeon J.
Editore: Isbn Edizioni
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8876380310
ISBN-13: 9788876380310
Pagine: 333
Letto: settembre 2008

nagasakiOscurata per più di cinquant’anni dalla più nota missione dell’Enola Gay su Hiroshima e dalle poche e cattive informazioni diffuse e coperte da segreto militare, la missione del B29 Superfortress “Bockscar”, compiuta il 9 agosto 1945 su Nagasaki, è rimasta fino a oggi quasi sconosciuta. Scritto dal copilota del “Bockscar”, Luogotenente Colonnello Fred J. Olivi, italo-americano di prima generazione, “Nagasaki per scelta o per forza” rivela i veri dettagli legati alla Missione 16, le fasi segrete dell’addestramento e i dati sull’impiego di “Fat Man”, la bomba atomica al plutonio tre volte più potente di quella all’uranio sganciata su Hiroshima pochi giorni prima. Il libro, inedito e pubblicato in Italia per la prima volta al mondo, racconta con uno stile diretto le esperienze del giovane aviatore italo-americano, che fin dall’infanzia aveva sognato di diventare un pilota, e la cronaca del volo verso Nagasaki, facendoci rivivere minuto per minuto gli attimi drammatici che cambiarono la storia del mondo.

Opinione personale:
Fred Olivi, l’italoamericano che annientò Nagasaki. La biografia di uno degli uomini dell’equipaggio del Bockscar, il B29 modificato per ospitare Fat Man, la seconda bomba atomica utilizzata contro la popolazione civile della storia.

E’ un libro amaro. Viene letto concedendo l’attenuante dell’ignoranza di quei militari sul contenuto della particolare “bomba a zucca”, il cui addestramento mirava a portare, e sulle conseguenze innescabili da quel nuovo terribile ordigno.

La lettera finale, indirizzata al presidente Bush, con cui Olivi prima della morte si complimentava per la scelta degli Stati Uniti di non chiedere scusa al Giappone per le tragiche conseguenze dei bombardamenti atomici, sconfessa tutto il testo.

E’ un libro interessante per la cronaca e la storia, per avere conoscenza degli eventi che, al di là dei tavolini dei politici, portarono a trasformare in cenere 100.000 persone e a condannarne altre 200.000 ad una esistenza atroce, segnata dal dolore e dalle malattie.

E poi quel telegramma, scritto mezzo secolo dopo, che pesa come un macigno. Ve lo riporto:

“Da Fred J. Olivi

A Presidente George Bush

Chicago, 12 settembre 1991.

Signor Presidente,

in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale.

Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.

Fred J. Olivi, Chicago”

Gli sforzi degli equipaggi non furono vani, né potrebbero esserlo. Chiusero in una settimana la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca dei fatti la scelta fu giusta.
Ma che, nel 1991, dopo la Guerra Fredda, dopo che gli effetti delle bombe si sono manifestati nella loro inumanità, ci si azzardi a complimentarsi per non aver chiesto scusa è troppo anche per me.

Ecco la mia opinione: Fred Olivi fu per me un ottuso stupido militare. Nato come tale, vissuto come tale, morto come tale. Non mi suscita né pietà né commozione, ma solo indignazione, rivolta a lui e a tutta quella classe, che per fortuna l’anagrafe sta ripulendo per ovvie ragioni di tempo, di ciechi militari che non reputano giusto chiedere oltre mezzo secolo dopo scusa all’umanità per Nagasaki, Hiroshima e Dresda.

La storia la scrivono i vincitori e i perdenti in questo caso erano davvero malvagi, ma neanche i vincitori potranno mai considerarsi degli stinchi di santo. Punto. Se vi consiglio il libro? Si, ve lo consiglio. Oltre le mie personali ed opinabili riflessioni. Sono pezzi di storia che non si affacciano spesso e volentieri al pubblico, meglio approfittarne quando c’è la possibilità.

Titolo: Nagasaki per scelta o per forza. Il racconto inedito del pilota italo-americano che sganciò la seconda bomba atomica
Autore: Olivi Fred J.
Editore: FBE
ISBN: 8889160586
ISBN-13: 9788889160589
Pagine: 239

vincenzo tiberioLa storia ci consegna la penicillina legata al nome di Alexander Fleming, che nel 1928 per puro caso osservò l’impedimento della crescita di batteri da parte di una muffa, il Penicillum notatum.

Ma 30 anni prima del biologo inglese a capire, e documentare in uno studio, il potere delle muffe fu Vincenzo Tiberio (Sepino, 1 maggio 1869 – Napoli, 7 gennaio 1915, in foto), giovane medico nato da buona famiglia molisana di Sepino e successivamente stabilitosi ad Arzano, centro della periferia nord di Napoli.

Il medico molisano appartiene alla schiera, lunghissima, degli italiani dalla genialità misconosciuta. Mentre ancora studiava medicina all’Università di Napoli, Tiberio mise in relazione i disturbi intestinali di cui soffrivano i suoi vicini di casa ad Arzano con la periodica disinfezione del pozzo da cui attingevano l’acqua da bere.

Egli, infatti, aveva notato che gli abitanti della casa dove era ospite dei suoi parenti, erano colti da infezioni intestinali ogni volta che il pozzo, che dava acqua per i fabbisogni quotidiani, era ripulito dalle muffe. Questi disturbi cessavano al ricomparire delle muffe sui bordi del pozzo.

Tiberio prelevò alcuni campioni della “miracolosa sostanza” e ne parlò in facoltà. Affrontò difficoltà e diffidenze. Gli fu consentito di accedere al laboratorio di igiene diretto dal professor Vincenzo De Giaxa solo dopo la laurea.

Tra le prime osservazioni e la pubblicazione della relazione conclusiva passarono circa cinque anni. Fu così che iniziò a studiare le muffe e intraprese degli esperimenti che lo portarono a scoprire il loro potere battericida.

Nel 1895 il giovane medico scrisse il resoconto delle proprie scoperte, dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. Manco a dirlo, l’establishment scientifico non dette peso alla scoperta. Le conclusioni sul potere antibattericida delle muffe furono registrate come una coincidenza. La relazione fu consegnata alla polvere degli archivi con la data del 1895. Nessuno pensò che la constatazione di Tiberio potesse aprire nuovi orizzonti terapeutici. Lo stesso scopritore accettò senza proteste l’archiviazione silenziosa.

Il primo documento firmato da Tiberio sul potere degli antibiotici porta una data antica: 1895. E’ uno scarno, incolore libretto conservato per cento anni e più negli archivi della Università di Napoli. ”Appare chiaro che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili in acqua forniti di azione battericida”, vi si legge.

Per varie vicende, connesse a problemi di natura sentimentale e familiare, Tiberio abbandonò gli studi sulle muffe e della sua scoperta non ne parlò più nessuno.

le invenzioni della nottePotrebbe essere una giornata come tante quella che Jonas, giovane viennese, ha davanti al proprio risveglio. Ma dopo il solito caffè, scopre che la televisione non funziona, internet non va, il giornale non gli è stato consegnato e il telefono della sua fidanzata suona a vuoto. Perplesso, esce per andare al lavoro, e scopre una città deserta: uomini e animali sono scomparsi, volatilizzati nella notte, lasciando ogni cosa intatta. Rimasto solo con gli oggetti, con il silenzio e con il tempo, Jonas si dà a una disperata quanto inutile ricerca di un indizio sulle ragioni di un simile stato di cose. A poco a poco, il terrore di essere solo si trasforma nella paranoia di non esserlo, gli oggetti sembrano mutare in rettili freddi che lo osservano immobili, in una minaccia che percorre le pagine con una violenza sottile, mai sopita. Finché i sogni travalicano la realtà, si mescolano ai ricordi, e Jonas comincia a dubitare della propria mente, risucchiato in un vortice di delirio…

Opinione personale:
Thomas Glavinic. Mai letto. Sono stato indotto a prendere questo libro dopo aver letto una mini-recensione su una guida TV. Per la serie “provare per credere”, verrebbe da dire. Ed io ho provato, ed ho creduto. In alcuni passaggi sembra richiamare lo stile cupo di Stephen King, con un evidente ammiccamento al thriller. Mi piace molto il giudizio sintetico di Daniel Kehlmann, che a lettura finita ho condiviso pienamente e più vissutamente degli “urli” di quarta: “A Glavinic riesce l’impossibile. Un virtuosismo sulla paura e le sue molte variazioni… al contempo inquietante romanzo del brivido e complessa opera letteraria.” Alla fine il libro parla di questo: della paura, o meglio, delle paure primordiali dell’essere sociale uomo. La paura di restare solo, di doversi guardare indietro per nutrirsi dei propri ricordi, la paura di sé stessi e delle lacune della propria coscienza. Il finale disorienta, ma a ben leggere è in sintonia perfetta con i contenuti del testo: l’intento dell’autore non è quello di offrire soluzioni, ma di raccontare una caduta nel delirio. L’ultima pagina è da staccare e conservare per i posteri, di una struggente e malinconica bellezza. Uno one-man-show di classe.

Titolo: Le invenzioni della notte
Autore: Glavinic Thomas
Editore: Longanesi
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8830424722
ISBN-13:9788830424722
Pagine: 376

asimov fine dell'eternitàNella segreta, ristrettissima casta degli Eterni, un Tecnico è come un chirurgo: glaciale, preciso, impietoso, “opera” sui secoli e sui millenni, modificando minuscoli particolari della realtà. Un barattolo spostato, una lettera non spedita, un appuntamento mancato, e tutto il corso successivo della storia sarà diverso, miliardi di uomini non saranno mai esistiti, terribili guerre saranno state evitate, funeste invenzioni resteranno in inventate. Una nobile missione, che ha il solo fine di assicurare all’umanità uno sviluppo pacifico, armonioso, razionale; così, per lo meno, crede il Tecnico Harlan, finchè il suo lavoro lo mette, letteralmente, davanti a se stesso. E a questo punto gli si forma attorno un gioco di specchi dove passato, presente e futuro, realtà ed irrealtà, possibile e impossibile si mescolano in un vortice in apparenza insensato, ma di cui toccherà a lui dipanare il senso profondo e decisivo.

Opinione personale:
Ne ho letto una non più comunissima copia della serie Urania (n°572, edita l’8 agosto 1971). Attualmente è disponibile sempre presso Mondadori nella collana Best Sellers. Quello che mi impressiona sempre di Asimov è la sua straordinaria logicità, un autentico “passista” dei tempi e del rapporto causa/effetto. Anche in questo caso, come in “Notturno”, il finale a sopresa risulta essere il più logico e difatti l’unico possibile. La fine dell’Eternità rappresenta in un sol momento il presupposto fondamentale alle Fondazioni e la loro conclusione a lunghissimo termine. Lo stile è coinciso, la lettura agevole anche nei momenti in cui il tempo degli eventi si ripiega su sé stesso per allineare tutti gli eventi del racconto, facendo scoprire la chiave di volta di tutta l’opera di Asimov, rappresentata dal secolo settantamillesimo. Magnifico.

Titolo: La fine dell’eternità
Autore: Asimov Isaac
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 1996
Collana: Oscar bestsellers
ISBN: 8804414510
ISBN-13: 9788804414513
Pagine: 238

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