teiera giganteStando all’articolo precedente, apparirebbe evidente l’impossibilità di un “culto della teiera” o quanto meno solare la presa d’atto che siamo tutti agnostici della teiera. Cito una delle frasi più famose di Einstein: “Due cose soltanto sono infinite: l’Universo e la stupidità umana. E sul primo ho ancora qualche dubbio”. Esiste, sbalordisco, anche un Culto della Teiera.

Riprendo un articolo di Francesca Belotti, pubblicato sul Corriere della Sera online il 5 marzo 2008.

“Certo è che adorare una teiera può sembrare alquanto bizzarro. Per i membri del «Regno dei cieli» però la teiera rosa alta due piani, ispirata al sogno di un seguace, che campeggia all’interno del loro villaggio, riveste un significato ben preciso: è il recipiente che usa il Creatore per distribuire la sua benevolenza agli uomini. Ecco perché chi entra nel villaggio, molto simile a un parco-divertimenti, per la prima volta è invitato a bere l’acqua contenuta nel grosso vaso blu accanto alla teiera. Qua e là poi potrà capitare di vedere colonne greco-romane, una barca da pesca, e persino un grande ombrello, metafora del conforto e riparo che offre la fede.”

Abbiamo quindi anche dei teieristi. Certo, se può esistere il Mostro Volante di Spaghetti, con relative chiese ed anche uno scisma, non vedo perché no.

Ma dalla stravaganza e senso del buffo si passa immediatamente a risvolti più drammatici. “Come la religione avvelena ogni cosa”, è il sottotitolo del libro di Hitchens. E infatti, sempre dall’articolo della Belotti:

“È in carcere da lunedì Kamariah Ali, un’ex insegnante di 57 anni, condannata a due anni di reclusione per apostasia da un tribunale islamico nello stato di Terengganu, in Malesia. Tanto le è costato il cosiddetto «culto della teiera», ovvero l’adorazione di una grande teiera venerata dai seguaci del «Regno del cielo», una setta religiosa nata negli anni Ottanta, a cui la donna appartiene, che predica pace e amore. […]Nel 2000 il Partito islamico, all’epoca alla guida dello stato del Terengganu, aveva cercato di far chiudere la setta, ma i seguaci ebbero la meglio grazie a un ordine del tribunale. Nel luglio del 2005 invece qualche decina di membri della comunità, fra cui la stessa Kamariah Ali, sono stati arrestati con l’accusa di possedere materiale contrario all’Islam. […] Ma quanti sono i membri della setta? Il leader Ayah Pin ne conta diverse migliaia fra la Malesia, Bali, Singapore e altri paesi, grazie al messaggio di amore e tolleranza che predica, invocando la libertà di professare qualunque culto.”

Anche una setta di importanza assolutamente secondaria come quella della Teiera, in una società teocratica, è degna dell’attenzione dei ligi inquisitori. E non si creda che sia una situazione vissuta soltanto in Iran. Avete mai sentito parlare, in Italia, della setta dei Satanisti di LaVey? No? Informatevi, avrete qualche sorpresa. Gran parte della loro dottrina si può riassumere in un modo di dire partenopeo: “O’ munno è ‘nfame” (trad. “Il mondo è infame”), e nella presa d’atto di tale assunto. Eppure sono equiparati a fenomeni settari molto più “neri”, sullo stile dei vari Bambini di Satana e compagnia (sic!) bella.

In conclusione, avanti teieristi, in questo mondo senza rotelle c’è posto davvero per tutti.

(nella foto: la teiera gigante, simbolo del culto dei “Teieristi”)

teieraLo spettro delle probabilità si adatta bene all’agnosticismo temporaneo. Si sarebbe tentati a prima vista di porre l’agnosticismo permanente al centro dello spettro, nella categoria del 50% di probabilità, ma non sarebbe corretto. Gli agnostici permanenti affermano che non si può dire né che Dio esiste né che Dio non esiste. Secondo loro la questione è in linea di principio senza risposta, sicché a rigor di termini dovrebbero rifiutarsi di collocarsi in qualsiasi punto dello spettro di probabilità. L’impossibilità di sapere se il rosso di qualcun altro è uguale al mio verde non rende le probabilità 50 e 50: la proposizione è troppo priva di significato perché le si conceda l’onore delle probabilità. Eppure è un errore comune, in cui ci imbatteremo ancora, saltare dalla premessa che la questione di Dio sia teoricamente insolubile alla conclusione che l’esistenza e l’inesistenza di Dio siano equiprobabili.

Si può illustrare la dinamica dell’errore anche in termini di onere della prova e, in effetti, Bertrand Russell si è divertito a usare questo metodo quando ha proposto il paradosso della teiera celeste.

Molti credenti sembrano ritenere che sia compito degli scettici confutare i dogmi vigenti anziché compito dei credenti dimostrare la verità di ciò in cui credono. È un errore, naturalmente. Se sostenessi che esiste tra la Terra e Marte una teiera di porcellana che gira intorno al sole con orbita ellittica, nessuno potrebbe confutare la mia asserzione, purché fossi abbastanza prudente da specificare che la teiera è troppo piccola per essere individuata dai più potenti telescopi terrestri. Ma se aggiungessi che, siccome la mia asserzione non può essere confutata, è un’intollerabile presunzione della ragione dubitare dell’esistenza della teiera, si avrebbe motivo di ritenere il mio discorso sciocco. Se però la storia della teiera comparisse in antichi testi, se ogni domenica venisse definita dal pulpito una verità sacra e se a scuola fosse insegnata ai bambini, non credervi diverrebbe segno di eccentricità e lo scettico sarebbe mandato dallo psichiatra in un’epoca illuminata e dall’inquisitore in un’epoca più oscura.

Non ci disturbiamo a dichiarare il nostro scetticismo perché nessuno, ch’io sappia, adora le teiere, ma, se costretti, non esiteremmo a dirci convinti che non esistono teiere nello spazio compreso tra la Terra e Marte. Per la verità, a rigor di termini, dovremmo essere tutti agnostici della teiera: non possiamo dimostrare in maniera incontrovertibile che non esiste una teiera celeste. Invece, in pratica, non siamo agnostici, ma a-teieristi.

Un mio amico educato nella religione ebraica, che osserva ancora il sabato e altre consuetudini per fedeltà alla propria cultura, si autodefinisce «un agnostico del topino del dente». A suo avviso, le probabilità che Dio esista sono pari alle probabilità che esista il topino del dente. Entrambe le ipotesi non possono essere confutate ed entrambe sono altrettanto improbabili. È a-teo nella stessa ampia misura in cui è a-topinista. Ed è agnostico su Dio e sul topino nella stessa limitata misura.

La teiera di Russell vale, naturalmente, per le innumerevoli cose di cui si può concepire ma non confutare l’esistenza. Ha detto il celebre avvocato americano Clarence Darrow: «Non credo in Dio come non credo in Mamma Oca». Il giornalista Andrew Mueller ritiene che abbracciare una religione sia «bizzarro quanto credere che il mondo sia romboidale e viaggi nel cosmo sorretto da Keith ed Esmeralda, le chele di una gigantesca aragosta verde». Il grande favorito per il ruolo di divinità inesistente è l’invisibile, intangibile, inudibile unicorno rosa, adottato come esercizio alla confutazione per i bambini di Camp Quest, il primo campo estivo di libero pensiero per ragazzi. Una popolare divinità di Internet è, al momento attuale, il Mostro Volante di Spaghetti – inconfutabile quanto Jahvè o qualsiasi altro dio – che con i suoi lunghi tentacoli di pasta ha toccato, a sentir loro, molti fedeli. Sono deliziato di vedere che è stato pubblicato con successo perfino un suo vangelo. Non l’ho letto, ma che bisogno c’è di leggere un vangelo quando si sa che è vero? A proposito, com’era inevitabile, si è già verificato un Grande Scisma che ha prodotto la Chiesa Riformata del Mostro Volante di Spaghetti.

Tutti questi bizzarri esempi sono inconfutabili, eppure nessuno pensa che l’ipotesi della loro esistenza stia su un piano di parità con l’ipotesi della loro inesistenza. In sostanza, Russell sostiene che l’onere della prova spetta ai credenti, non già ai non credenti. E, in questo quadro, io ritengo che le probabilità a favore dell’esistenza della teiera (o dell’unicorno o del Mostro Volante di Spaghetti o di Keith ed Esmeralda) non sono pari alle probabilità a sfavore.

Nessuna persona ragionevole ritiene che il fatto che teiere orbitanti o topini del dente sono inconfutabili li consacri come argomenti interessanti. Nessuno di noi si sente in dovere di confutare i milioni di cose improbabili che una fantasia fertile o faceta può concepire. Quando mi hanno chiesto se ero ateo, mi sono divertito a sottolineare che chi mi rivolgeva la domanda era a sua volta ateo nei confronti di Zeus, Apollo, Amon-Ra, Mitra, Baal, Thor, Odino, il vitello d’oro e il Mostro Volante di Spaghetti. In fondo, sono ateo solo nei confronti di un dio in più.

Tutti ci sentiamo in diritto di esprimere grande scetticismo o totale rifiuto verso unicorni, topini del dente e dèi greci, romani, egizi e vichinghi, solo che (oggi) la nostra indifferenza non importa a nessuno. Nel caso del Dio di Abramo, invece, importa parecchio, perché molti abitanti del pianeta sono convinti che esista. La teiera di Russell dimostra che l’ampia diffusione della credenza in Dio, rispetto alla scarsa diffusione della credenza nelle teiere celesti, non modifica dal punto di vista logico l’onere della prova, anche se sembra modificarlo dal punto di vista della politica pratica. Che non si possa dimostrare l’inesistenza di Dio è un fatto riconosciuto, se non altro perché non si può dimostrare in maniera incontrovertibile l’inesistenza di niente. L’importante non è se Dio sia confutabile (non lo è), ma se Dio sia probabile. È tutt’altra questione.

Alcune cose inconfutabili sono giudicate dalle persone ragionevoli molto meno probabili di altre cose inconfutabili. Non c’è ragione per ritenere che Dio non debba rientrare nello spettro delle probabilità. E di sicuro non c’è nessuna ragione per presumere che, siccome la sua esistenza non può essere né provata né confutata, egli abbia il 50% di probabilità di esistere.

Come vedremo, è proprio il contrario.

DAWKINS R., L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere (tit. originale: The God Delusion, 2006). Mondadori, 2007. Pagg. 58-60.

comunicarePubblico questo racconto, tratto da “Comunicare Come” di Roberto Vacca. Non posso proporre un invito alla lettura del libro, visto che è andato ormai esaurito da molti anni (era edito dalla Garzanti, 1990): un vero peccato, si tratta di un ottimo saggio, che custodisco gelosamente, sulla comunicazione e su come renderla lineare ed efficace. In particolare questo racconto mi è sempre piaciuto: fa vedere come sarebbe, secondo l’Autore, il nostro avanzato mondo Occidentale se fosse intriso di un integralismo religioso da far impallidire i più intransigenti stati teocratici medio-orientali. Il racconto originale è stato scritto dal noto ingegnere nel 1957 ed è tutt’ora disponibile sull’e-book “18 Racconti Paradossali”, disponibile per l’acquisto presso il sito http://www.printandread.com. La versione che propongo oggi è quella ridotta del 1990, ripulita nella forma e sfrondata, a detta dello stesso autore, di molte parole inutili. Si tratta di tre pagine e mezza in formato A4, una piccolissima percentuale del libro; spero di conseguenza di non fare danno a nessuno dal mio piccolo orto. Buona lettura e buon divertimento.

All’ultimo piano del palazzo degli esami giungeva attutito il brusìo del traffico dal viale dei Papi (l’antico Viale di Trasteve­re). Il Diacono Nilo Scuri, in piedi da un’ora, rispondeva alle do­mande rivoltegli dal Padre Psicosintesista, sdraiato sul suo letti­no. Pensava: preferirei ripetere dieci volte l’esame di servo-mec­canismi, piuttosto che passare di nuovo per questo inferno. Qua­si esaudendo quella preghiera inespressa, il Padre Psicosintesista gli disse:

« Puoi andare, Diacono. Io con te ho finito. »

Il tono non era incoraggiante, ma fu con sollievo che Nilo uscì dalla stanza e si diresse alla porta accanto. Questo era l’ultimo esame. Poco interessante, forse, ma importantissimo. Sulla por­ta era scritto: «Rev.do P. Sgama O.S.T. – Storia del Regime Teocratico».

Il Padre Sgama, dell’Ordine degli Storici Teocratici, era noto per la sua severità. Non alzò neanche la testa e continuò a inte­stare con la sua calligrafia pignola la pagina del registro su cui fra poco avrebbe vergato i suoi giudizi: 22 giugno 1998. Poi co­minciò a parlare:

«Spero, figliolo, che tu ti renda conto dell’importanza di que­sto esame. Il rapporto dell’Oratorio Elettronico è lusinghiero nei tuoi confronti. Ma sai bene che più delle cognizioni tecniche, ti saranno utili quelle teologiche, che faranno di te un buon sacer­dote, e quelle teocratiche, perché tu sia un buon funzionario del­lo Stato Cattolico Teocratico. Domani sarai nominato, lo spero, Reverendo Ingegnere degli Automatismi. Ma la nomina seguirà l’ordinazione. Non a caso, che dalla perfezione del sacerdozio sono alimentate quelle del funzionario e del tecnico. Oggi, lo sai, nessuno può essere ingegnere, se non è sacerdote. » « Sì, padre, » rispose Nilo.

«Comincio, allora, con domande facili per metterti a tuo agio. Sono le stesse che faccio anche agli esami di Diacono Perito Elet­trotecnico. In che anno l’Italia fu redenta a formare lo Stato Cattolico Teocratico? »

«Nel 1970, ad opera del Servo dei Servi di Dio, Luis Medina, e per voto unanime del Parlamento, allora esistente. »

«Eh già, fu una bella celebrazione di quell’infausto 1870. Dimmi, ora, chi è il capo dell’S.C.T.? »

« Il Capo di ogni organismo umano non può essere che Dio. In casi particolari, poi, il potere è delegato ai Suoi vicari. Nel caso dell’S.C.T. che per ora comprende solo le regioni italiana e spa­gnola, il Vicario è il Sommo Pontefice di Roma. »

«Cosa sai dell’eresia nuovo-inglese? »

«L’eresia nuovo-inglese era l’erronea dottrina sostenuta negli anni Ottanta da alcuni gruppi cattolici americani, che volevano trasferire la sede del Papato a Boston. L’eresia fu presto doma­ta. Ora quei gruppi costituiscono l’American Catholic Electronic Purchasing Center, che fornisce buona parte delle nostre attrez­zature tecniche e industriali. »

«Bene. Conosci la legge 2 aprile 1986 sull’attribuzione esclusi­va all’Ordine dei Piccoli Frati Idroelettrici dei compiti di manu­tenzione ed esercizio di tutte le centrali per la produzione di ener­gia? »

Il colletto del Cardinale era listato di verde, segno che oltre al­l’alta carica ecclesiastica ricopriva anche quella di Governatore di Diocesi Tecnica. Nella lista dei Reverendi ingegneri di nuova nomina c’era anche il nome del Don Ing. Nilo Scuri, assegnato alla supervisione degli automatismi di controllo della Centrale-Convento di San Lampadio, sul monte San Vittore (l’antico Monte Vettore).

16 gennaio 2002. Erano le sei di sera e si avvicinava l’ora di punta. Anche il terzo turboalternatore della Centrale-Convento di San Lampadio stava per essere inserito a erogare potenza sulla rete. Il Capo-centrale, che era anche Padre Provinciale dell’Or­dine dei Piccoli Frati Idroelettrici, stava finendo di celebrare la funzione serale nella cappella annessa alla sala del quadro di co­mando. Con un leggero accento abruzzese, scandiva le parole della Colletta per implorare il successo nel fare il parallelo: «Ut parallelum cito factum sit benigne concedas, staticam et dinami-cam stabilitatem preserva quaesumus… » I fasometri e i frequen­zimetri davano ora letture identiche. Il Padre Ripartitore del Ca­rico premette il pulsante e concluse il rito con un “Deo Gratias”.

Il Padre Capo-centrale si dirigeva verso la sacrestia per svestir­si dei paramenti, quando fu fermato dal Fratel guardiano eccita­tissimo:

«Padre, sapesse! È incredibile. Non credevo ai miei occhi. Il Fratel Turbinista Cioccoloni! L’ho sorpreso che deteneva… ha tratto di tasca un’immagine. Mai visto niente di simile, Padre! »

«Sei sicuro, fratello? Bisognerà indagare. Tutti e due con me in Sala di Disciplina. Subito! »

Il gruppo di religiosi attoniti rimase in silenzio. Poi ognuno tornò alle sue occupazioni, senza un commento. Don Nilo Scuri era stato presente alla funzione, sebbene fosse il suo giorno men­sile di libertà. Si riscosse e tornò al suo laboratorio ove passava sperimentando ogni ora non dedicata al servizio. Certo era incre­dibile. Da 10 anni erano proibite tutte le immagini – tranne i di­segni tecnici. Nel ‘92 la Bolla Ichonoclastiae sanctitati aveva fat­to giustizia delle aberrazioni dell’arte astratta e anche di ogni ef­figie della persona umana.

Nilo non riusciva a concentrarsi. Guardava ogni tanto le for­me d’onda sullo schermo del suo oscillografo e poi tracciava qualche nuova connessione del circuito che stava progettando. La matita elettrolitica nella sua mano si spostava lenta sul pan­nello. Elvio, il seminarista apprendista, era abituato ai discorsi complicati di Padre Scuri, alle sue spiegazioni di logica, alle frasi che pronunciava pensando ad alta voce. Ma quella sera non riu­sciva a seguirlo. Nilo seguitava:

«… resta il problema dei circuiti in uscita. Potrei usare due fo­natori paralleli. Uno per le lingue latine e uno per le sassoni. La traduzione in linguaggio articolato è cosa fatta… e – certo! – qui potrei usare 64 supersubstanziatori. Prendimi due matrici di plu-toniti, Elvio, e stasera faremo un bel passo avanti. Domattina ti occuperai di montare quegli emitter-follower ».

In quell’istante la porta si aprì silenziosamente e il Padre Ca­po-centrale entrò nel laboratorio. Era scuro in volto.

« Non sembra, Padre Scuri, che teniate in gran conto le disposi­zioni dell’enciclica Radiationum nomina! Emitter-follower! Il Papa non ci ha raccomandato la bella locuzione latina “transistor cuius emitter basim sequitur”? Ma non volevo parlare di questo. »

Guardò Elvio con intenzione. Il ragazzo arrossì e non si mos­se. Nilo lo tolse dall’imbarazzo:

«Puoi andare, Elvio. Continueremo domani dopo il mattu­tino.»

Il Capo-centrale attese a braccia conserte che la porta si chiu­desse alle spalle del seminarista.

«Purtroppo devo confermare, caro Scuri, che il Fratel turbini­sta Cioccoloni è stato provato colpevole senza ombra di dubbio. Lo sciagurato feticista era in possesso di un’intera serie di imma­gini antropomorfe. Non lubriche, è vero, ma non per questo la sua colpa è minore. È già segregato e domani lo consegneremo al Ministero delle Inquisizioni Statali, che giudicherà le sue colpe inaudite. »

« Inaudite davvero, » confermò Nilo, che in vita sua non aveva mai visto un quadro, né una foto.

«Dopo questa infrazione naturalmente stringeremo i freni nel­la disciplina di questa Centrale-Convento. Anche il vostro labo­ratorio sarà perquisito domani. È solo una formalità. »

«Troppo giusto, » assentì Nilo.

« Intanto gradirei una vostra dichiarazione su questo apparec­chio che state costruendo. Senza incarico o autorizzazione, cre­do. Di che si tratta, quale ne è il fine? »

Nilo era lusingato di avere un ascoltatore così autorevole.

«È una macchina interessante. Anticamente l’avrebbero chia­mata un robot. In effetti è una macchina logica, che simula mol­te funzioni del nostro cervello. Vi ho inserito le regole della logi­ca aristotelica. Ora la sto perfezionando: parlerà oltre che pensa­re. Fornirà risposte in quattro lingue: italiano, latino, inglese e tedesco. Così potrà essere interrogata a voce sulla verità o atten­dibilità di qualunque proposizione logica e fornirà un giudizio imparziale… » Nilo fece una risatina. «Era banale la soluzione di stampare le risposte… »

«Vedo, vedo, » mormorava il Capo-centrale con gli occhi fissi nel vuoto. Nilo tentò di portare il discorso su un tono più leg­gero:

«La chiamo giocosamente “Raimondo” in onore del grande Lullo… »

«Ma, Padre Scuri, non vi rendete conto! » urlò il Capo-centra­le. «Perfino il nome proprio, Santo Iddio! Ha fatto la macchina che pensa. Ha fatto la macchina che parla! L’ha battezzata! Ma chi credete di essere, il Padreterno? Questo è un reato di antro­pomorfismo bello e buono e voi me lo spiattellate come se fosse uno scherzetto da seminarista. »

Nilo era rimasto come basito: «Ma nel mio tempo libero… »

«E che? Esiste forse un tempo in cui siamo liberi di commette­re sacrilegi? Don Scuri, datemi retta. Non voglio compromettere un collega. Ho già abbastanza grane. Ma voi smontate subito, distruggete questa cosa, questa enormità e vedremo di passarla sotto silenzio. Occupatevi di cose serie e dimentichiamo questa triste parentesi.»

Nilo si ribellò: «Ma, Padre! Come potete travisare così le pa­role mie e gli intenti del povero Raimondo? Non lo distruggo. L’ho fatto a fin di bene. Può aiutarci a percorrere la via della ve­rità. Sono pronto a dare una dimostrazione pubblica del fatto che Raimondo non mente mai. E sia presente anche il direttore generale delle Inquisizioni Pubbliche! »

Il Capo-centrale si irrigidì: «Se la prendete così, Don Scuri, non posso che dissociare la mia responsabilità dalle vostre. Non vi ho detto niente. Stasera parte la denuncia per il Ministero. Di­rà che siete disposto a dare non so qual dimostrazione – certo non in pubblico. Ma questa proposta aggraverà solo la vostra posizione. Diranno: il sacrilego rifiuta di sottomettersi e dà pro­va di superbia e vanità. »

«Va bene. E che quei signori chiedano pure a Raimondo di di­mostrare l’esistenza di Dio. È in grado di farlo non meno di San Tommaso. Sarebbe bello che snocciolasse pari pari le cinque vie dell’Aquinate. »

Il Padre Jorge Gonzales, dell’Ordine dei Logici Scalzi e sotto­segretario alle Inquisizioni Statali, meglio noto col nome religio­so di Don Torquemada, presiedeva la commissione d’inchiesta. Davanti al lungo tavolo al quale sedeva con altri dieci preiati, era piazzato Raimondo: una incastellatura metallica a pianta esago­nale, alta due metri, irta di valvole elettroniche, transistori, su-persubstanziatori e inviluppata da fasci di fili multicolori. Nilo eseguiva gli ultimi controlli febbrili tirandosi dietro un oscillo­grafo montato su rotelle. Don Torquemada dava segni di impa­zienza: «Vi manca molto, imputato? È un tempo lunghissimo che questa Corte aspetta. »

« Sono pronto, Eccellenza. In che lingua volete rivolgervi a… »

«Alla vostra macchina infernale? In latino, ovviamente. »

«Certo,» confermò Nilo e dispose la levetta del fonatore su latino. «Potete cominciare, Eccellenza. »

Don Torquemada chiese: «L’imputato ha mai parlato di Dio alla sua macchina? »

«Solo di passaggio, Eccellenza. Raimondo trovò la parola “Dio” nell’introduzione a un libro di astronomia di Jeans. Non la capì e allora gli spiegai che “Deus non solus est sua essentia sed etiam suum esse”. Non gli permisi di discutere in merito: volevo che si occupasse di certe questioni di calcolo integro-differenziale. »

«Se il concetto è già stato introdotto nella macchina, pro­cedo.»

Don Torquemada aprì la sua grossa copia personale della Summa Theologica, rilegata in nero, e parlò nel microfono.

«Primum considerandum est an Deus sit. Secundo quomodo sit, vel potius quomodo non sit. Tertio considerandum erit de his, quae ad operationem ipsius pertinent, scilicet de scientia et de voluntate et potentia. »

Un mormorio di approvazione si levò dagli altri prelati. Don Torquemada tuonò: « Sentiamo la risposta! »

Nilo premette il pulsante contrassegnato risposta. Per qual­che istante silenzio. Poi l’altoparlante emise un fischio, dappri­ma flebile e acuto, poi più intenso e grave. Il fischio si interrup­pe. L’altoparlante emise qualche scoppiettìo, poi più nulla.

Il giovane Cardinale Orsini uscì in una risatina stridula, che gli morì in gola a un’occhiata di Don Torquemada. Nilo disse:

«Vogliate scusare, Eccellenza. Vediamo subito l’indicatore di guasti. »

Inserì l’altoparlante dell’indicatore, dal quale uscì una voce me­tallica: «Spiacente. Un supersubstanziatore del fonatore per le lingue latine è in corto-circuito. Il fonatore per le lingue sassoni ha un filo interrotto. Posso fornire risposte solo in tedesco. Over. »

Don Torquemada era irritato: «Va bene. Sentiamolo in ale­manno… in tedesco. Non conosco questa lingua ma Sua Emi­nenza Kùpfmùller tradurrà e riferirà. Non perdiamo altro tempo.»

Nilo mise il selettore su tedesco e attese. Raimondo cominciò a parlare quasi subito. Dall’accento sembrava originario di Kònigsberg.

« Es sind nur drei Beweisarten vom Dasein Gottes aus spekulativer Vernunft mòglich. Der erste Beweis ist der physikotheologische, der zweite der kosmologische, der dritte der ontologische Beweis. Mehr gibt es nicht und mehr kann es auch nicht geben. Ich werde dartun… »

Nilo e Kùpfmùller erano i soli ad afferrare gli argomenti strin­gati e brillanti di Raimondo. Ogni tanto Kùpfmùller aveva un moto di sorpresa. Nilo ascoltò con sollievo la sua creatura dimo­strare l’infondatezza della prova ontologica. Per ora Raimondo si era mantenuto nei limiti della più stretta ortodossìa. Ma poco dopo le sopracciglia di Kùpfmùller si arcuarono di sdegno. Infat­ti Raimondo aveva dimostrato l’infondatezza delle prove a po­steriori e ora arguiva che gli elementi di base delle tre prove era­no identici. Le prove cosmologica e fisicoteologica, dunque, contenevano un’ulteriore fallacia. Promettevano di seguire sen­tieri diversi e tornavano, poi, sulle orme della prova ontologica, già proclamata ingannevole. Nilo era disperato. Intanto Kùpf­mùller stava mettendo al corrente gli altri prelati:

«Qvesta macchina è opera tei Tiafolo. Essa ha enunciato le stesse critiche insulse di Immanuel Kant. Qvesta è profocazione preordinata. Il meccanismo tefe essere tistrutto! »

Don Torquemada lo interruppe. Si alzò maestoso e pronun­ciò:

«In base alle resultanze, la sentenza inappellabile di questa Corte è che l’imputato Nilo Scuri sia sospeso a divinis. Sarà con­segnato al Laboratorio Diocesano Prova Condensatori, inserito come dielettrico in un condensatore (la tangente di epsilon del quale supererà una soglia da fissare) e riscaldato uniformemente finché morte non ne consegua. »

Dopo l’esecuzione di Nilo, il Ministero delle Inquisizioni inda­gò a lungo su altri casi di eresia e antropomorfismo. Nell’agosto 2002 fu abolito l’Ordine degli Oblati Cibernetici. Molti degli Oblati subirono condanne capitali. Ma presto sorse il problema di disporre rapidamente di una massa crescente di condannati. Fu risolto dal Rev. Robert Owen della Chiesa Canadese, che in­ventò il processo automatico detto auto-da fé-matic. Impiega­va alte energie e ogni impianto annientava 10 imputati/ora. Il moderno procedimento aveva il vantaggio di non richiamare alla mente altri sistemi di esecuzione convenzionale, antiquati e giu­stamente desueti.

Il Padre Robert Owen aveva un aspetto alquanto scimmiesco. In collegio lo avevano soprannominato “Bobone the Baboon”. Mentre entrava nello studio del Cardinale Gonzales (assunto alla porpora per meriti eccezionali), stringeva sotto il suo braccio lungo e arcuato una cartella piena di carte. Il Porporato gli disse:

«Ho sentito di un vostro progetto tecnico. I dettagli mi sfug­gono. Ditemi di che si tratta. »

«Eminenza, è una pratica vecchia, ma interessante. Concerne la destinazione definitiva della macchina costruita dal povero Scuri. La Curia degli Approvvigionamenti voleva distruggerla. Io, invece, ho pensato a come riutilizzarla. Penso che senza spesa eccessiva potrei modificarla in modo che renda utili servigi. »

«Siete sicuro? Sapete che sono questioni delicate. »

«Oh, non c’è dubbio. Non vi tedio coi particolari tecnici, ma il prototipo funziona. Nella versione definitiva basterà immettere nel lettore il testo di una proposizione che la macchina dovrà ac­cettare per vera. E subito la stampante scriverà la dimostrazione logica completa dell’asserto. Ovviamente aboliremo i fonatori. Non vogliamo che resti nulla di antropomorfo, vero? Così la macchina potrà essere usata all’Ufficio Studi del Ministero dei Dogmi.»

«Ottima idea, Bob. E come lo chiameremo questo apparec­chio? Il nome originale, Raimondo, puzza di eresia lontano un miglio.»

«Ho pensato anche a questo. La chiameremo auto-dog-ma-tic.»


cibo di plasticaDa McNudo*

E’ fin troppo facile dire, nonostante la martellante pubblicità alla mulino bianco, che il nostro cibo non nasce da rustiche fattorie, ma da laboratori chimici. Forse però siamo un po’ troppo ottimisti in merito alla coscienza alimentare delle masse.

Degli oltre 2 miliardi di dollari che Mc Donald spende ogni anno in pubblicità, molto viene investito per attirare nel McWorld tutta quella fetta di potenziali clienti che identifica almeno in parte il cibo dei fast food con il cosiddetto Cibo-spazzatura, divulgando un’autoimmagine di qualità, di genuinità, perfino salutista. Nel famoso volantino “Mc Donald, tutto il gusto della qualità” si dice che “sono di pura carne bovina 100% senza additivi e conservanti. Sono cotti al punto giusto in modo tale da poterne conservare il corretto apporto nutrizionale. Le patatine fritte sono preparate esclusivamente con olio di origine vegetale e con un procedimento unico che le rende sempre leggere e croccanti. I gelati e i milk-shake sono prodotti con latte di prima qualità e sono ricchi di calcio”.

Perfetto! Se non fosse che Mc donald ritirò ai tempi dell’allarme diossina i propri milk-shake, certo, per precauzione…

Prendiamo un libro di medicina nell’alimentazione, quello del salutista dottor Enzo Rocchi (”Il medico in cucina” 1985). Oltre ai soliti non bere e non fumare, è sottolineato un altro grave errore comune: mangiare alimenti manipolati. Parlando dell’elemento carne (nel nostro caso pura carne bovina al 100%) non si sa mai se questa è allevata nella fattoria di nonna papera o nei più realistici allevamenti-lager dove gli animali sono tenuti in strettissime gabbie e nutriti a suon di ormoni e antibiotici per ingrassarli meglio e in meno tempo.

Tra le altre cose scopriamo che i cosiddetti aromi naturali “possono essere imitati, simulati, da sostanze chimiche artificiali, create in laboratorio e a lungo andare possono essere dannosi per la salute. In Italia quando su un’etichetta c’è scritto aromi naturali, nel cibo ci possono benissimo essere soltanto aromi artificiali”.

Nel 1990 l’associazione statunitense Associazione nutrizionale per la protezione del cuore, lanciò una violenta campagna stampa contro Mc Donald accusandolo di essere “il veleno dell’America del nord” e solo dopo questa campagna Mc Donald ha introdotto l’olio vegetale nella frittura delle patatine , olio che ora si vanta di usare per la salute dei suoi consumatori…

Aries, nel sopracitato saggio, si spinge fino ad affermare il dubbio che l’alimentazione di Mc Donald non sia un’alimentazione come le altre. Punto di partenza è l’artificiosità degli alimenti, la precisione meccanica dei loro formati, del loro gusto, del loro colore, caratteristiche di cui Mc Donald fa un vanto. “Le patatine fritte sono congelate e impacchettate in sacchi standard da 10 kg. e si conservano per 9 mesi. Vengono fritte il più velocemente possibile proprio perchè le patatine fritte non possono essere conservate per più di 7 minuti.

L’involucro che le contiene rafforza l’idea di igiene ma anche l’illusione di un maggior volume: infatti le patatine sembrano traboccare di fuori, escono di fuori”. Per quanto riguarda l’olio di frittura esso è composto per il 92% da grasso di manzo e per l’8% da olio di cotone.

Riguardo all’hamburger, continua Aries, esso pesa 103 grammi e misura 10 cm esatti, viene cotto per 35 secondi e il pane in cui è avvolto è di misura leggermente ridotte per dare il senso di abbondanza, come il contenitore delle patatine. Ma esso non è del vero pane, a causa del suo colore eternamente bruno pallido, della sua composizione molle e mai croccante, della sua assenza di sapore e gusto.

Questa iper-razionalizzazione è una vera è propria religione della forma e della misura col fine unico e immacolato del profitto.

A conclusione riportiamo “la struttura” di un hamburer di 80 gr.

46 g. di carne bovina macinata (lingua, cuore, grasso, cartilagini, tendini, intestino compresi )

10 g. di carne recuperata meccanicamente dal resto della carcassa e poi tritata

20 g d’acqua

2 g. di sale e spezie

1 g. di gluttamato monosodico

5 g. di polifosfati e conservanti

Aries, riguardo all’utilizzo di scarti di animali, vale a dire pelle, ossa, sangue, viscere, eccetera, non dà una risposta certa in mancanza di prove certe. Infatti, dice, “le nostre domande inoltrate a Mc Donald sono rimaste per lungo tempo lettera morta, poi l’ufficio per la comunicazione ci ha fatto ufficialmente sapere che ciò riguarda segreti di fabbricazione”. D’altro canto si sa che la macelleria moderna utilizza largamente questo tipo di prodotto ricostituito. La triturazione industriale permette infatti di eliminare la durezza di alcuni componenti come le ossa.

* Il testo non è coperto da copyright. La diffusione è incoraggiata, senza scopo di lucro, in ogni sua forma.

mastrianiE questo veniva scritto 130 anni fa. Francesco Mastriani resta sempre d’attualità: certo i suoi testi a me risultano in qualche passaggio un po’ indigesti (il Libro Primo è un’icona alla “virtute” e al “timor di Dio”), ma quando affronta la storicità dei fatti e della societàà di allora è molto zelante, riflessivo…quasi innovativo.

Tratto da “I misteri di Napoli”, Francesco Mastriani, 1875

Libro Secondo, La Mal’aria, Capitolo I

“I ricchi non conoscono i due più fieri flagelli onde sono torturate milioni e milioni di umane creature: il Freddo e la Fame.

Sono due agonie, che hanno presso a poco gli stessi caratteri, quelli della morte, l’immobilità, il pallore, la stupefazione. Nelle grandi città, dove ad ogni passo è una bottega in cui si vendono vettovaglie o un mercante ambulante di cose da mangiare; dove ad ogni canto di via è un caffè od un ristoratore; ove l’arte dei cuochi fa miracoli per far venire l’appetito a quelli che l’hanno guasto per eccessi di gozzoviglie e di stravizi, nelle grandi città la fame e il freddo non dovrebbero essere che due mezzani di nuovi piaceri; la fame, anzi, è desiderata da quella turba di parassiti in cravatta bianca che circondano le splendide imbandigioni.

Nelle grandi città un gran numero non muore né di fame né di freddo, perché ci sono altre due F che salvano da queste morti: il Furto e la Frode.

Nelle grandi città non si vede nessuno che cammina nudo per le vie o che caschi a terra morto per assoluta inedia. Ci sono per la povertà luoghi pii, stabilimenti di beneficienza, ospizi di carità, asili per la mendicità. E la carità del prossimo? E la compassione così innata nei cuori?

Vedete dunque che nelle grandi città non si può morire né di freddo né di fame – dicono gli ipocriti. È vero; i bari, gli affaristi, i truffatori, i ciarlatani, i ladri, i ruffiani e le prostitute si salvano tutti più o meno da queste due agonie. Ma, gli onesti? La carità pubblica e privata li salva? No, rispondiamo noi senza tema che altri possa dare una smentita alle nostre parole.

Il freddo e la fame mietono ogni anno un buon terzo della popolazione di una vasta e civile città capitale.

Le morti che avvengono per freddo e per fame non sono di quelle che i medici denunziano alle autorità municipali. Si muore, è vero, di tisi, di tifo, di colera, di apoplessia, di febbri reumatiche, gastriche, di convulsioni epilettiche e di altri infiniti malori; ma si muore con un nome di morbo creato dalla scienza medica; si muore civilmente.

E sapreste dirmi, signora scienza – domandiamo noi – perché su cento poveri ne muoiono una trentina all’anno per febbri reumatiche e gastriche, per tisi e per tifo? Non vogliate schermirvi, signora scienza; riconoscete per cause efficienti di questi morbi e di queste morti il freddo e la fame.

Ciò nonostante, nessuno dice: Quel povero muratore o quella misera tessitrice sono morti di freddo e di fame; ma invece dirà, secondo il certificato del medico, che il povero muratore è morto di polmonite e la misera tessitrice è morta di consunzione.

Noi facciamo a gara per burlarci l’un con l’altro in questo burlesco mondo. La verità ci sfugge da tutti i lati; e, quando crediamo di afferrarla, abbranchiamo invece una larva. I governi ingannano i popoli, e questi ingannano quelli. La luce è importuna ai pipistrelli.

La verità produce il freddo e la fame.

La bugia produce i tappeti e i timballi.


Dunque, morte alla luce ed alla verità.

Adoriamo le larve, le maschere, le bugie.

Ecco il culto del mondo.”