nov
11
Come ho scritto tempo fa, c’era la possibilità che finissi a lavorare a Venezia. Il concorso (il quarto? il quinto?) l’avevo vinto, quasi come al solito, e nutrivo buone speranze dettate dal fatto che si trattava di un concorso riservato ai disabili ex-lege 68/99.
L’assegnazione conseguente ad un presidio ospedaliero nell’ambito dell’A.U.S.L. 12 (amministrazione che ha indetto il concorso) mi pare praticamente certa.
E invece da Venezia prendono tempo. Chiamo per sapere a quale sede sono stato assegnato, ci metto 20 (venti) giorni per parlare con la responsabile.
La mia assegnazione è sul territorio. Terapie domiciliari a Venezia centro storico.
“Ma come? Fate un concorso per disabili e poi li assegnate all’ADI?* Fra l’altro vi avevo segnalato il mio problema specifico…” (*assistenza domiciliare integrata ndR)
La giustificazione è al limite del ridicolo: “In definitiva a Venezia l’automobile per le terapie domiciliari non è necessaria: è possibile muoversi col traghetto, di conseguenza il problema non si pone.”
Ho avuto un flash di un me ipotetico, vi descrivo la scena.
Ore 20 circa di sera, ancora una terapia da fare (muoversi con i traghetti ruba tantissimo tempo, ovviamente). E’ il 20 dicembre, Venezia è addobbata per il Natale, fa freddo e piove. Un vento di mare pungente si somma all’alta marea, per camminare nel centro storico servono stivaloni da pescatore e mantellina da pompiere. L’acqua che sale è acqua di laguna, stagnante e velata di un olezzo fognesco. In uno dei calli che affacciano su Rio Grande il vento mi rovescia addosso l’acqua gelida delle grondaie. Busso a casa dell’anziana paziente: la figlia mi apre e mi comunica che la madre non può fare terapia a causa dell’influenza che le è venuta improvvisa per i rigori stagionali. Mi ritrovo alle 20:30, zuppo, al terminal autolinee per tornare a casa, a Mestre (non bastano i tre quarti del mio stipendio da 1200 euro per pagarmi casa a Venezia città). Alzo gli occhi e comincio a cantare “Partono e’ bastimente”. Sui versi e’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule, comm’è amaro stu ppane! mi viene da buttarmi nella prima fetida vena d’acqua di una città magnifica ma improvvisamente ostile.
Non se ne parla proprio.
L’obiezione è ovvia, l’ira del giusto ammessa e giustificata: se al concorso di cui sopra si fosse presentato un cieco o un ipovedente, cosa gli davate? Un delfino guida (visti i canali)? O un terranova taglia gigante, l’unico in grado forse di districarsi nell’acqua morta della laguna e di difendere il tapino dagli assalti delle famigerate “pantegane”?
Nessuna risposta. Altro concorso vinto e andato a donnine.
Tutta l’Italia, in fondo, è paese: me ne appello all’amico “Cecco” Pianori, dalla sua bella Emilia-Romagna. Oggi sono un pò più inacidito: anche il Nord sa deludere e comportarsi come le “migliori” amministrazioni del criticatissimo Sud.
Uccidiamo il chiaro di luna
le gondole placide sulla laguna
quest’immagine da cartolina
questa gente messa in vetrina.
(Fahreneit 451, testo dal video omonimo tratto da YouTube)
E adesso? Vinti cinque, vinti sei. Routine.
Si riavvolga il nastro ed avanti con Alessandria.
Finchè sono impegnato con le presenze al secondo anno di specialistica posso ancora pazientare. Un pò meno di prima, però.
ott
15
Non si lamentino se si spende meno…
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..e, soprattutto, meno volentieri.
Ieri sono andato in giro per comprare il nuovo ultraportatile (in sostituzione dell’Asus EeePC 900), possibilmente con un mini-finanziamento per spalmare la spesa sui sei mesi a venire. Busta paga (di mio padre, che mi fa da garante) alla mano, bollette pagate, tutto in regola.
Se non fosse per un dettaglio: la busta paga (non lo stipendio, il documento) era quella di agosto, quella di settembre, per motivi squisitamente legati alla lentezza degli organi amministrativi preposti, non era ancora stata consegnata.
Il promoter della finanziaria, di fronte alla busta paga di agosto ha fatto immediatamente eccezione (che ne sa lui se un dipendente statale con ormai 30 anni di anzianità è ancora tale o è stato licenziato giusto il mese prima di richiedere un mini-finanziamento da sei mesi?), dicendo di non poter avviare la pratica con una busta paga “così vecchia” (sic!). E’ necessaria la busta paga del mese in corso. Ridicoli.
Bene. Prenderò il nuovo ultraportatile fra un paio di settimane, in contanti e presso un’altra catena di distribuzione. Al diavolo la finanziaria.
Dopo la premessa un paio di considerazioni.
Da un po’ di tempo (qualche anno, credo) si nota un decremento nel consumo a livello nazionale.
Si fanno disquisizioni su inflazione programmata, reale e percepita (quest’ultima è una geniale trovata dell’ISTAT che, se chiedete agli addetti ai lavori, non ha questa gran reputazione come istituto di statistica - ed io l’ho chiesto -) e si incita il consumatore medio a spendere, ricorrendo anche a dispendiosi spot pubblicitari firmati e finanziati dal Ministero dell’Economia.
Credo sinceramente che il problema non sia nella disponibilità economica: io, come tanti altri, sono semplicemente sfiduciato e contrariato dal fenomeno della iperburocratizzazione delle procedure d’aquisto e d’accesso ai servizi finanziari.
Mi sento offeso come consumatore quando le aziende mi vedono prima di tutto come un nemico truffaldino, pronto ad ogni sotterfugio per sfuggire ai vari obblighi contrattuali.
Mi sento offeso quando invece che come consumatore/utente/cliente di servizi finanziari vengo prima di tutto visto come l’elemosinante di quei pochi quattrini che bastano per comprare questo o quello.
Il fatto che un utente possa applicare un concetto quale quello di “pianificazione delle spese” sfugge completamente a molti degli istituti di credito. Siamo, in fondo, sempre vampiri che bevono del loro sangue e come tali dobbiamo essere controllati, schedati, marchiati a vita.
Non voglio neanche citare le clausole (vessatorie) che posso leggere ogni volta che prendo un mano una “proposta”.
Esempio: compri oggi, paghi nel 2009, senza interessi. Bello! Poi ci si mette a leggere il contratto e le clausole scritte in Times 6pti, questo sempre che il promoter lo conceda! Come si osa sprecare il suo tempo per leggere un contratto che impegnerà le vostre risorse economiche? Disgusto.
Dicevo, chi ha buona vista si va a leggere le clausole e con un minimum di conoscenze si accorge di: spese di apertura pratica in carico al cliente, di solito nell’ordine dei 60 euro (spiegatemi centesimo per centesimo dove sono queste spese); spese (ulteriori se richieste) per le marche da bollo; interessi dal momento della scadenza della prima rata a 0%, ma con integrazione dell’interesse accumulato (al massimo consentito dalla legge) sul capitale per il periodo che va dall’ acquisto al “Paghi nel 2009” con la formula classica dell’interesse cumulativo (interesse sull’interesse).
Non è che vi fanno interessi a 0% e basta, semplicemente ve li conteggiano già prima di ricevere indietro il capitale. E vi li fanno pagare col resto nel 2009.
Ecco cosa siamo noi consumatori: maiali di cui non si butta via niente.
Addio ipotesi della minirata: in futuro si compra a contanti. E se i contanti non ci sono, pazienza.
Forse è moralmente più dignitoso.
“Grazie” (ricordate il famoso spot del Ministero per incentivare il consumo?), ma a chi? Il consumatore è stanco, ha chiuso la porta e se n’è andato in montagna. Almeno l’aria ancora non costa niente.
Preparate le scodelle per raccogliere le lacrime della recessione in cui stiamo finalmente per sprofondare, con buona pace dei politicanti del “tutto va bene”.
mag
10
Niente dottore, ma preghiere! E la figlia muore…
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Fonti (consultabili):
Archivio Ultimissime UAAR
Giornalismo Atipico
Fox News (inglese)
Chicago Tribune (inglese)
ASSOLUTAMENTE NO COMMENT, non una sola parola sui giornali nazionali…
Articolo correlato:
Un vero studio scientifico: pregare aiuta a guarire?
Una bambina di 11 anni è morta perchè i suoi genitori pregavano per la sua guarigione invece di cercare aiuto da un qualsiasi medico per una curabile forma di diabete.”Hanno pregato e pregato finchè la bambina non è morta” ha detto la polizia.
L’ autopsia ha determinato che la ragazza è morta per chetoacidosi diabetica, una malattia che l’ ha tenuta malata per circa 30 giorni, soffrendo di sintomi come nausea, vomito, sete eccessiva, perdita di appetito e debolezza.
Il capo della polizia metropolitana di Weston( città della ragazzina morta) Dan Vergin ha detto che i genitori di Madeline Neumann, la bambina, è morta a causa della loro poca fede e credevano che la chiave per la guarigione della figlia fosse continuare a pregare. Ma la cosa che ha sorpreso di più gli agenti è stato quando la madre ha confessato la speranza che la figlia possa ancora resuscitare.
Questo strano comportamento può essere spiegato dal fatto che quando la bambina aveva 3 anni fu portata dal dottore il quale venne sorpreso dai genitori mentre stava fotografando la loro figlia.
Madeline aveva frequentato il primo semestre, ma non era più tornata a causa della malattia. Così preoccupati i parenti hanno chiamato la polizia chiedendo che controllassero la casa. Quando gli agenti arrivarono, la portarono subito in ospedale dove dichiararono il decesso.
La bambina aveva anche 3 fratelli di che vanno dai 13 ai 16 anni.
“Sono ancora in casa”, ha detto il capo della polizia. “Non vi è alcun motivo per rimuoverli. Non vi è alcun abuso o segni di abusi che possiamo notare”.
Un’ altra storia di, non so come dire, in effetti non ci sono parole per certi genitori. Credere che la figlia possa guarire con la preghiera e che poi possa resuscitare è veramente incredibile, ormai se ne sentono di tutti i colori.
mag
9
Randy Pausch: ormai ci siamo.
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Molti ormai conoscono la storia di Randy Pausch, il simpatico professore dell’istituto Carnegie Mellon a cui fu diagnosticato nel 2006 un cancro al pancreas (lo stesso tipo di tumore che ha ucciso Luciano Pavarotti) e che decise di vivere comunque la sua vita fino in fondo, presentando una lezione su come realizzare i propri sogni dell’infanzia che ormai ha fatto storia. Quando si parla di “Last Lecture” ormai tutto il mondo sa che si fa riferimento a Randy. E’ una storia commovente di coraggio, attaccamento alla vita e alla famiglia.
Il tumore del pancreas lascia da 3 a 6 mesi di vita dalla diagnosi, in media. Con un complesso intervento chirurgico si può riuscire ad aumentare l’aspettativa di vita fino a circa 12 mesi, come nel caso di Pavarotti. Randy le ha provate tutte, ben conscio della sua situazione di malato terminale. Ha fatto cose strabilianti durante questi 21 mesi: ha fatto immersioni subacquee, ha parlato al Congresso delle problematiche relative alla sua patologia diventando un testimonial della ricerca, ha trovato il modo di scrivere un libro senza sottrarre tempo alla sua famiglia, ha perfino avuto una piccola parte nell’ultimo film di Star Trek.
Ma adesso ci siamo.
Le metastasi del tumore, fino ad oggi e nonostante una doppia insufficienza renale e cardiaca limitate a milza e fegato, hanno invaso polmoni, cavità addominale, peritoneo. Per quanto a mia conoscenza, Randy è entrato nella vera e propria fase terminale, di equilibrio instabile. Tradotto: l’ineluttabile esito della malattia non avverrà finchè non si verrà a produrre un evento critico ed irreversibile.
Potrebbe essere una grave peritonite, un versamento pleurico, un embolo. Non è dato saperlo. Avevo putroppo già intuito cosa stesse accadendo: gli aggiornamenti del sito di Randy, in cui ha deciso di raccontare al mondo tutto il suo percorso con la malattia con grande dovizia di particolari e frequenza di aggiornamenti, si sono interrotti il 28 Aprile.
Il laconico e lapidario messaggio del 2 maggio ha annunciato la nuova fase del cancro. C’è ancora qualche cartuccia da sparare per guadagnare qualche settimana: il professore ha già dichiarato di voler usare tutte quelle che i suoi reni e il suo cuore potranno permettergli.
Randy scrive di suo pugno, da tempo preparato a quello che sta per accadergli: “Questo è male, ma tutti noi sapevamo che sarebbe successo, prima o poi. Siamo riusciti ad arrivare a questo momento molto più tardi di quanto avessimo anticipato, di ciò sono molto riconoscente.”
Ventuno mesi sono un’eternità per un carcinoma pancreatico. Credetemi, una vera eternità. E a Randy Pausch ne erano stati dati solo sei.
Google Video: L’ “Ultima Lettura” di Randy
Il video è sottotitolato in Inglese e Tedesco. Per scegliere la lingua dei sottotitoli, basta cliccare sul bottone vicino alla regolazione del volume.
mag
8
Niente “Bella Ciao”, funerale civile per il partigiano.
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Fonte: La Repubblica Online.
Opinione Personale:
Un altro nauseabondo esempio dell’intolleranza della Chiesa e della sua concezione molto poco Immacolata di rapporto col suo popolo e con la realtà. Solo musica sacra in Chiesa, signori. Non importa che a richiedere un canto pagano prima e partigiano poi sia stato un vecchio combattente per la libertà che altro non chiedeva che di essere accompagnato nel Grande Passo dai suoi simboli e dai suoi affetti. Non importa che in Italia la libertà dal regime nazi-fascita sia stata conquistata non grazie ma nonostante la Chiesa, salvata nella faccia da pochi mirabili esempi poggiati su un substrato di connivenza e collaborazionismo col regime. Chi muore cristiano va all’altro mondo da cristiano, nei riti e nei cori. Altrimenti niente funerale. E un grandissimo abbraccio e applauso meritano i parenti di Egidio, che non si sono piegati di fronte alla suprema ingerenza clericale, preferendo per il loro caro il rispetto delle sue volontà e il rito civile. Una Chiesa fuori dal mondo, che ha anche l’ultima insolenza di affermare, per voce di un parroco intervenuto nel gruppo di discussione su Il Messaggero Online “che sicuramente nostro Signore accoglierà Egidio nell’alto dei cieli, dove potrà cantare ciò che gli pare”. Giustamente messo alla gogna dalla comunità, il suddetto parroco ha perfino additato di intolleranza chi gli inveiva contro. Non ho abbastanza bile e succhi gastrici da vomitare, mi dispiace.
Guardate le commedie di Don Camillo e Peppone e imparate, insopportabili cialtroni!
Segue l’articolo.
PORDENONE - Il parroco vieta Bella ciao dentro e fuori la chiesa, e la famiglia del partigiano annulla i funerali in parrocchia. E’ accaduto a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), roccaforte partigiana della destra Tagliamento. Protagonisti della vicenda sono la famiglia di Egidio Cozzi, 80 anni, ex partigiano, e don Renato D’Aronco, parroco di Castelnuovo. L’anziano partigiano aveva chiesto, prima di morire, che il suo funerale si svolgesse in chiesa e che fossero eseguite canzoni partigiane.
Un pallino per il defunto che aveva espresso più volte il desiderio di avere la banda alle sue esequie, ma il parroco si è opposto, non ha permesso che la piccola orchestra entrasse in chiesa e si è rifiutato anche di farla suonare sul sagrato. La famiglia ha quindi deciso di far svolgere solamente il rito civile, durante il quale sono state eseguite tutte le canzoni patriottiche care all’anziano partigiano.
“E’ stata una cosa poco sensibile e rispettosa del defunto, dei suoi familiari e dei tanti amici che si erano radunati per l’ultimo saluto” ha detto il segretario dell’Anpi di Spilimbergo (Pordenone), Gianni Afro. “Sia i congiunti, sia i soci e i simpatizzanti dell’Anpi – ha precisato Afro – avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa e, quindi, avevano accettato di buon grado di non far suonare la banda nel luogo di culto. Quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato, su quello che è ormai suolo pubblico, è sembrato a tutti un affronto, e si è optato per rinunciare alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile”.
“Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica e degli strumenti all’interno dei luoghi di culto senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire” si è giustificato don Renato D’Aronco, precisando di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. Il sacerdote, che è parroco da 11 anni della piccola comunità friulana, ha anche spiegato che “era impossibile trovare un compromesso come qualche esponente dell’Anpi aveva richiesto. Il rito funebre ha il significato di una comunità cristiana che accoglie e accompagna”.
apr
13
I Quaqquaraquà
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Premessa: riporto questa notizia a prescindere dalla mia posizione politica. Voglio solo far notare come certi cittadini della Banana Republic, anche detti Quaqquaraquà (dal loro ciarlare indistinto), siano deprimenti nella loro ignoranza e irritanti nella loro intolleranza. Allora via le bandiere della Patria dalle scuole, perchè anch’esse ricordano un partito. Par Condicio? Per favore…
Per la cronaca: ho votato, anche se appartengo alla categoria dei trasversalmente sfiduciati dalla politica, che per ora sta pesando almeno del 4% sul computo totale dei voti, tenendo conto dei dati sull’affluenza. Gli sfiduciati valgono un partito, ormai. Varrà la pena di presentarci alle prossime elezioni politiche.
«Quell’arcobaleno disegnato da un bimbo ricorda un partito»: esponente Pdl lo rimuove
AREZZO (13 aprile) – L’arcobaleno tracciato su un disegno dalla mano ingenua di un bambino, e rimasto affisso in un’aula adibita a seggio, richiama il simbolo di un partito e per questo deve essere rimosso: è la tesi sostenuta da un rappresentante di lista del Pdl, che ha preteso la rimozione del disegno stesso. L’episodio è avvenuto a San Giuliano, frazione del comune di Arezzo. Il rappresentante di lista ha fatto notare il disegno al presidente di seggio che lo ha fatto togliere.
fonte: Il Messaggero
feb
29

Ovvero, l’Italia è una Repubblica gerontocratica basata sul lavoro (altrui). Si è chiusa anche quest’anno la Sagra Paesana di Sanremo. Abbiamo fatto la nostra scorta annuale di ossa rotte, motivetti fotocopiati, inquinanti tossici per endovena e commiserazioni per la caduta morale e intellettuale dell’Italia.
Sanremo non è più Sanremo da molti anni, da quando la vera qualità è stata abbandonata in nome della Grande Apostasia del “sono solo canzonette”. Nessuno, senza salvare neanche gli spettatori ancora ammaliati dalle persistenze oppiacee di un mito da piazza sbiadito, deve considerarsi esonerato da un bagno di vergogna quando si va a ricordare che, nell’edizione 2005, il punto di più alta e riconosciuta qualità artistica fu raggiunto da un attempato signore ottantaduenne rispondente al nome di Nicola Arigliano e dalla sua coetanea jazz-band.
Il nodo centrale della questione, secondo me, sta appunto in questa falsa ricerca di qualità, una maschera corta e logora da cui strappi si mostra chiaro e riconoscibile il volto vero dell’autoreferenza. Parlando chiaro, non si può tirar fuori dalla cucina un brodetto da reggimento fatto con quattro ossa nuove e una dozzina di sbiancate dalle ribolliture, spacciandolo per un ricercato consommè.
E l’autorefenza della manifestazione (per carità della verità: basta chiamarla “evento”) si tradisce da anni già dal suo motto, indifendibile: “Perchè Sanremo è Sanremo!” suona più come un auto da fè, che come uno slogan. Noi siamo gli officianti di Sanremo, il deus ex machina inconcepibile, inarrivabile, insondabile e trascendente della televisione all’italiana: non importa come sarete maltrattati, o spettatori (paganti), non importa quanto in basso potremo andare, quale vacuità arriveremo ad ambire, perchè noi siamo Sanremo. Ci comprerete a scatola chiusa, ci nutrirete di latte e miele, ci amerete per questo. Anche quando si tocca il fondo, si può sempre scavare.
Non si può pretendere di più da un entourage dirigenziale e artistico evaso nottetempo dalle geriatrie di tutto il paese. Se la gerontocrazia è il male del paese, l’inesistenza di ogni elasticità mentale, spirito di innovazione, ricerca dell’inesplorato, evoluzione del modello mentale dei gerontocrati figli e fautori di questo male non può non esserne la degna discendenza. E quando la meritocrazia muore sotto gli inchini delle sempre più flessibili schiene politiche italiane le larve che se ne nutrono sono della stessa specie della “Giura di Qualità” di questo Sanremo. Escludendo Boncompagni (!), anch’egli in età geriatrica, non c’era assolutamente nessuno con competenze musicali comprovate. Per un gettone molto più esiguo avrei prestato la mia ugualmente “qualificata opera” al baraccone, in tal senso.
C’era una volta Sanremo, il festival. C’era una volta Sanremo, la gara dei giganti della musica leggera italiana. Quest’anno, in un ultimo superfluo fendente, la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) ha accolto le rimostranze dei giganti nani che pasce e protegge, abolendo la competizione, relegandola alla classifica finale della premiazione. Niente più classifiche provvisorie, cantanti in gara solo nella serata finale. Il pensiero comune deve essere stato quello di mirare alla protezione e valorizzazione delle indiscutibili (sic!) qualità in gara, o meglio e più realisticamente, alla protezione di un esitante e decadente valore di mercato del prodotto complessivo. Cura del borsellino, insomma.
Cinque serate dal prime time a notte inoltrata sono un abominio inconcepibile, frutto di illogica e speculazione, non di direzione artistica. Le serate in media si sono chiuse all’una e mezza, col dopo-festival riservato a parenti stretti, nottambuli e lavoratori del metronotte. Non so cosa ne pensino gli organizzatori, ma la gente in settimana lavora. O si dorme a casa, o si dorme sul posto di lavoro. Di media, fra un cantante e l’altro ci sono stati quindici minuti di vuoto aristotelico. Sanremo sulla carta dovrebbe essere un festival musicale, non un festival degli intermezzi al ricordo della Toccata il La di Paradisi. I migliori ospiti sono stati relegati in chiusura, quando il popolo pagante tasse (e le stesse famiglie Auditel, i selezionatissimi e rarissimi esemplari di homo sapiens auditelis, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto) era più probabilmente in coma onirico che masochisticamente inchiodato davanti allo schemo.
Ed è anche inutile pensare di prendersi a pugni in diretta o dare scandalo per accontentare l’Italia dal ventre molle e dalla mente corta: le minestre demagogiche sono andate in difficoltà in parallelo, il Festival come il Grande Fratello. Nella foga incontrollabile di cercare l’apatico italiano medio la televisione, trasversalmente, ha dimenticato l’esistenza di tutto il mondo a sinistra e destra della media. Sprecando lusinghe per la moda si è finiti per alienarsi dagli spettatori. In questo paese di Pulcinella non c’è più il gusto della ricerca neanche nei media: trovata una ricetta che soddisfi in qualche modo il palato del popolo belante, si finisce per ingozzarlo di quella sola pietanza riscaldata e corretta fino all’esaurimento e al rigetto. Non c’è niente, non dico programmazione, ma neanche furbizia, dietro questo modo di fare. Mi viene in mente a tal proposito una battuta celebre dal film classico “Moby Dick” del 1956, con Gregory Peck: “..ed ecco il primo ufficiale Starbuck, il cui coraggio e valore sono come la farina e l’olio sul Pequod: sempre disponibili, ma da usare con parsimonia.”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Italia di merda. L’intellettuale onesto con sé stesso, ma anche soltanto il leggermente sopra-media acculturato elude la paranza sanremese da anni. Il mediocre si sta decidendo finalmente a disprezzarlo in quanto vi vede riflessa la propria pochezza. Non è carino ricordare alla gente le proprie lacune, e lo è ancora di meno farlo dai laccati palchi di un teatro. Personalmente, l’ultima edizione che ho seguito con una certa continuità è stata quella del 2000, quando con la vittoria degli Avion Travel i crociati del pezzo commerciale gridarono alla morte del pop. Sentire gli stessi crociati gridare oggi alla morte della qualità e all’appiattimento intellettuale degli italiani mi fa quasi tenerezza. Dopo quel canto del cigno, col vincitore decretato soltanto dalla giuria (vera) di qualità, ho goduto solo di qualche scampolo apprezzabile e mai in diretta. Non sono tipo da guardare per giorni il lago di Loch Ness aspettando che l’improbabile mostro mi degni di una sua apparizione.
In questa settimana ho messo orgogliosamente i sigilli al televisore. Sanremo è entrato in casa mia solo attraverso i blitz dei telegiornali e dei miliardi di orwelliani spettacolucci satelliti, rapidamente cassati. L’unica grande cura del complesso organizzativo è stata quella di assicurarsi che nessun italiano potesse sottrarsi all’annuale dose di vaccino sanremese: quest’anno sono rimasti, facendo la media, circa nove milioni di non-responders. Il resto del paese è ormai ben immunizzato: chi conosce Sanremo lo evita, sull’eco di tante pubblicità progresso del Ministero della Salute degli anni novanta destinate a mali ben più terribili.
Da lunedi partono le “riflessioni”, il cui spessore sarà quello dei programmi elettorali di sinistra e destra, per onore della par condicio. Avanti col brainstorm, con la tempesta di cervelli incanutiti. E poco importa se Del Noce ha la predisposizione mentale ad accaparrarsi meriti e scaricare colpe. “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” si diceva nel Gattopardo. E avanti col 2009, via i capperi secchi dal “consommé formidable” e dentro le acciughe sotto sale. Buon appetito a chi avrà lo stomaco di non saltare dalla finestra.
Ho visto delle cose belle questi giorni, mentre anch’io nella massa cercavo evasione dall’indigeribile polpettone tele domestico: librerie insolitamente frequentate, con giovani e meno giovani che ammettevano quasi con un filo d’imbarazzo la loro fuga nel libro in questa settimana horribilis; cinema colmo di martedi sera, tanta gente a passeggio per quel che resta di turistico a Napoli, proprietari di ristorantini e locali ben contenti di un’iniezione di fiducia fuori programma al bilancio dell’attività. Tutto in prime-time. E con tanti televisori spenti.
E allora dieci, cento, mille Sanremo. Per risvegliare la gente intorpidita dalla spazzatura d’ogni forma, che non si accumula solo per le strade partenopee, ma viaggia anche sulle onde radio.
gen
15
Magisteri separati (a modo loro)
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Joseph Ratzinger non sarà presente all’apertura dell’anno accademico alla Sapienza di Roma. Una grande vittoria. Non importa assolutamente nulla di quello che penne anche eccellenti stanno scrivendo in Italia sulla notizia (mentre all’estero la stessa prende solo pochi trafiletti): senza voler imbastire un discorso troppo completto ci si dimentica anche del principio dei magisteri separati (citando Gould: “Il dominio, o magistero, della scienza copre il reame empirico: di cosa è fatto l’universo (fatto) e perché funziona in questo modo (teoria). Il magistero della religione si estende sopra le domande dei significati ultimi e del valore morale. Questi due magisteri non si sovrappongono”).
E’ un principio di massima, fallibile nell’assunto che non si possa ridurre Dio a un ipotesi scientifica da valutare per via probabilistica, ma è un principio a cui le chiese si aggrappano solo quando le fanno comodo, gridando alla censura quando è la controparte a chiamarlo a sè.
Autori: La Mantia Benito, Cucca Gabriella
ott
12
La rivoluzione laica di Zapatero
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Quanti cristi inchiodati a una sedia o a un letto la gente scavalca, per inchinarsi a un cristo di legno. Quanti sacrifici dimenticati, per ricordarne uno. Se mi facessero entrare in una chiesa, griderei: smettete di guardare quell’altare vuoto. Adoratevi l’un l’altro. (Stefano Benni)
Tratto da Repubblica.it
Se il centrodestra avesse rivinto le elezioni questo sarebbe stato l’anno di Isabella la Cattolica, la regina che avendo cacciato i Mori dalla Spagna oggi ispira un culto di cui la Fallaci è la fondatrice, Aznar il sacerdote e opinionisti italiani i missionari. Ricorrendo il quinto centenario della morte (1504), il governo aveva predisposto grandi mostre, concerti di musica antica e l’esposizione del trattato con cui s’arrese l’ultimo re musulmano, Boabdil di Granada.
Alla Moncloa il cerimoniale avrebbe regalato agli ospiti illustri la biografia di Isabella già consegnata da Aznar al papa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, per ricordargli che dopotutto anch’egli combatteva i Mori come la Cattolica. E l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede avrebbe raddoppiato gli sforzi perché Isabella sia beatificata malgrado i cacadubbi ricordino che la candidata inaugurò in Europa la persecuzione statale degli ebrei. Insomma la paffuta regina castigliana sarebbe diventata un’icona della Spagna aznariana, la polena del galeone spagnolista che avanzava nel nome della civiltà cristiana: finché non è arrivata la tempesta.
In marzo Aznar ha perso le elezioni, e dopo quel naufragio non solo Isabella è sparita tra i flutti, ma all’improvviso non è più chiaro se il cattolicesimo sia un tratto costitutivo dell’identità spagnola. Cosa voglia dire essere cattolici in Spagna era una questione complicata già tre secoli fa, al tempo della Mas Catolica Monarquia, la monarchia più cattolica del pianeta, quando le ragazze dell’aristocrazia scandalizzavano madame d’Aulnoy parlando delle loro malattie veneree “come si trattasse d’un’emicrania”. Però questo rimescolamento di codici morali non impediva alla Chiesa spagnola di conservare, talvolta con metodi feroci, la sua centralità nel potere e nella storia: rappresentava i valori della tradizione, il nucleo etico della nazione. Adesso proprio quella centralità sta per essere abrogata dal governo socialista con un’offensiva su più fronti che incontra una resistenza debole.
E forse per questo oggi la palazzina dell’Opus dei in via Vitruvio, col suo pianterreno vuoto e silenzioso, sembra un po’ il comando d’un esercito che stia preparando la ritirata per salvare il salvabile. Da qui al 2008 i socialisti vorrebbero, nell’ordine, autorizzare gli omosessuali a contrarre il matrimonio e ad adottare; riformare la legge (ora sospesa) per la quale gli insegnanti di religione avrebbero dato il voto agli studenti iscritti a quella materia; creare un “registro centrale delle ultime volontà” contro l’accanimento terapeutico (cioè in sostanza cominciare a discutere d’eutanasia); snellire tempi e procedure per il divorzio, complicato come in Italia; allargare le maglie d’accesso all’aborto; formulare un progetto di legge sulla ricerca con cellule staminali.
Infine il Psoe allude alla possibilità di rinegoziare i patti per i quali lo Stato risulta determinante sia nel pagamento dei salari di 20mila sacerdoti, 30mila insegnanti di religione, un migliaio di cappellani militari, ospedalieri o carcerari, sia nell’agevolare le scuole cattoliche parificate, di fatto gratuite. Anche se la questione del finanziamento probabilmente sarà risolta aumentando la percentuale che il contribuente può devolvere alla Chiesa, oggi il 52 per mille, la sostanza non cambia: il governo intende “abolire la posizione di innegabile vantaggio di cui gode la confessione cattolica… nessuna religione può essere più ufficiale delle altre” (così il sottosegretario alla Giustizia, Guerra). Insomma, la rivoluzione. O perlomeno una trasformazione inimmaginabile in Italia, dove la sola idea di togliere i crocefissi dalle aule, da tempo spariti in quasi tutte le scuole pubbliche spagnole, provoca svenimenti nel centrosinistra.
A fronte di questa sfida la reazione del vertice ecclesiastico sulle prime è stata veemente, talvolta sopra le righe: si è gridato al “fondamentalismo laicista”, e monsignor Gea ha accusato i socialisti di volere la morte della Chiesa, nientemeno. Ma spentesi queste voci, dal silenzio che è seguito si poteva perlomeno sospettare che a negare centralità alla Chiesa non fosse Zapatero ma la società spagnola. L’appello alla controffensiva aveva radunato non molto più di quella destra dura che vorrebbe usare la religione per rissare con i socialisti e impedire la riconversione centrista del Partido popular, non più sotto il controllo di Aznar. Il Pp se ne restava defilato, e anzi i suoi sindaci annunciavano che avrebbe celebrato nozze gay se così avesse deciso il parlamento. Dormivano le tv con proprietari o direttori cattolici: i cardinali non fanno audience. La stampa amica non si scalmanava.
E soprattutto, i sacerdoti e i fedeli non seguivano. Stando anzi a quanto ci dice un conoscitore, il sociologo cattolico Rafael Diaz Salazar, nella Chiesa ora prevalgono “malessere” e “irritazione” per l’atteggiamento conflittuale adottato da un vertice ecclesiastico già malvisto, “perché in genere scelto da Roma e perché caro all’Opus dei”. Forse anche a causa di questo isolamento adesso l’Opus cerca il dialogo, come ricaviamo da una conversazione con il numerario Manuel Garrido. Ma se dialogo vuol dire trattativa, stando al primo test, la legge che estende il matrimonio agli omosessuali, il psoe non pare disponibile. “Non consideriamo negoziabile l’eguaglianza dei diritti”, ci dice la deputata Carmen Monton.
Dunque all’inizio del 2005 il parlamento riconoscerà agli omosessuali non solo il diritto a sposarsi, ma anche ad adottare, come in Olanda. Nella realtà cambierebbe poco: in Spagna le coppie gay già ora possono adottare bambini ricorrendo alla legge (non osteggiata dal Pp) che permette l’adozione ai single. Secondo la Monton, ricerche statunitensi e spagnole dimostrano che i figli adottivi delle coppie omosessuali (di solito i più bisognosi, perché in precedenza scartati dalle coppie etero) distinguono perfettamente i ruoli maschile e femminile; invece ne dubita il cardinal Rouco, primate di Spagna.
Ma questo aspetto resta sulla sfondo, come se non fosse cruciale. Lo scontro è soprattutto di principio. Ciascuno dei due campi vuole affermare un assoluto.
Da una parte l’eguaglianza dei diritti, quali che ne siano i titolari; dall’altra il diritto naturale, per il quale è insensato chiamare “matrimonio” un’unione senza possibilità di procreare. Secondo il portavoce della Conferenza episcopale, i socialisti stanno immettendo “un virus” nella società, quasi fossero appestatori; a loro volta i socialisti si dichiarano “rattristati dalla reazione del vertice ecclesiastico”, quasi fosse dovere dei ministri dì una fede millenaria allinearla ai voleri effimeri dell’elettorato.
Non è facile tenere bassi i toni d’uno scontro mai sopito da quando, nell’Ottocento, clericalismo e liberalismo spagnoli cominciarono a combattersi ferocemente. Ed è enorme la questione sottesa dalle riforme annunciate dal Psoe: infatti si tratta di decidere se il cattolicesimo sia un elemento residuale o costitutivo, se lo Stato debba tutelarlo come qualcosa di prezioso oppure considerarlo un gravame. Qual è il suo posto in una Spagna non più rurale, dove 12 neonati su 100 sono figli di immigrati, dove sono arrivati dal Maghreb l’islam e dall’America latina il cristianesimo riformato, sicché ora l’Alleanza evangelica (un milione di fedeli) ha diritto di chiedere un’istruzione “depurata dei pregiudizi contro il protestantesimo”? La società spagnola è così cambiata che secondo il rettore dell’ateneo di Madrid, Josè Luis Abellan, diventa inevitabile rifondare anche la hispanidad senza il cattolicesimo: l’unico ostacolo sarebbero le “poderose forze della reazione”.
Le “poderose forze” devono essersi ben camuffate perché non se ne vede traccia in giro. E anzi il cattolicesimo spagnolo dà l’impressione d’essere armato di vecchi archibugi, e fiacco, e diviso in fazioni che si odiano con l’intensità che riesce solo ai cattolici quando detestano altri cattolici.
La Chiesa dimostra poi un’incapacità di comunicare “quasi patetica”, concorda un cattedratico vicino all’Opus dei, Rafael Navarro Valls, fratello del portavoce vaticano. Infine è difficile mobilitare una fede plurima com’è anche in Spagna il cattolicesimo. Molti fedeli, e la metà dell’elettorato di centrodestra, sono favorevoli alle nozze gay (il cattolicissimo sindaco di Victoria ne è stato tra i promotori). E ancora: secondo una ricerca della Fundacion Santa Maria, solo il 5% dei giovani cattolici segue la morale della Chiesa. Insomma non c’è un cattolicesimo, magari con le sue morali doppie o triple ma politicamente univoco: ve ne sono diversi, di destra o di sinistra, ortodossi o eterodossi, tra loro distanti quanto Baget Bozzo e Nigrizia, don Milani e Biffi. Prevale una fede “à la carte”, secondo la definizione sarcastica che ci consegna Navarro Valls.
Però una sezione del menù è fissa, non solo per i cattolici ma per gran parte della popolazione: sia convinzione o convenzione, gli spagnoli battezzano i figli (il 90%), li iscrivono all’ora di religione (il 75%), in grande maggioranza si sposano in chiesa e per l’81% dichiarano il cattolicesimo la loro fede. In virtù di tutto questo la Chiesa ha particolare diritto, conclude Navarro Valls, a quella cooperazione che la Costituzione garantisce alle religioni, lì dove stabilisce la “distanza amichevole” che le separa dallo Stato aconfessionale; invece il governo sarebbe mosso da un “laicismo ostile”, di cui sarebbero prova “l’intenzione di degradare il rango della religione (cattolica) all’interno dell’insegnamento scolastico, l’attacco al matrimonio anche attraverso il divorzio express, e lo stesso metodo di annunciare quelle riforme senza prima discuterne (con il vertice dell’espiscopato)”.
L’Opus rimpiange il tempo di Aznar e della concertazione, quando la Chiesa s’illuse di conservare con accordi di potere quella centralità che avrebbe fatto meglio a conquistarsi nella società spagnola, magari osando chiedere un minimo d’autenticità al cattolicesimo light così diffuso tra i suoi credenti. Ora non pare facile trovare comprensione in una sinistra dove, ci dice Lola Galan del quotidiano el Pais, “se un politico dicesse del papa le stesse cose positive che mi disse Bertinotti, susciterebbe uno scandalo”. Ma anche il psoe dev’essere giudizioso. Zapatero ha dimostrato l’audacia che manca a tante sinistre europee, ma deve guardarsi dal rischio di maneggiare questioni assai delicate con una disinvoltura eccessiva. Inoltre sarebbe stolto dimenticare che la Chiesa qua e là produce un sapere non banale, anche se poi lo spreca malamente quasi temendo di comunicarlo. Infine (ma di questo al psoe sembrano consapevoli) in Spagna come altrove i preti di periferia – magari rozzi, magari esagitati – ormai sono quasi gli unici a dare ancora concretezza alla parola più usata dalla sinistra europea: solidarietà.
ago
26
Baldoni, Libero e la destra sociale
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Lo hanno ucciso. Gli hanno risparmiato la decapitazione, ma il succo non cambia: avevano promesso di uccidere Baldoni dopo 48 ore e l’hanno fatto.
La notizia è stata ovviamente riportata da tutti i media con gran consumo di cordoglio (che ormai è diventato come l’olio: sempre disponibile e di pronto consumo) e parole.
Stamattina, dopo la lettura di quei tre/quattro quotidiani online che leggo abitualmente, scelti per orientamento politico rappresentativo delle tre correnti principali, vado a leggere free.it.enkey.
Il newsgroup in oggetto dovrebbe essere dedicato alla comunità eMule italiana, anche se in realtà dilaga in OT di ogni tipo: messaggi a sfondo politico, cronache e quant’altro.
Fa da leone la morte del freelancer italiano: si analizzano, in modo più o meno pacato e civile, i motivi che lo hanno spinto lì e le reazioni alla sua morte. Mi colpisce un messaggio di un lettore che si dice indignato della prima pagina di Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri.
Devo vederlo: apro un attimo il sito web del giornale (che ho nei preferiti insieme a Repubblica, Corriere, Unità e PuntoInformatico sotto la cartella “Notizie”, ma che leggo poco perché da solo la possibilità di leggere una versione ridotta degli articoli) e apro l’immagine della prima pagina.
“Colpo in testa a Baldoni: i terroristi islamici uccidono il giornalista italiano che cercava brividi in Iraq” e poi in rettangolo verde “I rapitori non hanno esitato a sparagli anche se era amico loro e antiberlusconiano”.
Devo aver letto male: rileggo. Esito. E alla fine resto stordito: “anche se era amico loro”. Oddio, ma hanno capito cos’hanno scritto? Non parto subito a commentare: prendo il pezzo ridotto dell’articolo di Renato Farina, a corredo del titolone e leggo “Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato.”
Un distillato di integralismo, di fanatismo politico e religioso che speravo avesse smesso di attanagliare anche l’Italia.
Mi viene il mente un racconto di Roberto Vacca: “Dog-ma-tìc”, pubblicato nel suo libro “Comunicare Come”. La sensazione che mi ha trasmesso quel racconto è dannatamente simile a quella di quelle 3 misere righe: con la differenza che queste ultime sono state scritte per descrivere un fatto reale, non di fantasia.
Penso ai familiari del giornalista: il dolore maschererà la necessità morale di querelare questi imbecilli? Dare dell’ “amico loro” al marito, al padre, offende e porta nocumento alla sua memoria: la querela ci sta tutta.
Caso voglia che qualcuno di “Libero” dovesse trovarsi a leggermi: non potete querelarmi, sapete? E’ sancito per legge che posso darvi dell’ “imbecille” in rispetto alla libertà di parola. Lo ha fatto, regolarmente, Emilio Fede contro Nanni Moretti, lo faccio io contro voialtri.
Quel rettangolino verde è una drammatica offesa alla dignità umana, al giornalismo, alla cronaca, all’etica professionale, al buon gusto e allo stesso credo politico della destra liberale (quella di Montanelli, per capirci).
Io, da rappresentante di una sinistra moderata, mi interrogo oggi sulla destra che rappresenta un giornale come Libero.
Che destra è? Non sicuramente la destra liberale: non ne ha stile, laicità, ideologie. Una destra clericale? Perché no: il fanatismo religioso che permea i loro scritto sarebbe adatto. Ma in fondo anche una destra clericale ha ancora quel minimo di considerazione (non voglio allargarmi a definirla rispetto) per i propri avversari politici e umani.
Allora deve essere destra sociale, di quella peggiore. La destra che sobilla, istiga, denigra, offende.
L’articolo di Renato Farina (nome e cognome, prego) cita “voci”, “dicerie” (sicuramente vere perché rivelate da un’apparizione mistica), tutte non confermate e non dimostrate ma millantate per vere con abilità e quindi prima di tutto con scorrettezza professionale, offendendo gratuitamente il movimento NoGlobal (che di suo è eterogeneo e per nulla formato solamente da giovani della sinistra, men che mai oltranzista).
Proprio la situazione che Roberto Vacca descrive nel suo “Comunicare Come” da cui ho imparato a diffidare chi cita fatti e numeri con aria di sicurezza.
Abbiamo quindi un signore che “riconosce fatti e notizie”: riconosce quindi che io sono un amico fraterno dei terroristi perché (e solo) sono un moderato di sinistra. Se andassi a lezione da lui imparerei a riconoscere nei moderati di destra i sostenitori della P2 e della strage di Piazza Fontana, alla corte di Licio Gelli, l’ispiratore. Non sarei nel torto perché userei lo stesso perfetto metro di Libero.
Montanelli aveva paura (da esponente storico della Destra) di questa destra. Votava sinistra e veniva rimproverato da alcuni lettori e suoi estimatori, a cui rispondeva “…questo governo ha portato l’Italia in Europa, mettendola così al riparo dai pericoli più gravi; anche se non ha migliorato, non ha sicuramente peggiorato la situazione economica; e mi ha lasciato tutte le libertà di cui già godevo. Del suo antagonista io conosco soltanto le parole, e di chi parla molto io diffido sempre altrettanto.”
Dette da Montanelli sono parole di granito.
Possibile che debba avere, a 23 anni, già dei rimpianti sulla Prima Repubblica? Non dico che c’era osannazione reciproca, ma quel minimo di rispetto per l’avversario, di discrezione negli affari interni, c’era. C’era anche la corruzione, ma inutile negare che non ci sia anche oggi: con la differenza che oggi l’avversario lo si schernisce e lo si insulta gratuitamente. Si interpreta la democrazia secondo il paradigma “51 comandano su 49” con i 49 che devono solo stare zitti e subire.
Non è democrazia questa: è un lupo in veste di pecora. Quindi risponde ai requisiti della Destra Sociale più radicale, neofascista. Ecco, Libero è un giornale fascista. Punto. Allora posso permettermi di ripesare tutte le dichiarazioni e le esternazioni di quel giornale con l’unico rammarico che putroppo c’è chi gli va dietro, in orgia di decadimento morale e mentale.
In ultimo ho trovato su Google Gruppi un articolo, abbastanza datato, postato da un normalissimo lettore che esprime una sua breve considerazione che ho reputato decisamente interessante.
Ve lo riporto:
“Cultura di destra, se per destra si intende il rigurgito neofascista non ce n’è e non ce ne può essere. Quelli in buona fede che recitano lo slogan : dio, patria e famiglia non hanno profondità culturale alcuna e lo si vede bene oggi che quella destra è serva di un potere tutto basato sul denaro sporco e il sopruso.
Esiste una cultura liberale di destra, con alcuni grandi pensatori. Da noi ad esempio Luigi Einaudi definiva l’imposta sulle successioni dei grandi patrimoni “un baluardo di civiltà”. ma questa destra, se in Italia ci fosse ancora, sarebbe all’opposione, come Biagi e Montanelli.
Per la destra liberale i crimini commessi da Berlusconi sono gravissimi: l’abuso di posizione dominante, il gigantesco falso in bilancio, l’aver giurato il falso in tribunale, la corruzione dei pubblici ufficiali…
C’è poi una certa cultura cattolica, con pensatori e scrittori interessanti, ma si tratta quasi sempre di cattolici veri e quindi inesorabilmente di sinistra poiché il “dio denaro” non è roba buona per un vero cattolico. Se per sinistra si intendesse il comunismo bieco realizzatosi in mezzo mondo allora anche qui non c’è alcuna cultura, non c’è alcun autore di valore, niente di niente. L’URSS non ha prodotto niente di culturalmente valido in 70 anni di dittatura. I pochi autori validi sono quelli contro il regime.
Ed ecco trovata la spiegazione per il fatto che dai noi la cultura sia stata sempre di sinistra: il regime DC era inamovibile, appoggiato dagli USA, e quindi non poteva produrre che corruzione e malgoverno. Poiché i fascisti avevano gettato l’Italia nella disperazione e nel sangue e tutti lo ricordavano benissimo, non c’era altro spazio alla creatività che per un’opposizione a quel regime.”
E ora, per carità, lasciamo stare Baldoni e portiamogli giusto il rispetto che merita, senza enfatizzazioni da “salvatore della patria” o giochetti politici che lasciamo ad altri imbecilli. E’ stato un freelancer, un reporter di guerra appartenuto alla categoria di quelli che hanno reso al mondo il servigio di portare la luce sui fatti del Vietnam e tanti altri ancora.
Credo basti questo.
Articolo datato 2004.