paul karason argiria

I vampiri sono sempre stati rappresentati come esseri terrificanti, con, fra l’altro, una particolare colorazione della pelle che viene descritta, a seconda delle regioni in cui sono diffuse le loro leggende, come “mortalmente pallida”, “annerita dal male”, “del colore di una notte senza stelle”.

Esiste una sindrome eccezionale che può portare le sventurate vittime ad una mutazione radicale del colore della loro pelle, facendola diventare nerastra al pari di un corpo in decomposizione, o nei casi limiti di un intenso e cupo colore blu, simile a quello di una pelle anossica o particolarmente sottile come nella porfiria (una delle malattie oggi riconosciute come sovrapponibile al leggendario stato di vampirismo, per la sua combinazione di pelle sottile e bluastra, gengive rosse e ritirate, particolare sensibilità alla luce solare con facilità alle scottature).

Questa malattia è conosciuta col nome di argiria, ed è stata descritta da Argers nel diciottesimo secolo. Deriva dall’ingestione, inalazione o contatto sia accidentale che per scopi terapeutici e per un lungo periodo di argento, sali di argento, soluzioni colloidi all’argento. L’argento era noto già nell’antica Grecia per sue proprietà disinfettanti e antimicrobiche (in senso lato, ovviamente, visto che non vi era all’epoca una conoscenza diretta dei microrganismi) ed è stato usato a questo scopo con regolarità in ogni epoca umana.

argiriaOggi stesso gli spray all’argento sono fra le migliori risorse per la lotta alle piaghe da decubito, ma questo metallo viene usato ancora come preparato per l’automedicazione da alcune persone come antibatterico, sotto forma colloidale.

Oggi l’argiria è un fenomeno raro e localizzato, quando si verifica, alla cute perilesionale li dove sia stata appunto esposta a contatto per un lungo periodo a derivati dell’argento.

Assolutamente eccezionale è invece l’argiria sistemica, dove l’intero apparato tegumentario assume una pigmentazione anomala dando all’ammalato un inquietante aspetto da zombie o meglio, da vampiro.argiria

La malattia, nella sua forma cronica, è di per sé innocua, consistendo in un danno meramente estetico con le relative ripercussioni sociali. Casi di morte sono invece stati riportati in caso di intossicazione acuta da argento. Non esiste al momento una cura riconosciuta come efficace, la condizione è permanente se l’esposizione all’argento è stata di durata e intensità sufficiente.
Sono diventati famosi in tal senso i casi di Paul Karason e Rosemary Jacobs.

argiriaRosemary Jacobs è oggi una donna di 66 anni. Ha cominciato la sua trasformazione quando ne aveva 14, dopo una cura a base di capsule di sali d’argento prescrittagli quando aveva 11 anni per un persistente raffreddore, non trattabile con comuni antibiotici per le allergie della ragazzina. La sua vita è stata segnata per sempre. Rosemary ha deciso di attaccare frontalmente le industrie farmaceutiche che oggi stanno di nuovo promuovendo farmaci a base d’argento per gli usi più disparati. Il resoconto completo della sua storia lo si può trovare sul suo sito web: http://rosemaryjacobs.com.

Paul Karason, un uomo di 57 anni, ha visto la sua pelle cambiare gradualmente colore fino a raggiungere una tonalità molto scura di blu. In realtà lui confessa di non essersene accorto finché un amico, che non vedeva da molto tempo, glielo ha fatto notare. Paul racconta che da quando è diventato blu ha già subito alcuni episodi di intolleranza. Per questo motivo ha dovuto lasciare l’Oregon. Ora che ha cambiato residenza si augura che la nuova comunità lo accetti e lo accolga come qualsiasi altro essere umano. Era e resta comunque un simpaticone, una persona pacifica e ironica. Non si può negare di essere affascinanti dal suo sorriso blu.

Nota bene: le foto a corredo di questo articolo non sono state sottoposte a nessun processo di esaltazione dei colori.

(Foto: in alto al centro, Paul Karason. A seguire nell’articolo: Martin Fugate –minatore-, Rosemary Jacobs, il politico Stan Jones.)

sangueE’ uno dei momenti di maggior folklore della città di Napoli, richiama a sé fiumane di fedeli pronti a ricevere dal Santo l’indicazione sul come porsi nei confronti dell’anno in corso. Il tutto sulla base della riuscita o meno di uno dei più antichi miracoli della tradizione cattolico-popolare della città partenopea.

Prima di mettere a nudo, in tutta la sua semplicità, questo presunto prodigio è bene descrivere l’atmosfera della funzione religiosa che si tiene nel Duomo di Napoli. La gente affluisce, vocia, prega, applaude, inveisce contro il Santo. E’ uno spettacolo che lascia lo spettatore atterrito nella sua maestosa suggestività. Le preghiere hanno la forma di litanie di gusto baritonale, cantate con precisione metronomica da decine migliaia di voci. Il popolo instaura rinnova il suo rapporto di amore ed odio col Santo, arrivano insulti ed epiteti quando ritarda il prodigio: San Gennaro, racconto il popolo, è un santo geloso di sé, gli piace che la gente si dimeni per lui, che lo si invochi a gran voce senza referenze, che lo si rimproveri come padre, figlio, fratello, amico e avversario.

Il Duomo si infiamma, la gigantesca struttura letteralmente trema. Basta poggiare le mani sui banchi, sui pilastri, finanche sul proprio petto durante le litanie: la pressione generata è spaventosa, è la vibrazione della storia di Napoli. L’arcivescovo periodicamente gira e rigira l’ampolla, si guarda intorno, lancia sguardi di preoccupazione, è empatico col suo gregge. Ad un tratto un terremoto. Non si concepisce come urlo. Non è il suono che ti scuote quando il prodigio si compie, è una platea oppressa che si libera in un abbraccio, in un’esultanza dimenante che ti da la certezza, non l’impressione, che il pavimento sia sparito da sotto i piedi, che l’intero Duomo si sia affossato di qualche centimetro. Le orecchie, al più e solo tornando verso casa, ricorderanno il fischio acuto dei timpani che proprio non potevano farcela.

Eppure l’oggetto di tutta questa devozione non ha nulla a che vedere col martire decapitato nel IV secolo sotto Diocleziano. Non è sangue quello che dal 1389 si scioglie e si ricoagula, ma qualcosa di ben diverso.

Il ‘300 fu la grande epoca dell’alchimia: Napoli fu depositaria dei più inesponibili segreti e delle formule più ardite della storia alchemica della penisola. Non era putroppo l’epoca della chimica moderna e del metodo scientifico. Le combinazioni di ingredienti erano frutto dell’esperienza, della filosofia, dell’esoterismo, della trasmissione orale fra maestro e discepolo d’arte alchemica, molto raramente di una logica razionale. Questa presa d’atto tornerà utile più avanti.

Nel 1991, Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini e Sergio Della Sala pubblicarono sulla prestigiosa rivista Nature un articolo intitolato: “Working bloody miracles: A Thixotropic mixture like the blood of Saint Januarius” (trad. “Miracoli sanguigni che funzionano. Una mistura tissotropica appare come il sangue di San Gennaro.”). Nel testo dell’articolo veniva avanzata l’ipotesi che alla base del prodigio vi fosse in realtà il fenomeno della tissotropia. In parole molto semplici, la tissotropia è la capacità di alcuni fluidi di variare la loro viscosità a seconda del loro stato di quiete o di sollecitazione meccanica, continua o transitoria. Un fluido tissotropico può quindi sciogliersi e ricondensarsi praticamente a comando, con gradi di variabilità più o meno ampi. La “formula magica” individuata fu la sospensione colloidale di idrossido ferrico in acqua con ioni sodio e cloro, che (udite udite) si comporta allo spettroscopio come un eccellente emulatore di emoglobina, mandando vanificati gli esami strumentali condotti in tal senso sulle ampolle nel 1901 e nel 1989, che dichiavano di aver trovato il pattern spettroscopico appunto dell’emoglobina.

Lo scuotimento dell’ampolla da parte dell’arcivescovo di Napoli può, a seconda della forza messa nello scuotimento e della frequenza (variabili che possono prendere valori diversi da funzione a funzione anche in perfetta buona fede da parte dell’officiante), spiegherebbe la gran parte dei riusciti prodigi.

Due critiche vengono immediatamente avanzate: in alcuni (rari) casi il sangue è stato trovato già sciolto all’apertura dell’urna in cui sono contenute le ampolle, in altri (ancora più rari) il sangue non si è affatto sciolto nonostante lunghi giorni di attesa, preghiera…e “scuotimenti”.

Si cominci intanto a prendere nota della “formula magica”: molisite, gusci d’uova fermentati, sale comune, acqua. La molisite è un minerale comune nelle zone vulcaniche e la si trova con facilità nella parte alta e senza vegetazione del cono del Vesuvio (guardate che coincidenza, un’alchimia spacciata per prodigio religioso la cui ricetta ha bisogno di un minerale che, in tutta l’Italia peninsulare, si trova solo sul Vesuvio) e fornisce cloruro ferrico; dai gusci d’uova fermentati si ricava il carbonato di calcio, che ne compone il 94% della massa, sale ed acqua. Sono tentatissimo di provarci anch’io, ho qualche amico che potrebbe procurarmi la molisite senza difficoltà.

Questo mio ritrovato da novello alchimista allo spettroscopio già così si comporterebbe come l’emoglobina, potrei andare sul sicuro aggiungendo del sangue di maiale o di bovino o tanto per osare, qualche goccia del mio. Questa formula mantiene la capacità magica di liquefarsi e risolidificarsi per un paio d’anni: manca probabilmente ancora qualcosa, ma non ho un anziano mastro d’alchimia a cui chiederlo. Putroppo potrebbe trattarsi anche di succo d’uva o olio d’oliva, visti i criteri con cui si assemblavano queste “pozioni” all’epoca.

Per confutare la prima critica basterebbe rileggere la parte in cui ho descritto la funzione, ma è utile aggiungervi il concetto di risonanza, ovvero di quello stato fisico in cui un sistema oscillante viene sottoposto a sollecitazione di frequenza pari all’oscillazione del sistema. Il risultato è una progressiva amplificazione delle oscillazioni del sistema. Se si crede che il fenomeno sia ininfluente se non nel piccolo, si ripensi ai solidi ponti crollati miseramente sotto il passo risonante di talvolta poche centinaia di persone, particolarmente sfortunate nell’indovinare l’esatta frequenza di oscillazione del ponte (motivo per cui, oggi, alle truppe in transito sui ponti o ai cortei organizzati si chiede appunto di “rompere il passo” per evitare il potente fenomeno della risonanza).

La tissotropia ha bisogno di sollecitazioni meccaniche: la vibrazione è un’ottima sollecitazione meccanica. Un Duomo che trema è un’eccellente sollecitazione meccanica. Una frequenza medio-bassa, in particolare, è una sollecitazione ancora migliore perché può incontrare la frequenza di risonanza di un materiale o un suo multiplo con più probabilità. Diverse migliaia di fedeli che cantano all’unisono e per ore una lenta litania con tono tenorale o baritonale rappresentano una fonte di stimolazione meccanica formidabile, con uno spettro di variabilità ampia (vari gruppi di voci con varie armoniche) e una possibilità di indovinare una frequenza di risonanza relativamente alta. Buon per loro, le voci non riescono a far crollare un Duomo (anche se bastano a farne fibrillare i mastodontici pilastri), ma bastano con tutta probabilità (una volta indovinata casualmente la frequenza giusta) a mettere in risonanza la sospensione colloidale di idrossido ferrico delle ampolle senza neanche bisogno di toglierle dall’urna e a darle lo stimolo meccanico adeguato a liquefarsi.

Per contro, qualche volta il “sangue “non si è liquefatto. Sono molto propenso a ricorrere in una mancanza della ricetta che abbiamo noi oggi, ricostruita con un po’ di ingegneria inversa e pensata in modo tale da essere molto facilmente realizzabile anche alla fine del ‘300 senza particolari strumentazioni. Secondo me manca qualcosa che faccia da stabilizzatore. Non credo che manchino due ingredienti: uno solo deve fare da stabilizzatore nel tempo del fenomeno e da “addensatore” che va talvolta a inficiare la trasformazione. Un altro fluido tissotropico banalissimo come il ketchup, d’altronde, mantiene le sue proprietà ben oltre i due anni e a volte non è così pronto a liquefarsi con dei banali colpetti o scuotimenti (quante volte ho mangiato hamburger letteralmente al ragù per la fusione improvvisa di un’ostinatissima bottiglia di ketchup). Ma di certo non è venerato sulla pubblica piazza.

E dire che basterebbe così poco per spegnere la questione. Un buchino col laser di forse un decimo di millimetro (richiudibile senza tracce allo stesso modo), un filo d’acciaio che entra e va a intingersi nel contenuto oggetto di dibattito, portandone via forse pochi milligrammi, e un esame di laboratorio completo e dall’esito finalmente inconfutabile.

Ma la Chiesa non lo potrà per sua natura mai permettere.

Magisteri separati, di nuovo a modo loro.

preghiere e guarigioneNessuna leggenda metropolitana. Forse pochi sanno che nel 2006 uno studio scientifico promosso dalla Templeton Foundation (denominato STEP, acronimo di Study of the Therapeutic Effects of Intercessory Prayer ), ha indagato se e come il ricevere preghiere aiuti la guarigione in pazienti operati di by-pass cardiaco. No, non è una barzelletta: ve ne mostro i dettagli.

Da 6 ospedali americani sono stati reclutati pazienti con bypass cardiaco e sono stati inseriti in 3 gruppi, in modo assolutamente casuale: a 604 di loro è stato assegnato un pregante ma ai pazienti non è stato fatto sapere con precisione se c’era gente che pregasse per loro o meno; a 597 di loro non è stato assegnato nessun pregante anche se, come prima, non è stato fatto sapere con precisione se stessero ricevendo preghiere; infine a 601 pazienti è stato assegnato un pregante ed è stato fatto sapere di averlo.

La “terapia di preghiera” per tutti è durata 14 giorni ed è stata fatta iniziare il giorno prima dell’intervento. Si è proceduto poi a valutare l’andamento clinico dei tre gruppi, analizzandolo con rigore scientifico e statistico.

Nota bene: tutti coloro che hanno erogato la “terapia” erano “professionisti” del settore, ovvero officianti della fede: preti, suore, monaci e monache, pastori protestanti, e così via. Preghiere di qualità, insomma. Il costo totale dello studio è stato di 2,4 milioni di dollari. Per una cifra di qualcosa meno della metà (che risparmio) avrei giurato io stesso di aver visto Gesù Cristo in carne, ossa e croce operare di bypass e senza anestesia 1700 e passa soggetti dello studio, con gli stessi, appena usciti dalla sala operatoria, saltellanti e sgambettanti tutti diretti ad iscriversi alla prima maratona in programma. Faccio notare che la Templeton Foundation, in sintesi, assegna ogni anno un succoso premio (altro che trentatré denari) ad uno scienziato disposto ad orientare il suo lavoro in un’ottica “God-embedded” e produrre lavori in cui si lodi la religione.

Conclusioni: non solo le preghiere non servono assolutamente a nulla, ma addirittura sapere di riceverne peggiora il modo significativo il percorso clinico dei pazienti (il 59% dei pazienti che sapeva di ricevere preghiere ha avuto complicazioni, contro il 52% di chi non lo sapeva). Perché? Sono state fatte due ipotesi: la prima parla di una sorta di “ansia da prestazione” nei pazienti informati di ricevere preghiere (c’è della gente che prega per me, devo guarire, devo guarire, devo guarire…), la seconda di un affossamento psicologico dei pazienti informati (il medico mi ha detto che c’è della gente che prega per me, devo essere davvero grave, ahimè).

Escludendo l’ipotesi più ovvia (nessun Dio), visto che stiamo parlando della Templeton Foundation (la già citata danarosissima associazione i cui membri secondo me negherebbero l’esistenza dei propri genitori se servisse alla causa di Dio) cosa c’è da dedurre?

a) La casella postale di Dio non accetta preghiere con “ricevuta di ritorno”. Provare con posta prioritaria, non tracciabile, non provabile, sempre insabbiabile.
b) Il Vecchio Vegliardo Barbuto è un furbone: sa che se gli scienziati (dico, gli scienziati) sospettassero della sua esistenza si troverebbe a breve una frotta di dei-sezionisti pronti a contargli i peli delle ascelle;
c) In perfetto stile Morgan Freeman, l’inquilino del piano di sopra ci dà solo l’opportunità di cercarlo (chi ha visto “Un’impresa da Dio” al cinema capirà la citazione). Però poi lui se la va a giocare a nascondino in giro per l’universo. Ci crediate o no, questa pessima battuta somiglia in qualche modo a quello che invece Richard Swinburne, eminente teologo di Oxford, ha tirato fuori dal cilindro per giustificare i deludenti risultati dello studio.
d) Fra gli officianti della fede che hanno erogato le preghiere non c’erano né musulmani né buddisti. Niente niente di sopra c’aspetta il Dio sbagliato, magari pure irritato dallo spam gratuito che gli è stato riservato?
e) Si potrebbe obiettare che ci sono stati errori nella progettazione dello studio: i sedici scienziati responsabili della commedia in oggetto dovrebbero aver fumato tutta la marijuana di Amsterdam per partorire l’idea di uno studio così ridicolo. L’errore con questi soggetti busserebbe alla porta ogni istante. Contro-obiezione: 2,4 milioni di dollari, sull’unghia. (Quasi) ogni cosa ha un prezzo.
f) Ad ogni modo, Se finite in ospedale, non fatevi dire se ci sono parenti che pregano per voi. La salute (vostra) ve ne sarà grata senza bisogno di scomodare la fede (loro). E questa è l’unica cosa seria che si deduce da questo studio.

Per la cronaca, è stato pubblicato sull’American Heart Journal nel numero di aprile 2006, pagine 934-942.

murphy((U+C+I) x (10-A))/20 x E x 1/(1-sen(F/10))

Più che la legge in sè mi fa paura il corollario “E andrà male nel momento peggiore…”

Tratto da Repubblica.it

Da oggi, anche il più inguaribile degli ottimisti dovrà arrendersi all’evidenza: la “legge di Murphy”, il celeberrimo adagio secondo il quale “se una cosa può andare male, lo farà”, esiste, ed è pronta a colpire nel momento peggiore. Lo dimostra, con matematica certezza, una formula elaborata da un economista, uno psicologo e un matematico britannici.

((U+C+I) x (10-A))/20 x E x 1/(1-sen(F/10)). Questa l’equazione messa nero su bianco dai tre dopo aver studiato un migliaio di soggetti. Più che dimostrare la legge di Murphy, peraltro ampiamente verificata per via sperimentale, la formula permette di prevedere se e quando essa colpirà. E mette in guardia, inoltre, circa una componente finora trascurata: le cose non solo andranno male, ma lo faranno nel momento più inopportuno.

Le variabili di cui tenere conto per cautelarsi contro i nefasti efffetti dell’infallibile norma sono cinque: U sta per “urgenza”, C per “complessità”, I per “importanza”, A per “abilità”, F per “frequenza”. A ognuna bisogna assegnare un valore tra 0 e 9. Una sesta variabile (E, ovvero l’esasperazione) è stata fissata a 0,7 dagli studiosi sulla base dell’osservazione empirica. A conti fatti, si ottiene un coefficiente di probabilità variabile tra 0 e 8,6: più questo valore è alto, più la malasorte è pronta a colpire.

“Per ridurre gli effetti della legge di Murphy, bisogna lavorare sugli elementi dell’equazione”, spiega il dottor David Lewis, lo psicologo del gruppo. “Quindi, se non si possiedono le abilità per fare qualcosa di importante, meglio lasciar perdere. Se una cosa è urgente o complessa, bisogna trovare un modo più semplice di farla”. Tradotto in termini pratici, spiega Lewis, è molto probabile rovesciarsi un drink sulla maglietta prima di un appuntamento perché, nell’urgenza di decidere cosa indossare, non ci si concentra sull’atto del bere. Oppure, se si deve inviare un’e-mail molto importante, l’ansia può portare a premere un tasto per un altro, bloccando il pc o cancellando i dati. “Non bisogna mai far capire al computer quando si ha fretta”, chiosa lo psicologo.

Ovviamente, come tutte le azioni umane, anche il calcolo delle variabili contenute nell’equazione ricade sotto il governo della legge di Murphy: “Se si sbaglia a valutare uno dei fattori”, spiega il dottor Lewis, “si rischia di diventare troppo ottimisti. Ed è là che la legge colpisce”.

Lo studio è stato finanziato dalla British Gas, che proprio sulla legge di Murphy basa la sua più recente campagna pubblicitaria: “Se una cosa può andare male, lo farà, e nel momento meno opportuno”, recitano gli spot trasmessi dalla compagnia del gas, nei quali si vedono scaldabagni rotti nel mezzo del gelo invernale, case allagate in piena notte, tubature che esplodono durante i preparativi per un matrimonio. “E’ per questo che la nostra assistenza funziona 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno”.

Del team che ha elaborato l’equazione fanno parte, oltre al dottor Lewis, il matematico Philip Obadya e Keelan Leyser, uno strano tipo di economista, che dice di essere discendente di Karl Marx e tiene conferenze molto seguite nelle quali mescola l’economia, la psicologia e i giochi di prestigio.