Ecco un altro file potenzialmente utile per tutti i colleghi e gli studenti di Fisioterapia. E’ l’elenco di tutti i centri di Fisioterapia convenzionati in Italia.

Il documento è abbastanza vecchio, risale infatti al 2001, ma è completo di indirizzi e contatti dei vari centri.

Sono indicizzati 474 centri di riabilitazione, categorizzati per:

01) Codice regione
02) Codice USL
03) Codice struttura riabilitativa
04) Denominazione struttura riabilitativa
05) Indirizzo struttura riabilitativa
06) CAP struttura riabilitativa
07) Nome Comune struttura riabilitativa
08) Sigla provincia struttura riabilitativa
09) Prefisso struttura riabilitativa
10) Telefono struttura riabilitativa
11) Mese apertura struttura riabilitativa
12) Anno apertura struttura riabilitativa
13) Mese chiusura struttura riabilitativa
14) Anno chiusura struttura riabilitativa
15) Tipo struttura riabilitativa

L’elenco è disponibile per il download, di seguito.

Elenco centri di Riabilitazione ed. 2001 (141)

crioterapiaDa Corriere.it

SEEFELD (Austria) — Guai a chi tocca qualcosa: ci si rimane appiccicati. I peli dritti sulla pelle sembrano fili d’erba. Respiri e l’aria che espelli diventa nuvola, arriva al soffitto. Pochi secondi ed ecco l’effetto brina: ciglia e sopracciglia si coprono di una specie di neve grattugiata. Benvenuti a -110˚, al gelo che più gelo non si può. Si entra in costume da bagno. Obiettivo: alleviare o eliminare i dolori, curare patologie croniche a livello articolare o vertebrale, reumatismi e neurodermiti, ma anche stress e insonnia.

Si chiama crioterapia e parte dal principio che il freddo lenisce i dolori. Relegata per anni a terapia localizzata, adesso la crioterapia è diventata «total body» e, dopo le prime cliniche specializzate in Giappone, nate negli anni Ottanta, si sono moltiplicate anche nel Nord Europa le «camere del freddo»: in Polonia, in Germania, in Finlandia, in Russia più recentemente in Francia, Gran Bretagna e Austria, dove due delle cinque strutture sono a pochi chilometri dal confine italiano: a Bad Bleiberg, nel centro di cura Kurzentrum, a venti chilometri da Tarvisio e a Seefeld, all’hotel AlpenMed Lamm, a dieci minuti da Innsbruck. In Italia la crioterapia ancora non esiste, ma alcuni centri termali si stanno organizzando per proporre la nuova tecnica.

Prima di ogni trattamento il medico controlla pressione e battito cardiaco. «La crioterapia è vietata a ipertesi e cardiopatici perché con il freddo l’organismo reagisce con una violenta vasodilatazione. Niente crio anche per le donne incinte» spiega il dottor Georg Kettenhuber. Superata la visita, il secondo step è la vestizione (o meglio, svestizione): costume da bagno, calze e scarpe da ginnastica, guanti, fascia per riparare le orecchie e mascherina da chirurgo per proteggere la bocca e il naso. E’ ora di entrare nella prima camera: -15˚ tanto per cominciare l’acclimatamento. Due giretti in tondo nella microstanza e si sguscia nella seconda attraverso un portellone stagno identico a quello dei maxi freezer delle macellerie. Qui il gelo non è uno scherzo: -60˚, e si sentono tutti. Altra breve camminata e, superata la terza porta, comincia la vera terapia, a -110˚. Qui dentro è peggio dell’Antartide, dove la temperatura raggiunge «appena» i 90˚ sotto zero.

Da fuori l’infermiera è sempre in contatto audio e video con il paziente, e ogni tanto segnala quanto tempo manca alla fine della terapia. Appena si entra, la prima cosa che viene in mente per resistere a quel gelo neppure immaginabile è correre, nell’illusione di scaldarsi un po’. Sbagliato. L’infermiera ricorda subito che gambe e braccia vanno mosse, ma lentamente, per mantenere la circolazione. Il respiro affannoso invece potrebbe danneggiare le vie aeree. La pelle comincia a tirare, formicolio dappertutto. Più o meno ti senti uno stoccafisso, ogni passo sempre più rigido. Man mano che passano i secondi tremi e batti i denti. Neppure le musiche di sottofondo riescono a distrarti: l’unico pensiero è sopravvivere. Lì dentro si può resistere fino a tre minuti e mezzo. Poi è decisamente il caso di uscire se non si vuole fare la fine del ghiacciolo. Si ripassa attraverso tutte le stanze e tornare ai -15˚ è quasi come essere alla Hawaii. All’uscita ci si sente all’inizio più o meno come uno zombi, poi sempre più rilassati ed euforici. Ultima visita di controllo e poi meritato relax, al calduccio.

«La sensazione di sollievo che si prova dipende dall’azione combinata del freddo e di alcuni recettori nervosi che si trovano sulla pelle — aggiunge Kettenhuber —. In pratica quando fa freddo i recettori mandano un segnale al cervello del tipo “Attenzione fa freddo, bisogna coprirsi”. E’ un messaggio importante, che ha la precedenza sugli altri, compreso quello del dolore. In pratica il freddo blocca la strada ad altri stimoli nervosi in modo che questi non giungano a destinazione. Molti dei nostri pazienti soffrono di infiammazioni croniche e il freddo per loro è l’unico modo per non provare dolore per qualche ora e dopo un ciclo completo provano sollievo per settimane».

(testo originale di Cristina Marrone)

wiiArticolo tratto da Corriere.it del 28 agosto 2008 e successivamente brevemente commentato da me.

Iraq, soldato Usa ferito si cura con la Wii

WASHINGTON – In Iraq aveva curato centinaia di compagni feriti. Finché un cecchino non prese di mira lui, centrandogli la spalla sinistra. «E così, quando sono tornato a casa, non riuscivo a fare neppure le cose più semplici — ricorda Matt Bell, medico militare americano —. Non potevo allacciarmi le scarpe, mettermi una cintura, nemmeno abbottonarmi i pantaloni o mettermi il cappellino». Ora, però, Bell riesce di nuovo a fare tutto questo. Grazie alle operazioni e alle cure ricevute al Walter Reed Army Medical Center di Washington, dove è arrivato a maggio. Ma anche, spiegano i suoi dottori, a un alleato insperato: una console per videogiochi, la Nintendo Wii. «All’inizio eravamo scettici — spiega alla rivista militare Soldier il maggiore Matt St. Laurent —, ma poi ci siamo resi conto che quasi tutti i ragazzi che arrivano qui dall’Iraq o dall’Afghanistan avevano giocato con i videogames, nelle loro vite. E che aveva senso curarli con uno strumento a loro familiare».

RIABILITAZIONE – La Wii, poi, spiega sempre il maggiore Laurent, ha una serie di caratteristiche che la rendono perfetta per un programma di riabilitazione. Per giocare, infatti, occorre eseguire i movimenti che si vogliono replicare sullo schermo: per esempio, roteare il joystick come una mazza da baseball o da golf in Wii Sports, o muovere a tempo e in modo coordinato le dita, se si sta giocando a Guitar Hero (un videogame in cui si deve suonare una chitarra immaginaria): l’ideale, se si devono riattivare arti inutilizzati dopo una ferita.

«Di fatto, questi videogame “truffano” la mente – continua il dottor Hector Romero -. Se c’è una ferita, tutti tendiamo a fermare i movimenti appena iniziamo ad avvertire dolore. Ma se stiamo giocando, la concentrazione fa sì che si superino le paure, e si completino i movimenti. Il che aiuta a riconquistare destrezza e mobilità negli arti». «Il medico mi aveva messo un peso intorno al polso — conferma il soldato Bell — e all’inizio mi faceva male. Ma quando ho iniziato a giocare, mi sono completamente dimenticato che quel peso fosse lì. Mi divertivo, e mi concentravo sul gioco, tutto qui».

FERITE INVISIBILI – Il punto è che la «Wii-habilitation» (gioco di parole rispetto all’originale rehabilitation) non aiuta solo le ferite esterne, ma anche quelle invisibili. Che, secondo studi dell’esercito americano, affliggono il 20% dei reduci delle guerre di Iraq e Afghanistan (dove hanno miltato, dal 2001, 1,7 milioni di soldati, e 30mila di loro sono rimasti feriti). «Quando i militari tornano dalle zone di guerra, con ferite spesso incredibili, si chiedono: “Come farò a rimettermi in sesto?”. Ma quando si mettono a giocare, si rendono conto che stanno facendo esattamente quello che facevano prima di partire». Di fronte a un gioco, i militari riprendono a parlarsi. E a sfidarsi: «Spesso facciamo giocare un nuovo arrivato con un soldato che è al centro di cura da più tempo. Così il “novellino” vede che, con le sue stesse ferite, si può giocare alla grande. E ha un motivo per lavorare sodo alla riabilitazione, per tornare alla normalità dopo l’inferno». (Davide Casati)

Commento personale:

Fu così che scoprii di avere, oltre che una console, un presidio riabilitativo in più in casa. A parte le ironie, la questione va affrontata seriamente.

La riabilitazione di alcune patologie utilizzando console per videogiochi è effettivamente possibile: lo testimoniano le esperienze riabilitative con la realtà virtuale, offerta per ora da pochi e specializzatissimi centri di riabilitazione. Quello che l’articolo non sottolinea con la dovuta forza è che un approccio di questo tipo dovrebbe essere preso comunque in ambiente protetto e sotto la stretta supervisione del professionista riabilitatore.

E’ innegabile, secondo me, che l’uso della Wii possa essere considerato in alcune patologie come la periartrite scapolo-omerale o, in generale, in tutti quei casi in cui l’orientamento spaziale dell’arto superiore risulti compromesso o limitato (ampliando la sfera del discorso anche a patologie di interesse neurologico).

E’ secondo me, inoltre, corretto parlare di un bypass funzionale del dolore offerto dall’attività ludica e dalla concentrazione, ostacolo comune a tanti esercizi eseguiti con ripetitività meccanica dal paziente senza esercizio della facoltà attentive.

Il fai da te, comunque, può risultare pericoloso. Non bisogna per esempio dimenticare l’esistenza della ormai cosidetta wiite, una infiammazione aspecifica del polso e del gomito, clinicamente sovrapponibile alla sindrome del gomito da tennista, che appare con notevole rapidità nei giocatori incalliti di titoli sportivi sulla console di casa Nintendo, in particolare quando ci si dimentica che i sensori di movimenti della Wii rispondono anche a movimenti di lieve entità e senza necessariamente doversi cimentare in schiacciate alla Federer.

Serve quindi moderazione, impegno e soprattutto un programma riabilitativo integrato e personalizzato, dove la console può diventare una utile integrazione ma non la sola deputata al recupero funzionale del paziente.

Mi sento invece di consigliare più liberamente l’adozione dei titoli sportivi della console Nintendo come coadiuvante del controllo del peso comporeo, associato a dieta ipocalorica, o come integrazione della riabilitazione bariatrica e dell’obesità. Ho avuto modo di leggere alcuni studi comparativi di consumo calorico fra attività sportiva reale e attività simulata alla Wii, non li ho sotto mano, ma ricordo che WiiTennis fa consumare circa 1/6 delle calorie del tennis reale, mentre WiiBowling ha consumi calorici sovrapponibili al bowling vero. Non si tratta di consumi particolarmente elevati, ma possono essere sufficienti in persone particolarmente sedentarie per rompere un circolo vizioso o spostare l’equilibrio calorico orientandolo verso la perdita di peso.

Non dimentichiamo poi la Wii Balance Board, che sta letteralmente spopolando. La versione virtuale di Nintendo di una palestra domestica attira trasversalmente persone di ogni fascia sociale, d’età… e di indice di massa corporea.

Ricordando che la Nintendo Wii nasce come e resta una console per videogiochi, se ne possono sfruttare, approcciandola con razionalità e moderazione, alcune caratteristiche per perdere qualche etto in assenza di altre patologie concomitanti (caso in cui scatta la necessità di supervisione o almeno di indirizzo di un professionista), riuscendo nel contempo anche a divertirsi.

Una piccola chimera che si realizza, per gioia di tutti i “robusti” e le “rotondette” all’ascolto.

Ehi, si intenda! Me incluso!

training autogenoIl training autogeno è una tecnica di autorilassamento capace di trasmettere una benefica quiete interiore, un immediato benessere psico-fisico e la determinazione necessaria per sfruttare al meglio le nostre energie e finalizzare i nostri sforzi. Questo manuale offre un corso breve ed efficace di training autogeno. Un programma quotidiano per “staccare”, rilassarsi, recuperare forza e concentrazione.

Questo libro, con i suoi consigli, si rivolge a persone sane dal punto di vista fisico e psichico. Chi si sta sottoponendo a una terapia farmacologica o si sente malato, dovrà in ogni caso consultarsi con il proprio medico prima di iniziare a praticare il training autogeno. Per amore di completezza, nella sezione “Il training autogeno come terapia” vengono fornite indicazioni sui sintomi e sulle malattie in cui il training autogeno può essere utilizzato dal medico come misura terapeutica. Prerequisito indispensabile per il trattamento delle patologie descritte è l’apprendimento del training autogeno con la guida di un esperto e sotto stretto controllo medico.

Opinione personale:
Il libro presenta la versione semplificata del training autogeno secondo Langen-Mann. Non ha la pretesa e non vuole accostarsi al training autogeno secondo Schutlz: quest’ultimo, infatti, per la sua difficoltà non è indirizzato al lettore comune che cerca principalmente uno strumento per rilassarsi. Esercizi complessi del training secondo Schultz, come quello del plesso solare, possono evocare, se effettuati in modo non corretto, reazioni spiacevoli specialmente a livello di stomaco e percezione della frequenza cardiaca. Io stesso e già solo col training semplificato, riesco a far scendere in pochi minuti la mia frequenza cardiaca a circa 55, al limite cioè della brachicardia. Un libro semplice e gradevole, primariamente non destinato ai professionisti, ma utile per avere una prima infarinatura sul training autogeno. Io lo uso, in caso di stress o stati ansiosi, in combinazione con le Binaural Beats (onde acustiche in risonanza a schema predeterminato) e, se arrivo a proporvi il testo, è perché devo rilevare una certa soddisfazione dall’uso combinato di queste due tecniche empiriche. Non lo userei chiaramente per il trattamento o la preparazione al trattamento di un paziente (almeno non al mio attuale livello di conoscenza della tecnica), ma su di me la versione base sembra funzionare abbastanza bene.

Estratto dell’introduzione:
“La cosa più importante del training autogeno è praticarlo. […] Forse ciò che va detto ora è fondamentalmente solo questo: a) il training autogeno, nella sua forma semplificata, è un metodo pratico di rilassamento utilizzabile in qualunque momento da qualunque persona sana; b) chi già conosce il training autogeno di Schultz, nella forma praticata fino ad oggi, leggendo questo libro potrà avere dei chiarimenti sulla versione semplificata. […] Il training autogeno, come è stato elaborato da J.H. Schultz, è notevolmente più complesso della forma semplificata che desidero proporvi in questo libro. […] Imparare il training autogeno senza guida si è rilevato troppo difficile perché lo si lasciasse fare a chi era digiuno di medicina [...] Capitava che non si producesse il caratteristico effetto di rilassamento, o, peggio ancora, che si manifestassero reazioni paradossali indesiderate. Al posto dell’auspicato rilassamento, insorgevano nervosismo e paura, talvolta addirittura palpitazioni ed emicrania. […] Per questi motivi abbiamo ridotto il programma di J.H. Schultz a pochi esercizi di base, quello della calma, della pesantezza, del calore e del respiro, limitando così anche il rischio di sensazioni somatiche paradossali e di abbandono precoce.”

Titolo: Training autogeno
Autori: Langen Dietrich, Mann Karl
Editore: Red Edizioni
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8874473109
ISBN-13: 9788874473106
Pagine: 93

cimt guantoIMPORTANTE: La presentazione PowerPoint della lezione è sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Le immagini in essa contenuta sono sotto Copyright dei rispettivi autori ed utilizzate a fini didattici, secondo le modalità previste dal “Fair-Use” di opere intellettuali.

Autore: Claudio Gatta

Titolo: Introduzione alla Constraint Induced Movement-Therapy

Diapositive: 86

Introduzione: PowerPoint della lezione da me tenuta agli studenti del I-II-III anno del Corso di Laurea in Fisioterapia presso l’A.O.R.N. Monaldi nell’ambito del corso di Neurologia del Dott. Roberto Luciano. Il seminario-lezione arriva quest’anno alla sua “terza edizione”: al solito, il suo argomento è stato l’introduzione alla metodica neuroriabilitativa denominata CIMT (Constraint Induced Movement Therapy, in italiano terapia CIM o Terapia del Movimento Vincolo-Indotta). Durante la lezione è stato presentato il razionale alla base della metodica, il concetto di amnesia motoria funzionale e di learned non use applicati a concetti di neuroplasticità. Successivamente si è introdotta la storia della metodica e delle sue varianti dal 1993 ad oggi, si è l’illustrata l’esecuzione pratica della tecnica e si è discusso del problema delle evidenze in riabilitazione. Sono stati presentati gli ultimi studi di rilievo sulla CIMT ed è stata presentata una vecchia esperienza personale con la tecnica.

NOTA: La presentazione è stata composta usando sia Microsoft Office 2007 che Microsoft Office 2003. Non so per quali motivi, ma anche salvando il file in modalità di retrocompatibilità, alla visualizzazione su alcuni computer dotati di Office 2003 compaiono sporadici errori di allineamento del testo e delle immagini. Il problema pare non presentarsi se è installato Office in una delle seguenti versioni: Office 2007 aggiornato con la Service Pack 1 o Office 2003 aggiornato con la service pack 3.

La lezione è liberamente scaricabile cliccando sul link di seguito.

Segue l’indice dei contenuti.

01) Prima di tutto: cos’è una linea guida?
02) Le linee guida SPREAD: presentazione
03) Elementi di neuroplasticità
04) Recupero estrinseco e recupero intrinseco
05) Henry Meige e l’Amnesia Motoria Funzionale
06) Il fenomeno del Learned non Use
07) Correlazione fra Learned non Use e plasticità
08) La Constraint Induced Movement Therapy
09) Problemi iniziali
10) Alla ricerca di varianti alla tecnica base
11) La variante mCIMT (modified-CIMT)
12) Il dispositivo AutoCITE (Automated C.I.T. Extension)
13) Definizione di CIMT al 2006
14) Definizione di CIMT al 2008
15) Le “figlie” della Motor Imagery
16) Criteri di inclusione ed esclusione
17) Esecuzione della CIMT: categorie di esercizi
18) La proposta terapeutica di AutoCITE
19) Boylstein: il comportamento del fisioterapista
20) Il problema delle evidenze in riabilitazione
21) Gerarchia di studi, evidenze e raccomandazioni
22) CIMT e riorganizzazione corticale
23) La CIMT nella V Edizione delle linee guida SPREAD
24) Valutazione dell’outcome
25) Il Wolf Motor Function Test (WMFT)
26) Il Motor Activity Log (MaL-AoU e MaL-QoM)
27) L’Indice di Barthel
28) L’Action Research Arm Test (ARAT)
29) La scala FIM
30) La scala Abilhand
31) Letteratura: situazione al 2008
32) Presentazione degli ultimi studi di rilievo
33) Report: un’esperienza personale
34) La CIMT in Italia

Claudio Gatta - CIMT - Seminario ed. 2008 (69)

ebm riabilitazione

IMPORTANTE: La presentazione PowerPoint della lezione è sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Le immagini in essa contenuta sono sotto Copyright dei rispettivi autori ed utilizzate a fini didattici, secondo le modalità previste dal “Fair-Use” di opere intellettuali.

Autore: Claudio Gatta

Titolo: Introduzione alle Evidenze in Riabilitazione

Diapositive: 73

Introduzione: PowerPoint della lezione da me tenuta oggi (26 maggio 2008) agli studenti del I anno del Corso di Laurea in Fisioterapia presso l’A.O.R.N. Monaldi. La lezione ha avuto come argomento l’introduzione al problema delle evidenze in riabilitazione. Sono state presentate la nascita dell’EBM, con relative definizione di base, l’approccio in autoapprendimento, il problema dei quesiti clinici, il modello PICO, i problemi specifici dell’applicazione dell’EBM alla riabilitazione, la gerarchia delle evidenze/raccomandazioni e i vari tipi di studio scientifico (dalle revisioni sistematiche ai case-report), le fonti di aggiornamento e il problema della disseminazione delle evidenze. La lezione è liberamente scaricabile da questo sito cliccando sul link di seguito.

Segue l’indice dei contenuti.

01) Introduzione
02) Efficacia ed Efficienza
03) Corrente continua (galvanica)
04) Evidence Based Medicine (EBM): presupposti
05) EBM: nascita e definizione
06) La riabilitazione nell’EBM
07) L’autoapprendimento
08) L’approccio EBM
09) Porsi il quesito clinico
10) Il modello PICO
11) Le evidenze in riabilitazione
12) I presunti ostacoli
13) I veri problemi
14) Le fonti di informazione
15) Studi scientifici: denominazioni
16) Gerarchia degli studi e livelli di evidenza
17) Il caso-controllo
18) Lo studio di coorte
19) Il trial clinico randomizzato
20) Lo studio trasversale
21) Il case-report
22) Le revisioni sistematiche
23) La Cochrane Collaboration
24) Linee guida
25) Le banche dati biomediche
26) Limiti dei trattati e delle riviste
27) Limiti dell’EBM: la zona grigia
28) Informazione ai pazienti e disseminazione
29) Conclusioni

Claudio Gatta - Introduzione al problema dell'Evidenza in Riabilitazione (43)

elettrostimolatori

IMPORTANTE: La presentazione PowerPoint della lezione è sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Le immagini in essa contenuta sono sotto Copyright dei rispettivi autori ed utilizzate a fini didattici, secondo le modalità previste dal “Fair-Use” di opere intellettuali.

Autore: Claudio Gatta

Titolo: Elettrostimolatori: comprensione dei segnali

Diapositive: 49

Introduzione: propongo oggi la presentazione PowerPoint della lezione da me tenuta agli studenti del I anno del Corso di Laurea in Fisioterapia presso l’A.O.R.N. Monaldi. La lezione ha avuto come argomento la comprensione dei segnali in elettroterapia, con accenni all’elettronica degli elettrostimolatori. La lezione presenta i vari tipi di segnale oggi disponibili in elettroterapia, con le relative indicazioni d’uso. La parte pratica della lezione ha previsto il disassemblaggio di un dispositivo palmare per uso sportivo (modello Gold-Hand 502), per rendere partecipi gli studenti della struttura concettuale di base di un elettrostimolatore e per istruire gli stessi alla lettura e interpretazione delle specifiche di un apparecchio per elettroterapia. La lezione è liberamente scaricabile da questo sito cliccando sul link di seguito.

Segue l’indice dei contenuti.

01) Definizioni (anodo/catodo, corrente elettrica e parametri, tempo attivo, frequenza, periodo, treno, reobase, cronassia, accomodamento)
02) Tetanizzazione
03) Corrente continua (galvanica)
04) Corrente rettangolare
05) Corrente alternata
06) Corrente faradica
07) Correnti triangolari, esponenziali, triangolo-esponenziali
08) Assorbimento dei farmaci nella ionoforesi
09) Correnti diadinamiche monofase e difase
10) Correnti diadinamiche corto periodo, lungo periodo, sincopate
11) Correnti interferenziali
12) Teoria del Cancello (Gate Control Theory)
13) Corrente TENS tradizionale ed endorfinica
14) Corrente neofaradica
15) Corrente rettangolare bifasica
16) Corrente triangolare monofasica e bifasica
17) Corrente rettangolare monofasica asimmetrica compensata
18) Corrente di Kotz
19) Mappe dei punti motori e muscoli correlati
20) Parte pratica: disassemblaggio di un elettrostimolatore
21) Elettronica di base degli elettrostimolatori
22) Leggere le specifiche tecniche

Claudio Gatta - Terapia Fisica - Elettrostimolazione (29)

lenteNegli ultimi anni si è assistito al progressivo formarsi in riabilitazione di un corpo letterario orientato alle evidenze (nell’accezione inglese del termine: prove di efficacia), nonostante alcune oggettive difficoltà. Oltre che farmaci e terapie strumentali, sono emerse anche nuove metodiche riabilitative. Si tratta di metodiche derivate dalle neuroscienze e dall’imaging di ultima generazione: la neuroriabilitazione appare come sotto-disciplina privilegiata da queste nuove correnti. Il motivo è di fondo semplice: da sempre lo studio nelle altre branche della fisioterapia è stato facilitato da una indiscutibile situazione di complessità ridotta, sia pur nel suo elevato livello medio, rispetto alla neurologia.

La conseguenza immediata, nella realtà attuale, e che se la branca della riabilitazione ortopedica (portando un esempio) gode di protocolli stabili e consolidati, innovati perlopiù da nuove e più avanzate disponibilità in termini di macchinari biomedicali, la riabilitazione neurologica è rimasta ancorata su un sistema prevalentemente basato su modelli.

Di fatto quello che si sta creando in neuroriabilitazione è un dualismo fra scuola neuroriabilitativa tradizionale (di stampo prevalentemente europeo) e la neonata scuola neuroriabilitativa dell’evidenza. Il problema non va né sottostimato né stigmatizzato. In pochi avranno fatto a meno di notare, per esempio, la curiosa contrapposizione fra il Rome Rehabilitation 2006 e l’edizione dell’anno successivo. Mentre l’edizione 2006 si faceva promotrice del tema “Ricerca in riabilitazione”, con attacchi talvolta anche schietti ad alcune metodiche empiriche di larga diffusione, quella del 2007 incarnò quasi la reazione della lesa maestà empirica, col titolo “La Mia riabilitazione”.

Bontà della riabilitazione basata sull’esperienza contro bontà di quella basata sull’evidenza.

Ho avuto occasione di essere presente a tutti e due gli eventi, ricavandone le seguenti impressioni:

a) sia nel 2006 che nel 2007 il pubblico era, in modo poco sfumato, diviso fra i Depositari della Verità e i Crociati dell’Indagine. Le definizioni sono senza dubbio pittoriche e un po’ forzate, ma il clima di vivace confronto degli eventi ha reso giustizia all’esistenza di una questione sospesa, con una volontà mediamente incerta di affrontarla in modo risolutivo;

b) oltre ad un problema di volontà, esiste anche una questione di intrinseca resistenza al cambiamento. L’attrito fra gli atti congressuali del 2006 e quanto visto nel 2007 mi è parso, in alcuni passaggi, malamente celato;

c) in ultimo, ho dovuto prendere atto in questi primi anni di vita professionale di una questione di prestigio ed economica. Più che i dubbi sull’efficacia del nuovo che avanza, ho avuto più volte modo di sentire come validata una metodica tradizionale col solo peso professionale del suo promotore territoriale. La cosa viene a tradursi, di fatto, nella sostanziale non equivalenza di corsi privati di formazione professionale isocontenuti ma non isodocenti.

È da chiarire che questo breve articolo è chiaramente di parte: sono, infatti, fervido sostenitore della riabilitazione basata sulle evidenze, con tutto ciò che intellettualmente ne consegue: per quanto convincenti possano essere dei modelli teorici, pretendo un loro riscontro sperimentale.

Ciò vale, secondo la mia personale opinione, anche nel caso dei modelli ricavati dall’osservazione. Ogni modello osservazionale ha i suoi gradi di libertà, secondo la sequenza rilevazione – ipotesi – integrazione – definizione protocollo – risultato atteso. Se la rilevazione è un dato di norma oggettivo, l’integrazione è un procedimento logico-consequenziale e come tale soggetto ad errori di formulazione e di interpretazione (il paradosso del sillogismo aristotelico è semplice ed efficace come esempio a supporto dell’affermazione). Il metodo scientifico interviene, appunto, sostituendo all’integrazione la sperimentazione e al risultato atteso la riproducibilità degli stessi nel bene e nel male, offrendo stabilità e obiettività al sistema. Anche il metodo sperimentale ha le sue aree grigie (a cavallo fra sperimentazione ed opinione, nel caso di patologie rare, nelle lacune della letteratura), ma anche se non perfetto si pone come alternativa migliore all’empirismo.

Una delle più comuni obiezioni mosse dai tradizionalisti alla corrente delle evidenze propugna l’impossibilità di svolgere una ricerca scientifica nel suo senso compiuto quando si parla di metodiche riabilitative, con amplificazione del problema nella neuroriabilitazione. La questione sostanzialmente non si pone: se è vero che è praticamente impossibile ottenere una struttura in doppio cieco, è pur vero che restano percorribili tutte le altre strade: studi in singolo cieco, trial randomizzati, studi di coorte, studi caso-controllo, case-report ed, ovviamente, metanalisi e revisioni sistematiche qualitative. L’esistenza stessa di un cluster Riabilitazione all’interno dell’organizzazione della Cochrane Collaboration testimonia la fattibilità di una ricerca compiuta in Fisioterapia. Per contro, secondo l’attuale scala delle evidenze come proposta dal Manuale Metodologico del PNLG, si attribuisce alle esperienze empiriche il rango di opinione professionale, fonte di evidenza debole rispetto ad una qualsiasi forma di studio scientifico.

Con ciò non voglio cestinare in toto proposte riabilitative come quelle di Vojta, Kabat, Bobath, Perfetti, Puccini e quant’altre. Chiedo, io come tutti i “Crociati dell’Indagine”, che i loro promotori accettino il banco di prova delle evidenze, mostrando disponibilità al cambiamento e all’integrazione dei relativi modelli teorici. L’unica cosa che non voglio accettare sono obiezioni del tipo “ma ha sempre funzionato così”, “nei miei lunghi anni di esperienza…”, “non c’è modo di verificare il contrario” o, peggio, manifestazioni comportamentali da Verità Rivelata.

Io stesso, cercando di portare un si spera buon esempio, apprezzo molto il modello del Learned non Use posto alla base della CIMT, ma non l’accetto come atto di fede. Ha a suo sostegno rilevazioni strumentali importanti (TMS, PET, RMNf) e i risultati della tecnica da esso derivata sono statisticamente significativi e riproducibili, ma sarei pronto ad accettarne anche lo stravolgimento di fronte ad evidenze migliori. Quindi anche se sostengo, nella sua finestra di applicabilità, la CIMT con la stessa forza di chi sostiene metodiche tradizionali di scuola europea, mi riservo l’accesso al cambiamento.

Un esempio e una possibile previsione: è notizia di questi giorni la scoperta di una linea di cellule staminali cerebrali probabilmente associata all’apprendimento e alla vicariazione-supplenza di altre funzioni. Se la cosa fosse confermata, sarebbe possibile immaginare una tecnica volta all’apprendimento intensivo di funzioni motorie durante la fase di differenziazione e migrazione delle staminali post-trapianto. Una tale tecnica avrebbe, con buon grado di fiducia, una efficacia nella riabilitazione delle lesioni cerebrali superiore alla CIMT, che a quel punto declasserei a seconda linea, riservata ai pazienti non eleggibili al trapianto di staminali.

In conclusione: vivano le esperienze, se integrate dalle evidenze. Prosperino i modelli teorici, se corroborati dall’indagine della realtà. Soccomba chi rifiuta l’evoluzione. Anche in riabilitazione, la fede incondizionata è per di più una falsa amica che una buona consigliera.

Titolo: La Constraint Induced Movement Therapy nell’approccio riabilitativo precoce al paziente ospedalizzato con ictus.

Data: 24 Ottobre 2006, Napoli.

Presenta: Claudio Gatta
Relatore: Dott. Roberto Luciano

La discussione della tesi fa riferimento al seguente file, presente e liberamente scaricabile dalla Biblioteca (menù Risorse, a lato).

Il documento è da intendersi sotto Licenza Creative Commons tipo Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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diabeteTESINA IN FARMACOLOGIA

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Autore: Claudio Gatta

Titolo: IL DIABETE MELLITO E LA TERAPIA FARMACOLOGICA

Pagine: 18

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Introduzione (in extenso): Il diabete mellito è una delle malattie metaboliche più diffuse (tra i bambini e gli adolescenti è certamente la più comune: in Italia i portatori della malattia sono circa 20000). Il termine diabete deriva dal greco diabetes e significa passare attraverso. Uno dei segni clinici più distintivi di tale patologia è, infatti, la presenza di zucchero nelle urine, che vi giunge attraverso il rene quando la sua concentrazione nel sangue supera un certo valore. A questo termine è stato aggiunto mellito in quanto le urine, proprio per la presenza di zucchero, sono dolci e, anticamente non c’era altra possibilità diagnostica che assaggiarle!

Oggi il termine è tuttora valido in quanto serve a distinguere questo diabete da un’altra malattia detta diabete insipido, anche se quando si parla semplicemente di diabete s’intende il diabete mellito. Il Diabete Mellito è una condizione caratterizzata da un patologico aumento della concentrazione di glucosio nel sangue. Responsabile di questo fenomeno è un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone secreto dalle insule di Langherhans del pancreas ed indispensabile per il metabolismo degli zuccheri.

Nel giugno del 1997, un comitato internazionale di esperti ha rilasciato un comunicato contenente le nuove raccamondazioni per la classificazione e la diagnosi del diabete mellito. Queste nuove raccomandazioni sono il risultato di più di un anno di collaborazione tra esperti della American Diabetes Association e della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’uso dei sistemi di classificazione e dei criteri diagnostici standardizzati facilita un linguaggio comune tra pazienti, medici e gli altri professionisti e scienziati.

INDICE

Introduzione
Classificazione precedente
Cambiamenti nel sistema di classificazione
Sintomi
Nuovi criteri diagnostici per il Diabete Mellito
Emoglobina glicata
Impatto del nuovo criterio diagnostico
Principali complicanze del Diabete Mellito
I cani di Banting e Best: l’insulina
Terapia Insulinica
Terapia Insulinica: effetti collaterali
I farmaci ipoglicemizzanti orali
Le Sulfoniluree
Le Biguanidi
Altri farmaci ipoglicemizzanti
La crisi ipoglicemica
Conclusioni
Appendice
Bibliografia

Claudio Gatta - Il diabete mellito e la terapia farmacologica (29)

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