
Ultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.
Per una storia che finisce, altre stanno per cominciare. E’ tempo di bilanci. E’ tempo di risposte.
E’ tempo che si aprano i cancelli, che la vita torni a bussare. E’ passato un anno.
Argomento di oggi: Il Primo Anno
Il primo anno. Il vero “Punto e Daccapo”. Quest’ultimo capitolo non è destinato a chi è ancora ustionato dalla rovinosa caduta che accompagna un evento grave come la perdita di un’amicizia duratura e ritenuta incrollabile. Può risultare utile per avere un’idea di quel che sarà, ma non è emotivamente scritto per chi si dibatte ancora fra miasmi putrefattivi e la guerra del giorno dopo.
Il primo anno significa molto. Significa essere passati attraverso quattro stagioni, varie festività, compleanni, ricorrenze, appuntamenti, eventi ed essere sopravvissuti, avendo visto cosa succede e com’è la vita dopo.
Il primo anno è il primo bilancio completo ed esaustivo di com’è la vita senza l’amicizia che fu. La mente è fredda, le ansie e le depressioni sono superate, la rete sociale si è ricompattata e lo si può compilare con serena obiettività.
Prima considerazione: il mondo va avanti, a prescindere. E’ una realtà banale che viene dimenticata nei primi periodi dopo la lite che ha ucciso la vostra amicizia. Non è che la vita si disinteressi di voi, ma si interessa anche degli altri. Dopo un anno, dovrete essere in grado di capire e accettare con serenità che la vita va avanti ad episodi. E che l’episodio dal finale drammatico che avete visto e vissuto è finito un sacco di tempo fa. Restano i ricordi, la pellicola registrata. Tenete il buono e scartate quello che non vi è piaciuto, nessuno potrà biasimarvi se fate una selezione. Io conservo a tutt’oggi tutte le fotografie e i video che abbiamo fatto in tanti anni: non ho motivo di cancellarle, sono il buono della pellicola. Conservo, per mia scelta, anche le foto fatte l’anno scorso durante la vacanza (sic!) che portò alla fine di quell’amicizia. Ho scelto di conservare anche il meno buono, per mia lezione ed esperienza. Ho scartato solo l’orrido.
Con questo non intendo dire che ho cancellato le foto che ritraevano anche l’Innominato, nient’affatto. Ho detto di aver scartato l’orrido, ovvero di aver scartato il risentimento associato a quel periodo. Ma non ho detto neanche di aver perdonato: non mi interessa perdonare, ne ho già scritto i motivi negli episodi passati. Ma ho messo da parte il desiderio di “spezzare le gambine” all’Innominato se me ne fosse capitata l’occasione. Non mi interessa che paghi anche quel che non deve pagare: di per sé si è già procurato un conto salato da scontare a rate per anni. Quel conto voglio che lo paghi tutto, senza condoni, ma senza interessi di mora.
Ogni tanto, anche se mi sembrava banale all’epoca in cui la sentii per la prima volta, mi torna in mente una frase di John Hammond, il “nonno” di Jurassic Park: “Non biasimo le persone per i loro errori, ma pretendo che ne paghino lo scotto”. E’ una frase fatta dal cinema per il cinema, ma rappresenta in modo adeguato come, ad un anno di distanza, mi pongo dinanzi ai fatti che furono.
Un anno è un sacco di tempo, prendetene atto. In un anno la gente vive, muore, si affeziona e si allontana, medita ed esterna, lavora sulla sua realtà, sul suo mondo, su sé stessa. Cambia come è sacrosanto che cambi: solo nella morte non c’è evoluzione.
Anche la controparte sarà cambiata, in qualche modo: usando le vostre reti sociali avrete, anche inconsciamente, creato dei canali informativi. Saprete sempre qualcosa del vostro ex-amico, anche se lui alzerà filtri e imporrà silenzi. Potrete seguire, da osservatori esterni, il suo evolversi.
E, funzionalmente all’amicizia che fu, il cambiamento può seguire due sole strade: secondo corrente e contro corrente, ovvero volto al riavvicinamento o al consolidamento dell’allontanamento. Lo stesso sarà avvenuto in voi, in tempi estremamente variabili.
Io credo di poter valutare la mia evoluzione come inizialmente volta al riavvicinamento condizionato: disponibile, ma a condizione di una razionalizzazione degli eventi anche dalla controparte. Non si tratta, l’ho già scritto, di un avvicinamento subordinato a scuse profonde con annessa vestizione di cilicio punitivo, ma alla presa di coscienza di aver commesso un errore.
Un (bel) po’ di comunicazione, condita da una spruzzata di contenuti, logicità, razionalità, considerazione, rispetto, voglia di confronto e di mettersi in gioco. La soluzione al problema sarebbe emersa da sé, come è stato nella seconda rottura che stava per verificarsi in seguito a quegli eventi e che è stata prevenuta con completo successo. Parlando.
Un tentativo di dialogo fu fatto, secondo me troppo presto, da un amico comune (che oggi è ancora mio amico strettissimo e fraterno, ma non più della controparte): ne ebbe in risposta offese, improperi e bestemmie urlate in faccia (per l’appunto). Già allora capii di non dovermi aspettare una evoluzione positiva della faccenda.
Visto che nulla di ciò si è verificato (tutt’altro, ha prevalso un modello irrazionale secondo cui io e tutta la mia “cricca” saremmo assimilabili alla discendenza di Messer Satanasso in carne, ossa, corna, coda e forcone per malizia, meschinità, premeditazione e bieca crudeltà d’esecuzione), dopo qualche mese ho preferito consolidare l’allontanamento.
Dopo un anno bisogna essere in grado di discriminare le responsabilità, senza coinvolgimenti emotivi imponenti, perché (seconda considerazione) il mondo non manda in onda repliche.
Proprio perché cambiano, ogni esperienza può definirsi al massimo simile a qualcuna già presente nel nostro bagaglio umano, ma mai uguale. Anche se l’input resta lo stesso, cambia l’unità di elaborazione. L’output che ne esce è sempre diverso e mai replicabile con esattezza. Dopo un anno è lecito attendersi che il nostro cambiamento abbia assunto portata tale da permetterci una rivalutazione dei fatti. Svuotati da vividi contenuti emotivi, restano i rapporti causa/effetto e quindi le responsabilità. Individuare gli errori, propri ed altrui, con precisione e identificare le responsabilità e le “pene” associate è importante. Per stare bene con se stessi e per smettere di guardare indietro orientandosi al futuro, che deve interessarci proprio perché possiamo influenzarlo, orientarlo e modificarlo.
Ho fatto questa operazione proprio in questo periodo in cui ricorreva l’anno esatto dal fattaccio. Gli errori dell’ex-amico li ho ormai ben chiari e noti. Non avevo indagato con accuratezza sui miei, reali o potenziali.
Non mi idealizzo come l’essere perfetto. Di conseguenza devo aver fatto degli errori. Questa la premessa.
Dove posso averli commessi? E, soprattutto, che quota di responsabilità devo accollarmi?
Ho fatto degli errori, questa è la scoperta del Primo Anno. Scoprire di aver fatto degli errori vi alleggerirà le spalle, perché conoscendoli potrete evitare di incapparvi anc
ora. L’esperienza, seppur durissima, avrà lasciato sul vostro conto in banca una lezione ad uso futuro, con interessi maturati e immediatamente spendibile. Comprendere gli errori è una conquista, ma non dovete cimentarvi troppo presto a cercarli: rischiereste, sopraffatti dall’emotività, di idealizzarvi come vittime o come cavalieri senza macchia. E allora l’esperienza sarebbe irrimediabilmente sprecata. Una doppia sconfitta: pagata e dilapidata. Inutile.
Rimpianti? Certo. Uno solo. Non aver mai avuto occasione di pagarlo con la sua moneta. O meglio, di averla avuta, ma di averla sfruttata in modo limitato. Ero ancora nella prima settimana e, in fondo, speravo che la cosa si potesse sistemare. Quando mi si presentò l’occasione, non affondai il così detto “Carico da 11” (termine preso in prestito dalla briscola, ad intendere un affondo deciso senza possibilità di cambiare gioco), limitandomi a giocare una scartina. Il Carico da 11 avrebbe affossato per sempre e all’istante l’intera faccenda, la scartina l’ha tenuta in sospeso per qualche tempo. Un errore che oggi non rifarei e nel contempo l’unico rimpianto che mi ha lasciato tutta questa triste storia.
Prima di tutto oggi so di essere stato persuaso, in buona fede, ad attendere troppo a lungo prima di intavolare la questione. I comportamenti scorretti dell’Innominato sono cominciati la seconda sera, il litigio è esploso solo alla quinta. Probabilmente una messa sul banco del problema già in seconda serata avrebbe portato ad una “detonazione” di minore entità, evitando di lasciar formare, forse, un’erronea convinzione di tolleranza o cecità alla situazione che si stava creando. Oggi non darei ascolto a richieste di temporeggiamento. Anzi, sono arrivato a considerare la tendenza attendista come un difetto. Correggibile, ma un difetto.
Secondo errore: la mia errata convinzione che tutte le persone avessero una loro logicità, anche se sepolta sotto apparenze a volte “tamarre”. Sulla base di questa convinzione ho sperato in una soluzione fondata sul dialogo, che non è stata neanche valutata dalla controparte, che l’ha affossata sotto urla e offese. La guerra dei trichechi. Oggi so che con certe persone l’unica è fare muro contro muro, urla contro urla, ira contro ira, forza contro forza. Anche se mi reputo in linea di massima, ma controvoglia, capace di affrontare questo tipo di “dialogo”(!!!), so anche che non mi interessa avere fra i miei conoscenti e meno che mai fra i miei amici questo tipo di soggetti: l’albero delle relazioni, per non ammalarsi, ha bisogno di essere potato quando serve. E non bisogna mai piangere sui rami secchi.
Per quanto riguarda le responsabilità: se io ho pagato duramente la mia parte, nondimeno mi pare giusto che lui paghi la sua. E che continui a pagarla anche se so che è molto più gravosa della mia. La cosa è compensata dal fatto che io ho pagato “a gratis” ciò che si sarebbe potuto evitare di pagare (per entrambi), lui ha deliberatamente scelto di non tentare di avere uno “sconto”. Che paghi, dunque. Crudele? No, reale. La crudeltà sta nella realtà delle cose, non nella sua applicazione.
Spazio alla terza considerazione: il mondo può essere migliore, ma dovete volerlo ed essere pronti. L’attesa è buona solo per dare tempo alle ferite di smettere di sanguinare. Dopodichè la guarigione interverrà solo con l’azione, cioè dandovi da fare, diventando attivi e propositivi. Una volontà generica di miglioramento vi accompagnerà sempre, ma non potrete accorgervi delle occasioni di cambiamento e di miglioramento che vi si presenteranno nel tempo se non vi sentirete pronti a coglierle. Quando sarete pronti, le occasioni busseranno alla vostra porta, ai vostri cancelli. A quel punto ci sarà solo da raccoglierle. Il più sarà già stato fatto. Il mondo tenderà al miglioramento se lo assecondate, remerà contro di voi se lo ignorate. E’ una considerazione tutto sommato semplice, ma che viene capita appieno solo quando l’esperienza lo consente. Da qualche tempo ho imparato a navigare seguendo le correnti: mi sono affacciato a baie mai viste prima, riesco a seguire la costa senza infrangermi sulle scogliere, godendomi la loro semplicità o la loro complessità. Posso decidere se essere spettatore o attore e, cosa più importante, posso decidere che ruolo interpretare. La cosa mi riempie di soddisfazione.
E questa è la fine della storia. Spero tanto vi sia stata utile, come alla fine è stata utile a me. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di questo percorso, ma non so a che punto siete del vostro. Non mi aspetto molti commenti: se non siete stati travolti da un evento grave come quello che vi ho raccontato in queste “puntate” non sentirete la necessità di commentare, se ne siete stati travolti forse vi farà ancora troppo male scriverne. Credendo nel valore delle esperienze e della loro comprensione, ho cercato di proporvi la mia. E pazienza se di tanto in tanto ho allegato anche le mie conclusioni. Non saranno né perfette né universali, ma sono le mie. Quelle che oggi vedo come un investimento.
Si cresce e si cambia, sempre, fino all’ultima ora dei nostri giorni. La mia vita è migliore, ho fiducia che si stia preparando a migliorare ancora. Cercherò di essere pronto prima possibile. Oggi so che, quando lo sarò, busserà instancabile ancora una volta ai miei cancelli.
Lascio a voi il compito di prepararvi e di mettervi in moto.
Credetemi, male non farà.


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