Scrittura

Come perdere un amico e vivere felici (5)

cancello cielo

Ultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Per una storia che finisce, altre stanno per cominciare. E’ tempo di bilanci. E’ tempo di risposte.

E’ tempo che si aprano i cancelli, che la vita torni a bussare. E’ passato un anno.

Argomento di oggi: Il Primo Anno

Il primo anno. Il vero “Punto e Daccapo”. Quest’ultimo capitolo non è destinato a chi è ancora ustionato dalla rovinosa caduta che accompagna un evento grave come la perdita di un’amicizia duratura e ritenuta incrollabile. Può risultare utile per avere un’idea di quel che sarà, ma non è emotivamente scritto per chi si dibatte ancora fra miasmi putrefattivi e la guerra del giorno dopo.

Il primo anno significa molto. Significa essere passati attraverso quattro stagioni, varie festività, compleanni, ricorrenze, appuntamenti, eventi ed essere sopravvissuti, avendo visto cosa succede e com’è la vita dopo.

Il primo anno è il primo bilancio completo ed esaustivo di com’è la vita senza l’amicizia che fu. La mente è fredda, le ansie e le depressioni sono superate, la rete sociale si è ricompattata e lo si può compilare con serena obiettività.

Prima considerazione: il mondo va avanti, a prescindere. E’ una realtà banale che viene dimenticata nei primi periodi dopo la lite che ha ucciso la vostra amicizia. Non è che la vita si disinteressi di voi, ma si interessa anche degli altri. Dopo un anno, dovrete essere in grado di capire e accettare con serenità che la vita va avanti ad episodi. E che l’episodio dal finale drammatico che avete visto e vissuto è finito un sacco di tempo fa. Restano i ricordi, la pellicola registrata. Tenete il buono e scartate quello che non vi è piaciuto, nessuno potrà biasimarvi se fate una selezione. Io conservo a tutt’oggi tutte le fotografie e i video che abbiamo fatto in tanti anni: non ho motivo di cancellarle, sono il buono della pellicola. Conservo, per mia scelta, anche le foto fatte l’anno scorso durante la vacanza (sic!) che portò alla fine di quell’amicizia. Ho scelto di conservare anche il meno buono, per mia lezione ed esperienza. Ho scartato solo l’orrido.

Con questo non intendo dire che ho cancellato le foto che ritraevano anche l’Innominato, nient’affatto. Ho detto di aver scartato l’orrido, ovvero di aver scartato il risentimento associato a quel periodo. Ma non ho detto neanche di aver perdonato: non mi interessa perdonare, ne ho già scritto i motivi negli episodi passati. Ma ho messo da parte il desiderio di “spezzare le gambine” all’Innominato se me ne fosse capitata l’occasione. Non mi interessa che paghi anche quel che non deve pagare: di per sé si è già procurato un conto salato da scontare a rate per anni. Quel conto voglio che lo paghi tutto, senza condoni, ma senza interessi di mora.

Ogni tanto, anche se mi sembrava banale all’epoca in cui la sentii per la prima volta, mi torna in mente una frase di John Hammond, il “nonno” di Jurassic Park: “Non biasimo le persone per i loro errori, ma pretendo che ne paghino lo scotto”. E’ una frase fatta dal cinema per il cinema, ma rappresenta in modo adeguato come, ad un anno di distanza, mi pongo dinanzi ai fatti che furono.

Un anno è un sacco di tempo, prendetene atto. In un anno la gente vive, muore, si affeziona e si allontana, medita ed esterna, lavora sulla sua realtà, sul suo mondo, su sé stessa. Cambia come è sacrosanto che cambi: solo nella morte non c’è evoluzione.

Anche la controparte sarà cambiata, in qualche modo: usando le vostre reti sociali avrete, anche inconsciamente, creato dei canali informativi. Saprete sempre qualcosa del vostro ex-amico, anche se lui alzerà filtri e imporrà silenzi. Potrete seguire, da osservatori esterni, il suo evolversi.

E, funzionalmente all’amicizia che fu, il cambiamento può seguire due sole strade: secondo corrente e contro corrente, ovvero volto al riavvicinamento o al consolidamento dell’allontanamento. Lo stesso sarà avvenuto in voi, in tempi estremamente variabili.

Io credo di poter valutare la mia evoluzione come inizialmente volta al riavvicinamento condizionato: disponibile, ma a condizione di una razionalizzazione degli eventi anche dalla controparte. Non si tratta, l’ho già scritto, di un avvicinamento subordinato a scuse profonde con annessa vestizione di cilicio punitivo, ma alla presa di coscienza di aver commesso un errore.

Un (bel) po’ di comunicazione, condita da una spruzzata di contenuti, logicità, razionalità, considerazione, rispetto, voglia di confronto e di mettersi in gioco. La soluzione al problema sarebbe emersa da sé, come è stato nella seconda rottura che stava per verificarsi in seguito a quegli eventi e che è stata prevenuta con completo successo. Parlando.

Un tentativo di dialogo fu fatto, secondo me troppo presto, da un amico comune (che oggi è ancora mio amico strettissimo e fraterno, ma non più della controparte): ne ebbe in risposta offese, improperi e bestemmie urlate in faccia (per l’appunto). Già allora capii di non dovermi aspettare una evoluzione positiva della faccenda.

Visto che nulla di ciò si è verificato (tutt’altro, ha prevalso un modello irrazionale secondo cui io e tutta la mia “cricca” saremmo assimilabili alla discendenza di Messer Satanasso in carne, ossa, corna, coda e forcone per malizia, meschinità, premeditazione e bieca crudeltà d’esecuzione), dopo qualche mese ho preferito consolidare l’allontanamento.

Dopo un anno bisogna essere in grado di discriminare le responsabilità, senza coinvolgimenti emotivi imponenti, perché (seconda considerazione) il mondo non manda in onda repliche.

Proprio perché cambiano, ogni esperienza può definirsi al massimo simile a qualcuna già presente nel nostro bagaglio umano, ma mai uguale. Anche se l’input resta lo stesso, cambia l’unità di elaborazione. L’output che ne esce è sempre diverso e mai replicabile con esattezza. Dopo un anno è lecito attendersi che il nostro cambiamento abbia assunto portata tale da permetterci una rivalutazione dei fatti. Svuotati da vividi contenuti emotivi, restano i rapporti causa/effetto e quindi le responsabilità. Individuare gli errori, propri ed altrui, con precisione e identificare le responsabilità e le “pene” associate è importante. Per stare bene con se stessi e per smettere di guardare indietro orientandosi al futuro, che deve interessarci proprio perché possiamo influenzarlo, orientarlo e modificarlo.

Ho fatto questa operazione proprio in questo periodo in cui ricorreva l’anno esatto dal fattaccio. Gli errori dell’ex-amico li ho ormai ben chiari e noti. Non avevo indagato con accuratezza sui miei, reali o potenziali.

Non mi idealizzo come l’essere perfetto. Di conseguenza devo aver fatto degli errori. Questa la premessa.

Dove posso averli commessi? E, soprattutto, che quota di responsabilità devo accollarmi?

Ho fatto degli errori, questa è la scoperta del Primo Anno. Scoprire di aver fatto degli errori vi alleggerirà le spalle, perché conoscendoli potrete evitare di incapparvi anc
ora. L’esperienza, seppur durissima, avrà lasciato sul vostro conto in banca una lezione ad uso futuro, con interessi maturati e immediatamente spendibile. Comprendere gli errori è una conquista, ma non dovete cimentarvi troppo presto a cercarli: rischiereste, sopraffatti dall’emotività, di idealizzarvi come vittime o come cavalieri senza macchia. E allora l’esperienza sarebbe irrimediabilmente sprecata. Una doppia sconfitta: pagata e dilapidata. Inutile.

Rimpianti? Certo. Uno solo. Non aver mai avuto occasione di pagarlo con la sua moneta. O meglio, di averla avuta, ma di averla sfruttata in modo limitato. Ero ancora nella prima settimana e, in fondo, speravo che la cosa si potesse sistemare. Quando mi si presentò l’occasione, non affondai il così detto “Carico da 11” (termine preso in prestito dalla briscola, ad intendere un affondo deciso senza possibilità di cambiare gioco), limitandomi a giocare una scartina. Il Carico da 11 avrebbe affossato per sempre e all’istante l’intera faccenda, la scartina l’ha tenuta in sospeso per qualche tempo. Un errore che oggi non rifarei e nel contempo l’unico rimpianto che mi ha lasciato tutta questa triste storia.

Prima di tutto oggi so di essere stato persuaso, in buona fede, ad attendere troppo a lungo prima di intavolare la questione. I comportamenti scorretti dell’Innominato sono cominciati la seconda sera, il litigio è esploso solo alla quinta. Probabilmente una messa sul banco del problema già in seconda serata avrebbe portato ad una “detonazione” di minore entità, evitando di lasciar formare, forse, un’erronea convinzione di tolleranza o cecità alla situazione che si stava creando. Oggi non darei ascolto a richieste di temporeggiamento. Anzi, sono arrivato a considerare la tendenza attendista come un difetto. Correggibile, ma un difetto.

Secondo errore: la mia errata convinzione che tutte le persone avessero una loro logicità, anche se sepolta sotto apparenze a volte “tamarre”. Sulla base di questa convinzione ho sperato in una soluzione fondata sul dialogo, che non è stata neanche valutata dalla controparte, che l’ha affossata sotto urla e offese. La guerra dei trichechi. Oggi so che con certe persone l’unica è fare muro contro muro, urla contro urla, ira contro ira, forza contro forza. Anche se mi reputo in linea di massima, ma controvoglia, capace di affrontare questo tipo di “dialogo”(!!!), so anche che non mi interessa avere fra i miei conoscenti e meno che mai fra i miei amici questo tipo di soggetti: l’albero delle relazioni, per non ammalarsi, ha bisogno di essere potato quando serve. E non bisogna mai piangere sui rami secchi.

Per quanto riguarda le responsabilità: se io ho pagato duramente la mia parte, nondimeno mi pare giusto che lui paghi la sua. E che continui a pagarla anche se so che è molto più gravosa della mia. La cosa è compensata dal fatto che io ho pagato “a gratis” ciò che si sarebbe potuto evitare di pagare (per entrambi), lui ha deliberatamente scelto di non tentare di avere uno “sconto”. Che paghi, dunque. Crudele? No, reale. La crudeltà sta nella realtà delle cose, non nella sua applicazione.

Spazio alla terza considerazione: il mondo può essere migliore, ma dovete volerlo ed essere pronti. L’attesa è buona solo per dare tempo alle ferite di smettere di sanguinare. Dopodichè la guarigione interverrà solo con l’azione, cioè dandovi da fare, diventando attivi e propositivi. Una volontà generica di miglioramento vi accompagnerà sempre, ma non potrete accorgervi delle occasioni di cambiamento e di miglioramento che vi si presenteranno nel tempo se non vi sentirete pronti a coglierle. Quando sarete pronti, le occasioni busseranno alla vostra porta, ai vostri cancelli. A quel punto ci sarà solo da raccoglierle. Il più sarà già stato fatto. Il mondo tenderà al miglioramento se lo assecondate, remerà contro di voi se lo ignorate. E’ una considerazione tutto sommato semplice, ma che viene capita appieno solo quando l’esperienza lo consente. Da qualche tempo ho imparato a navigare seguendo le correnti: mi sono affacciato a baie mai viste prima, riesco a seguire la costa senza infrangermi sulle scogliere, godendomi la loro semplicità o la loro complessità. Posso decidere se essere spettatore o attore e, cosa più importante, posso decidere che ruolo interpretare. La cosa mi riempie di soddisfazione.

E questa è la fine della storia. Spero tanto vi sia stata utile, come alla fine è stata utile a me. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di questo percorso, ma non so a che punto siete del vostro. Non mi aspetto molti commenti: se non siete stati travolti da un evento grave come quello che vi ho raccontato in queste “puntate” non sentirete la necessità di commentare, se ne siete stati travolti forse vi farà ancora troppo male scriverne. Credendo nel valore delle esperienze e della loro comprensione, ho cercato di proporvi la mia. E pazienza se di tanto in tanto ho allegato anche le mie conclusioni. Non saranno né perfette né universali, ma sono le mie. Quelle che oggi vedo come un investimento.

Si cresce e si cambia, sempre, fino all’ultima ora dei nostri giorni. La mia vita è migliore, ho fiducia che si stia preparando a migliorare ancora. Cercherò di essere pronto prima possibile. Oggi so che, quando lo sarò, busserà instancabile ancora una volta ai miei cancelli.

Lascio a voi il compito di prepararvi e di mettervi in moto.
Credetemi, male non farà.

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Come perdere un amico e vivere felici (4)

barca a vela al tramonto

Quarta e penultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Nota bene: visto che ho ricevuto un paio di e-mail sull’argomento: per perdita di un amico intendo il venir meno improvviso e irreversibile del rapporto di amicizia per tradimento/cattiveria/litigio, non per morte. In tal caso non può bastare un anno scarso per superare la perdita di un amico di lunga data, è impensabile. Ed in tal caso la postilla “e vivere felici” sarebbe decisamente fuori luogo.

Argomento di oggi: Considerazioni sul primo mese

Il primo mese, ovvero il mese della riorganizzazione e della ricerca di una nuova normalità, da intendersi come una protettiva routine fatta di lavoro, studio, attività sociali e culturali, intrattenimento e amicizie. Più o meno nella prima settimana avrete raccontato la vicenda della rottura della Gemma un paio centinaia di volte, tante da alienarvi dal fatto in sé e tramutarvi in lettori di un copione già scritto e rifinito con partecipazione emotiva via via più blanda. Ma, a un mesetto di distanza, almeno non si cade sul discorso con quella frequenza allucinante dei primi giorni. Finalmente.

Il che vuol dire: avete finalmente la libertà, nonché il dovere morale, di riorganizzare la vostra vita negli aspetti lacerati dalla rottura.

Prima di tutto: ad un mese circa di distanza non ci sarà molta più materia, di quella che fu l’amicizia, ancora in putrefazione. Non dovreste temere ulteriori travasi di elisir tossici, la guerra del Day After appartiene al passato, così come le controversie più sterili che di solito vi si accompagnano (relative a proprietà, civiltà, educazione). Il gruppo superstite, tranne il caso non si tratti di capre e muli, avrà avuto il tempo, nel bene e nel male, di formarsi una opinione e scegliere più o meno chi appoggiare, in che ambito e perché.

Contrariamente alla prima settimana, questo è il momento delle “immense compagnie”, dei viaggi, dell’intrattenimento, del relax convintamente cercato.

Dato che il mio crack è avvenuto durante una vacanza, ho voluto bissare la vacanza stessa per ripulire l’estate dai ricordi taglienti di quel che era avvenuto. Certo, ho scelto un altro posto di mio gradimento, sia per luoghi che per ritmi. Nel caso specifico, un soggiorno ad Ischia, con annesse cure termali. Ovviamente ho previsto ed ottenuto la presenza del Diamante, l’amico più stretto e anch’egli coinvolto indirettamente nella catastrofe, oltre che quella dei fratelli/compagni. Assolutamente rigenerante, un autentico lenitivo del corpo e della mente. A distanza di un mese, ho ripreso a ridere di gusto, ad addormentarmi senza pensieri angoscianti e a svegliarmi sereno.

Replicare, ripulendola dai connotati maligni, lo stesso tipo di esperienza durante la quale si è spezzata l’amicizia, secondo la mia opinione ed esperienza, è una terapia efficace e preziosa.

Vista l’efficacia della “terapia”, ne ho ordinato una seconda dose, andando (sempre in compagnia) al Romics 2007 (manifestazione culturale/commerciale con tema il mondo del fumetto), cosa che mi ero proposto più volte negli anni addietro. E che avevo sacrificato al bene più grande di quella vecchia amicizia: visto che l’ex-amico non aveva molto gusto di viaggiare per andare a vedere i “cartoni animati” ho sempre lasciato perdere, giusto perché non mi sembrava né bello né corretto andarmene per i fatti miei con qualcun’altro del gruppo spezzandolo, sia pure occasionalmente, a metà. Ben fatto, due giorni intensi e divertenti. Il mondo può essere migliore anche senza quella vecchia Amicizia, sulla terra arsa dal fuoco ricresce l’erba.

Anche le idee cominciano a riordinarsi. Le dinamiche del crack, i suoi prodromi, i giorni immediatamente ad esso successivi, possono essere ripensati e catalogati con una migliorata obiettività. Immediato il beneficio: nel mio caso, il crack stava rischiando di espandersi ad un’altra amicizia una quindicina di giorni più tardi, ma, indovinate un po’, è stato possibile evitare il secondo collasso col dialogo. Civile. Ricostruendo gli avvenimenti, interpretandoli criticamente, formulando equilibrati proponimenti. Di comune accordo.

Praticamente il tipo di confronto che, ad oggi, sono sicuro di non riuscire ad ottenere dall’Innominato, anche a dieci mesi dalla rottura. Non voglio che si presenti da me (o meglio, da noi: non sono stato io solo il “bersaglio” della forza dirompente) strisciante, madido di lacrime e vestito solo di un cilicio, ma almeno i due secondi necessari per pronunciare la frase “Credo di aver fatto una cazzata” mi (ci) sembrano dovuti. Due secondi per stendere un ponte. Un secondo a pilastro, trovatemi un ingegnere tanto brillante.

Quattro sono i Mali del Mondo: religione, orgoglio, onore, viltà. Fare un passo indietro non richiede uno sforzo fisico, di quelli che ti fanno dire “è al di là delle tue possibilità”. E’ solo questione di intelligenza e volontà, corroborate dal coraggio di cercare una verità.

Siano maledette le volontà accecate dall’orgoglio e le intelligenze azzoppate dalla viltà.

Tornando alla chiarificazione delle idee: ho potuto, col senno di poi, ripensare a certe stranezze nel comportamento dell’ex-amico e chiedere consiglio. Ho così preso coscienza, anche grazie ad alcune interpretazioni e riflessioni fornitemi appunto dal resto del gruppo degli Amici, che con tutta probabilità il fattaccio era in preparazione da Aprile.

Insomma, se la decisione di provocare una rottura in fondo era già stata presa nessuno di noi avrebbe potuto farci proprio niente. Agosto è stata una mera data, la località di vacanza un mero luogo. Al massimo oggi saremmo stati qui a parlare di coordinate spazio-tempo diverse, ma la mano era già armata e decisa all’affondo. Ite, missa est.

In forza anche di questo convincimento ho potuto affrontare da li a poco una prova importante per la mia futura vita lavorativa in piena serenità e, permettetemi il narcisismo, anche con un certo sentimento di superiorità.

Si, il giorno dell’esame di ammissione alla laurea specialistica è stato il primo giorno in cui mi sono guardato indietro e ho soffiato via con insperata semplicità le polveri che restavano di quel che fu. La ferita stava guarendo.

Nella prossima e ultima puntata: le amicizie crescono, i rifiuti avvizziscono. E finalmente si buttano.

Si chiude un libro, se ne apre un altro. Barra a dritta, Capitano, e pronti a scalare il Vento!

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Come perdere un amico e vivere felici (3)

virgilio

Terza puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Argomento di oggi: La prima settimana.

Il primo giorno è passato, la prima guerra è ancora in corso. E’ la guerra delle posizioni, dei compromessi, dei dialoghi e dei ragionamenti. Non bisogna pensare che il peggio sia passato, che l’amicizia creduta indissolubile sia acqua passata. La rete sociale in cui la vostra amicizia si è sviluppata non vi permetterà, per sua fisiologia, di mettere subito una pietra tombale sull’avvenuto. E sul vostro ormai ex-amico.

La prima settimana è quella delle scosse di assestamento: il terremoto si estenderà alla famiglia, tanto più interessata quanto più vecchia e cementata sarà stata l’amicizia esplosa, agli altri amici, ai conoscenti. Vi toccherà spiegare più e più volte perché è successo, come è successo, come è stato il primo giorno.

Naufragherete nei ricordi: non c’è assolutamente niente da fare per evitarlo. E’ inutile chiudersi a riccio: più tenterete di isolarvi, più il resto del mondo vorrà sapere. E allora via, croce in spalla e passo svelto verso il Golgota, la piana dei crocefissi. Anche nella prima settimana il messaggio per cui dovrete lottare è sempre lo stesso: con noi si può parlare, civilmente.

E per farlo passare dovrete parlare, tanto. Dovrete raccontare più volte, con minuzia di particolari, eventi dolorosissimi e recentissimi. La passione sarà tanto più lunga quanto più bella fu la Gemma. Non ho particolari consigli da dare: rassegnatevi a questo.

Nessuna valvola di sfogo sarà migliore del Diamante, la Gemma più preziosa, il vostro amico più stretto. Colui che definireste fratello di sangue. Se non è stato proprio il Diamante a frantumarsi, non abbiate timore di aggrapparvi a peso morto. Se è stato proprio il Diamante a tradire, chiedete onestamente appoggio al più alto fra i “superstiti”. Prima ancora di valutare la situazione, comprendervi o criticarvi, farà la cosa più importante: ascoltarvi. Una terapia che nella prima settimana, semplicemente, non ha prezzo.

Almeno per la prima settimana è anche assolutamente inutile cercare distrazioni in altre attività. Anzi, rischiate di associare un periodo nero della vostra vita a cose che magari prima vi davano soddisfazione e divertimento. Niente musica, niente ricreativi: ho fatto io quest’errore e ad oggi non posso sentire più alcune canzoni senza respirare di nuovo l’aria salmastra dell’estate 2007.

Rivendicate la vostra posizione su questo mondo: fate qualcosa che prima, per un motivo o per un altro proprio a causa dell’ex-amico (ognuno ha i suoi difetti) non riuscivate a fare. Io ho partecipato ad un paio di manifestazioni culturali di cui oggi, nonostante il pessimo contesto psicologico del tempo, ho un ricordo ottimo e gratificante.

Altro consiglio, rubando una parola alla terminologia sanitaria: se vi siete comportati da persone civili ed educate (civiltà prima di tutto, non avrò mai la nausea di ripeterlo) durante la fase iper-acuta della rottura con gli altri amici e conoscenti, avrete a vostra disposizione persone bendisposte ad aiutarvi, ognuno a modo suo. Non cercate di simulare la normalità organizzando uscite in gruppo o cose simili: l’argomento, implicito o esplicito, del vostro tempo in compagnia sarebbe sempre lo stesso. Non serve nascondere le proprie curiosità: telefonare apertamente alle persone della vostra Rete e chiedere opinioni, sviluppi, commenti “dall’altro lato della riva”, fornire aggiornamenti sul vostro stato d’animo, sulle reazioni familiari e di altri conoscenti comuni. Credetemi, nessuno fra gli amici se ne disinteresserà. Cercate solo di non essere oppressivi: una telefonata di un quarto d’ora è sufficiente, ammesso che non vi si inciti a continuare la conversazione. Riservare i lunghi sfoghi solo per momenti selezionatissimi e/o particolarmente cupi. E sempre, ripeto, sempre civiltà: non abbandonarsi all’insulto gratuito dell’ex-amico. Nei primissimi giorni (vedi puntata precedente) non è affatto detto che tutti coloro con cui parlate debbano schierarsi con voi: potreste infastidire chi ha ancora le idee confuse sull’accaduto o non sa ancora, consciamente o inconsciamente, come gestire la nuova configurazione del gruppo. Certo, se avrete gestito efficacemente la Guerra del Day After, godrete di prospettive migliori nel medio e lungo termine. La buona educazione paga.

Dopo tre o quattro giorni, il tempo di calmare i bollori adrenalinici, cominceranno a percolare i prodotti della putrefazione della Gemma, che sarà accelerata nella metà messa in difficoltà nella Prima Grande Guerra.

Uno dei primissimi prodotti sarà la cancellazione delle prove tangibili dell’esistenza della Gemma. Le foto, i video, gli scritti che avrete prodotto insieme e insieme pubblicati sul web, per magia spariranno. E’ la forma di ritorsione più semplice e immediata. Nel mio caso si è verificata meno di 48 ore dopo il fattaccio. Sono andato su YouTube per cercare, temendo quello che poi è avvenuto, di recuperare alcuni video amatoriali fatti “ai tempi buoni”: troppo tardi. Video rimosso dall’utente. Per mia fortuna, ho ritrovato quei video in formato WMV in una cartella sperduta e sconsolata dell’hard disk esterno. Ricordi che non sono andati perduti, un tema che tratterò in una delle prossime puntate. Si tratta di mezzucci infantili, che voi dovrete assolutamente contenervi dall’adottare. Ogni litigio irreparabile fra amici di vecchissima data è un ritorno all’infanzia, fatta di dispetti senza finalità e malizie senza cause. Sarà grande segno di maturità da parte vostra astenervi da questi infantilismi, facendo diplomaticamente notare la cosa agli altri membri del vostro Sacchetto di Gemme. Apprezzeranno.

Noterete che non ho citato come primo prodotto della putrefazione le accuse, le malvagità, i pettegolezzi pilotati e altre meschinità. Preferisco contarle e trattarle come parte integrante della rottura, più che come sua conseguenza. Anche io sono, mea maxima culpa, caduto nelle prime ore in una di queste mancanze, scoperchiando un vaso di Pandora che, col senno di poi e nonostante tutto, avrei voluto tener chiuso. Ne ho fatto ammenda più volte, in questi mesi. E me ne rammarico ancora, cosa incredibile a dirsi vista la cattiveria che mi è stata usata, perché per un momento (e un momento solo) sono stato un pari dell’Innominato. Nessuno è perfetto. Ovviamente non ho la pretesa di esserlo.

Il secondo prodotto della putrefazione, nel mio caso manifestatosi dopo quattro giorni, è la rivendicazione delle proprietà, concesse o effettive. Tradotto: la richiesta di restituzione di regali, oggetti dati in prestito o lasciati in custodia e così via. Vale quanto detto per la distruzione dei ricordi. Astenetevi. Siatene superiori. E’ solo un altro strascico infantile. Allo stesso modo siate meticolosi se vi viene fatta una richiesta in tal senso, che nel mio caso non arrivò neanche per bocca diretta dell’Innominato, ma per posta giro da un amico comune. Prendete un succulento scatolone e metteteci dentro fino all’ultima vite che sia passata di mano all’ormai ex-amico, che vi sia stata regalata anche nel lontano passato, prestata o quant’altro. Sar
à un ottimo modo per comunicare non verbalmente che per voi l’amicizia che fu è morta, sepolta e mummificata. Se non per oggetti di valore o non fate domanda riconvenzionale di restituzione dei beni. Un bigliettino con scritta a mano la vostra volontà di non voler avere assolutamente niente più a che vedere con lui e i suoi piagnistei sarà sufficiente. Un “Tieniti tutto!” suonerà al lettore napoletano come più o meno la frase “T’aggio schifate!”. Tombale.

Nel mio caso chiesi di poter riavere, disinteressandomi del resto, almeno un libro che avevo tanto penato a trovare. Per la serie “Signori si nasce” l’Innominato non me l’ha più fatto avere, nonostante la puntale restituzione di un grosso scatolone di sue cose. Il libro in questione era “Musashi” di Eiji Yoshikawa. Poco male: sono riuscito qualche mese dopo a procurarmene un’altra copia grazie ad una campagna remainder di Libreria Universitaria. Costo? Dieci euro circa. Il libro lo rivolevo più per la fatica fatta a trovarlo, che per il suo valore economico, trascurabile. Ma, purtroppo per l’Innominato, la “buona creanza” non si compra al supermercato.

A seconda del vostro caso specifico, in questi primi sette giorni vi toccheranno da bere molti calici di percolato tossico. Io ho mandato giù i miei, posso solo consigliarvi di trangugiare i vostri alla svelta e a testa alta. Non calatevi le braghe di fronte a niente: se si è rotta una vecchia e solida amicizia è per un motivo di solito grave, quindi non vi conviene tentare la strada del compromesso. Chi comprerebbe un diamante scheggiato? Come ridereste nuovamente di gusto insieme, come condividereste segreti, timori, gioie ed esperienze con lo spettro della coltellata ricevuta che vi sibila all’orecchio “Quando la prossima?”.

Non ti badar di loro, ma guarda e passa.

Questo è il quadro della prima settimana. Non posso promettervi che possiate vedere già la luce in fondo al tunnel così presto, ma nella prossima puntata, dedicata al primo mese, vi racconterò di come ho rivisto il chiarore fra il fango. La ferita, ancora aperta, comincerà il cammino di guarigione dall’infezione, presupposto indispensabile per la sua cicatrizzazione.

(continua)

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