cancello cielo

Ultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Per una storia che finisce, altre stanno per cominciare. E’ tempo di bilanci. E’ tempo di risposte.

E’ tempo che si aprano i cancelli, che la vita torni a bussare. E’ passato un anno.

Argomento di oggi: Il Primo Anno

Il primo anno. Il vero “Punto e Daccapo”. Quest’ultimo capitolo non è destinato a chi è ancora ustionato dalla rovinosa caduta che accompagna un evento grave come la perdita di un’amicizia duratura e ritenuta incrollabile. Può risultare utile per avere un’idea di quel che sarà, ma non è emotivamente scritto per chi si dibatte ancora fra miasmi putrefattivi e la guerra del giorno dopo.

Il primo anno significa molto. Significa essere passati attraverso quattro stagioni, varie festività, compleanni, ricorrenze, appuntamenti, eventi ed essere sopravvissuti, avendo visto cosa succede e com’è la vita dopo.

Il primo anno è il primo bilancio completo ed esaustivo di com’è la vita senza l’amicizia che fu. La mente è fredda, le ansie e le depressioni sono superate, la rete sociale si è ricompattata e lo si può compilare con serena obiettività.

Prima considerazione: il mondo va avanti, a prescindere. E’ una realtà banale che viene dimenticata nei primi periodi dopo la lite che ha ucciso la vostra amicizia. Non è che la vita si disinteressi di voi, ma si interessa anche degli altri. Dopo un anno, dovrete essere in grado di capire e accettare con serenità che la vita va avanti ad episodi. E che l’episodio dal finale drammatico che avete visto e vissuto è finito un sacco di tempo fa. Restano i ricordi, la pellicola registrata. Tenete il buono e scartate quello che non vi è piaciuto, nessuno potrà biasimarvi se fate una selezione. Io conservo a tutt’oggi tutte le fotografie e i video che abbiamo fatto in tanti anni: non ho motivo di cancellarle, sono il buono della pellicola. Conservo, per mia scelta, anche le foto fatte l’anno scorso durante la vacanza (sic!) che portò alla fine di quell’amicizia. Ho scelto di conservare anche il meno buono, per mia lezione ed esperienza. Ho scartato solo l’orrido.

Con questo non intendo dire che ho cancellato le foto che ritraevano anche l’Innominato, nient’affatto. Ho detto di aver scartato l’orrido, ovvero di aver scartato il risentimento associato a quel periodo. Ma non ho detto neanche di aver perdonato: non mi interessa perdonare, ne ho già scritto i motivi negli episodi passati. Ma ho messo da parte il desiderio di “spezzare le gambine” all’Innominato se me ne fosse capitata l’occasione. Non mi interessa che paghi anche quel che non deve pagare: di per sé si è già procurato un conto salato da scontare a rate per anni. Quel conto voglio che lo paghi tutto, senza condoni, ma senza interessi di mora.

Ogni tanto, anche se mi sembrava banale all’epoca in cui la sentii per la prima volta, mi torna in mente una frase di John Hammond, il “nonno” di Jurassic Park: “Non biasimo le persone per i loro errori, ma pretendo che ne paghino lo scotto”. E’ una frase fatta dal cinema per il cinema, ma rappresenta in modo adeguato come, ad un anno di distanza, mi pongo dinanzi ai fatti che furono.

Un anno è un sacco di tempo, prendetene atto. In un anno la gente vive, muore, si affeziona e si allontana, medita ed esterna, lavora sulla sua realtà, sul suo mondo, su sé stessa. Cambia come è sacrosanto che cambi: solo nella morte non c’è evoluzione.

Anche la controparte sarà cambiata, in qualche modo: usando le vostre reti sociali avrete, anche inconsciamente, creato dei canali informativi. Saprete sempre qualcosa del vostro ex-amico, anche se lui alzerà filtri e imporrà silenzi. Potrete seguire, da osservatori esterni, il suo evolversi.

E, funzionalmente all’amicizia che fu, il cambiamento può seguire due sole strade: secondo corrente e contro corrente, ovvero volto al riavvicinamento o al consolidamento dell’allontanamento. Lo stesso sarà avvenuto in voi, in tempi estremamente variabili.

Io credo di poter valutare la mia evoluzione come inizialmente volta al riavvicinamento condizionato: disponibile, ma a condizione di una razionalizzazione degli eventi anche dalla controparte. Non si tratta, l’ho già scritto, di un avvicinamento subordinato a scuse profonde con annessa vestizione di cilicio punitivo, ma alla presa di coscienza di aver commesso un errore.

Un (bel) po’ di comunicazione, condita da una spruzzata di contenuti, logicità, razionalità, considerazione, rispetto, voglia di confronto e di mettersi in gioco. La soluzione al problema sarebbe emersa da sé, come è stato nella seconda rottura che stava per verificarsi in seguito a quegli eventi e che è stata prevenuta con completo successo. Parlando.

Un tentativo di dialogo fu fatto, secondo me troppo presto, da un amico comune (che oggi è ancora mio amico strettissimo e fraterno, ma non più della controparte): ne ebbe in risposta offese, improperi e bestemmie urlate in faccia (per l’appunto). Già allora capii di non dovermi aspettare una evoluzione positiva della faccenda.

Visto che nulla di ciò si è verificato (tutt’altro, ha prevalso un modello irrazionale secondo cui io e tutta la mia “cricca” saremmo assimilabili alla discendenza di Messer Satanasso in carne, ossa, corna, coda e forcone per malizia, meschinità, premeditazione e bieca crudeltà d’esecuzione), dopo qualche mese ho preferito consolidare l’allontanamento.

Dopo un anno bisogna essere in grado di discriminare le responsabilità, senza coinvolgimenti emotivi imponenti, perché (seconda considerazione) il mondo non manda in onda repliche.

Proprio perché cambiano, ogni esperienza può definirsi al massimo simile a qualcuna già presente nel nostro bagaglio umano, ma mai uguale. Anche se l’input resta lo stesso, cambia l’unità di elaborazione. L’output che ne esce è sempre diverso e mai replicabile con esattezza. Dopo un anno è lecito attendersi che il nostro cambiamento abbia assunto portata tale da permetterci una rivalutazione dei fatti. Svuotati da vividi contenuti emotivi, restano i rapporti causa/effetto e quindi le responsabilità. Individuare gli errori, propri ed altrui, con precisione e identificare le responsabilità e le “pene” associate è importante. Per stare bene con se stessi e per smettere di guardare indietro orientandosi al futuro, che deve interessarci proprio perché possiamo influenzarlo, orientarlo e modificarlo.

Ho fatto questa operazione proprio in questo periodo in cui ricorreva l’anno esatto dal fattaccio. Gli errori dell’ex-amico li ho ormai ben chiari e noti. Non avevo indagato con accuratezza sui miei, reali o potenziali.

Non mi idealizzo come l’essere perfetto. Di conseguenza devo aver fatto degli errori. Questa la premessa.

Dove posso averli commessi? E, soprattutto, che quota di responsabilità devo accollarmi?

Ho fatto degli errori, questa è la scoperta del Primo Anno. Scoprire di aver fatto degli errori vi alleggerirà le spalle, perché conoscendoli potrete evitare di incapparvi ancora. L’esperienza, seppur durissima, avrà lasciato sul vostro conto in banca una lezione ad uso futuro, con interessi maturati e immediatamente spendibile. Comprendere gli errori è una conquista, ma non dovete cimentarvi troppo presto a cercarli: rischiereste, sopraffatti dall’emotività, di idealizzarvi come vittime o come cavalieri senza macchia. E allora l’esperienza sarebbe irrimediabilmente sprecata. Una doppia sconfitta: pagata e dilapidata. Inutile.

Rimpianti? Certo. Uno solo. Non aver mai avuto occasione di pagarlo con la sua moneta. O meglio, di averla avuta, ma di averla sfruttata in modo limitato. Ero ancora nella prima settimana e, in fondo, speravo che la cosa si potesse sistemare. Quando mi si presentò l’occasione, non affondai il così detto “Carico da 11” (termine preso in prestito dalla briscola, ad intendere un affondo deciso senza possibilità di cambiare gioco), limitandomi a giocare una scartina. Il Carico da 11 avrebbe affossato per sempre e all’istante l’intera faccenda, la scartina l’ha tenuta in sospeso per qualche tempo. Un errore che oggi non rifarei e nel contempo l’unico rimpianto che mi ha lasciato tutta questa triste storia.

Prima di tutto oggi so di essere stato persuaso, in buona fede, ad attendere troppo a lungo prima di intavolare la questione. I comportamenti scorretti dell’Innominato sono cominciati la seconda sera, il litigio è esploso solo alla quinta. Probabilmente una messa sul banco del problema già in seconda serata avrebbe portato ad una “detonazione” di minore entità, evitando di lasciar formare, forse, un’erronea convinzione di tolleranza o cecità alla situazione che si stava creando. Oggi non darei ascolto a richieste di temporeggiamento. Anzi, sono arrivato a considerare la tendenza attendista come un difetto. Correggibile, ma un difetto.

Secondo errore: la mia errata convinzione che tutte le persone avessero una loro logicità, anche se sepolta sotto apparenze a volte “tamarre”. Sulla base di questa convinzione ho sperato in una soluzione fondata sul dialogo, che non è stata neanche valutata dalla controparte, che l’ha affossata sotto urla e offese. La guerra dei trichechi. Oggi so che con certe persone l’unica è fare muro contro muro, urla contro urla, ira contro ira, forza contro forza. Anche se mi reputo in linea di massima, ma controvoglia, capace di affrontare questo tipo di “dialogo”(!!!), so anche che non mi interessa avere fra i miei conoscenti e meno che mai fra i miei amici questo tipo di soggetti: l’albero delle relazioni, per non ammalarsi, ha bisogno di essere potato quando serve. E non bisogna mai piangere sui rami secchi.

Per quanto riguarda le responsabilità: se io ho pagato duramente la mia parte, nondimeno mi pare giusto che lui paghi la sua. E che continui a pagarla anche se so che è molto più gravosa della mia. La cosa è compensata dal fatto che io ho pagato “a gratis” ciò che si sarebbe potuto evitare di pagare (per entrambi), lui ha deliberatamente scelto di non tentare di avere uno “sconto”. Che paghi, dunque. Crudele? No, reale. La crudeltà sta nella realtà delle cose, non nella sua applicazione.

Spazio alla terza considerazione: il mondo può essere migliore, ma dovete volerlo ed essere pronti. L’attesa è buona solo per dare tempo alle ferite di smettere di sanguinare. Dopodichè la guarigione interverrà solo con l’azione, cioè dandovi da fare, diventando attivi e propositivi. Una volontà generica di miglioramento vi accompagnerà sempre, ma non potrete accorgervi delle occasioni di cambiamento e di miglioramento che vi si presenteranno nel tempo se non vi sentirete pronti a coglierle. Quando sarete pronti, le occasioni busseranno alla vostra porta, ai vostri cancelli. A quel punto ci sarà solo da raccoglierle. Il più sarà già stato fatto. Il mondo tenderà al miglioramento se lo assecondate, remerà contro di voi se lo ignorate. E’ una considerazione tutto sommato semplice, ma che viene capita appieno solo quando l’esperienza lo consente. Da qualche tempo ho imparato a navigare seguendo le correnti: mi sono affacciato a baie mai viste prima, riesco a seguire la costa senza infrangermi sulle scogliere, godendomi la loro semplicità o la loro complessità. Posso decidere se essere spettatore o attore e, cosa più importante, posso decidere che ruolo interpretare. La cosa mi riempie di soddisfazione.

E questa è la fine della storia. Spero tanto vi sia stata utile, come alla fine è stata utile a me. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di questo percorso, ma non so a che punto siete del vostro. Non mi aspetto molti commenti: se non siete stati travolti da un evento grave come quello che vi ho raccontato in queste “puntate” non sentirete la necessità di commentare, se ne siete stati travolti forse vi farà ancora troppo male scriverne. Credendo nel valore delle esperienze e della loro comprensione, ho cercato di proporvi la mia. E pazienza se di tanto in tanto ho allegato anche le mie conclusioni. Non saranno né perfette né universali, ma sono le mie. Quelle che oggi vedo come un investimento.

Si cresce e si cambia, sempre, fino all’ultima ora dei nostri giorni. La mia vita è migliore, ho fiducia che si stia preparando a migliorare ancora. Cercherò di essere pronto prima possibile. Oggi so che, quando lo sarò, busserà instancabile ancora una volta ai miei cancelli.

Lascio a voi il compito di prepararvi e di mettervi in moto.
Credetemi, male non farà.

barca a vela al tramonto

Quarta e penultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Nota bene: visto che ho ricevuto un paio di e-mail sull’argomento: per perdita di un amico intendo il venir meno improvviso e irreversibile del rapporto di amicizia per tradimento/cattiveria/litigio, non per morte. In tal caso non può bastare un anno scarso per superare la perdita di un amico di lunga data, è impensabile. Ed in tal caso la postilla “e vivere felici” sarebbe decisamente fuori luogo.

Argomento di oggi: Considerazioni sul primo mese

Il primo mese, ovvero il mese della riorganizzazione e della ricerca di una nuova normalità, da intendersi come una protettiva routine fatta di lavoro, studio, attività sociali e culturali, intrattenimento e amicizie. Più o meno nella prima settimana avrete raccontato la vicenda della rottura della Gemma un paio centinaia di volte, tante da alienarvi dal fatto in sé e tramutarvi in lettori di un copione già scritto e rifinito con partecipazione emotiva via via più blanda. Ma, a un mesetto di distanza, almeno non si cade sul discorso con quella frequenza allucinante dei primi giorni. Finalmente.

Il che vuol dire: avete finalmente la libertà, nonché il dovere morale, di riorganizzare la vostra vita negli aspetti lacerati dalla rottura.

Prima di tutto: ad un mese circa di distanza non ci sarà molta più materia, di quella che fu l’amicizia, ancora in putrefazione. Non dovreste temere ulteriori travasi di elisir tossici, la guerra del Day After appartiene al passato, così come le controversie più sterili che di solito vi si accompagnano (relative a proprietà, civiltà, educazione). Il gruppo superstite, tranne il caso non si tratti di capre e muli, avrà avuto il tempo, nel bene e nel male, di formarsi una opinione e scegliere più o meno chi appoggiare, in che ambito e perché.

Contrariamente alla prima settimana, questo è il momento delle “immense compagnie”, dei viaggi, dell’intrattenimento, del relax convintamente cercato.

Dato che il mio crack è avvenuto durante una vacanza, ho voluto bissare la vacanza stessa per ripulire l’estate dai ricordi taglienti di quel che era avvenuto. Certo, ho scelto un altro posto di mio gradimento, sia per luoghi che per ritmi. Nel caso specifico, un soggiorno ad Ischia, con annesse cure termali. Ovviamente ho previsto ed ottenuto la presenza del Diamante, l’amico più stretto e anch’egli coinvolto indirettamente nella catastrofe, oltre che quella dei fratelli/compagni. Assolutamente rigenerante, un autentico lenitivo del corpo e della mente. A distanza di un mese, ho ripreso a ridere di gusto, ad addormentarmi senza pensieri angoscianti e a svegliarmi sereno.

Replicare, ripulendola dai connotati maligni, lo stesso tipo di esperienza durante la quale si è spezzata l’amicizia, secondo la mia opinione ed esperienza, è una terapia efficace e preziosa.

Vista l’efficacia della “terapia”, ne ho ordinato una seconda dose, andando (sempre in compagnia) al Romics 2007 (manifestazione culturale/commerciale con tema il mondo del fumetto), cosa che mi ero proposto più volte negli anni addietro. E che avevo sacrificato al bene più grande di quella vecchia amicizia: visto che l’ex-amico non aveva molto gusto di viaggiare per andare a vedere i “cartoni animati” ho sempre lasciato perdere, giusto perché non mi sembrava né bello né corretto andarmene per i fatti miei con qualcun’altro del gruppo spezzandolo, sia pure occasionalmente, a metà. Ben fatto, due giorni intensi e divertenti. Il mondo può essere migliore anche senza quella vecchia Amicizia, sulla terra arsa dal fuoco ricresce l’erba.

Anche le idee cominciano a riordinarsi. Le dinamiche del crack, i suoi prodromi, i giorni immediatamente ad esso successivi, possono essere ripensati e catalogati con una migliorata obiettività. Immediato il beneficio: nel mio caso, il crack stava rischiando di espandersi ad un’altra amicizia una quindicina di giorni più tardi, ma, indovinate un po’, è stato possibile evitare il secondo collasso col dialogo. Civile. Ricostruendo gli avvenimenti, interpretandoli criticamente, formulando equilibrati proponimenti. Di comune accordo.

Praticamente il tipo di confronto che, ad oggi, sono sicuro di non riuscire ad ottenere dall’Innominato, anche a dieci mesi dalla rottura. Non voglio che si presenti da me (o meglio, da noi: non sono stato io solo il “bersaglio” della forza dirompente) strisciante, madido di lacrime e vestito solo di un cilicio, ma almeno i due secondi necessari per pronunciare la frase “Credo di aver fatto una cazzata” mi (ci) sembrano dovuti. Due secondi per stendere un ponte. Un secondo a pilastro, trovatemi un ingegnere tanto brillante.

Quattro sono i Mali del Mondo: religione, orgoglio, onore, viltà. Fare un passo indietro non richiede uno sforzo fisico, di quelli che ti fanno dire “è al di là delle tue possibilità”. E’ solo questione di intelligenza e volontà, corroborate dal coraggio di cercare una verità.

Siano maledette le volontà accecate dall’orgoglio e le intelligenze azzoppate dalla viltà.

Tornando alla chiarificazione delle idee: ho potuto, col senno di poi, ripensare a certe stranezze nel comportamento dell’ex-amico e chiedere consiglio. Ho così preso coscienza, anche grazie ad alcune interpretazioni e riflessioni fornitemi appunto dal resto del gruppo degli Amici, che con tutta probabilità il fattaccio era in preparazione da Aprile.

Insomma, se la decisione di provocare una rottura in fondo era già stata presa nessuno di noi avrebbe potuto farci proprio niente. Agosto è stata una mera data, la località di vacanza un mero luogo. Al massimo oggi saremmo stati qui a parlare di coordinate spazio-tempo diverse, ma la mano era già armata e decisa all’affondo. Ite, missa est.

In forza anche di questo convincimento ho potuto affrontare da li a poco una prova importante per la mia futura vita lavorativa in piena serenità e, permettetemi il narcisismo, anche con un certo sentimento di superiorità.

Si, il giorno dell’esame di ammissione alla laurea specialistica è stato il primo giorno in cui mi sono guardato indietro e ho soffiato via con insperata semplicità le polveri che restavano di quel che fu. La ferita stava guarendo.

Nella prossima e ultima puntata: le amicizie crescono, i rifiuti avvizziscono. E finalmente si buttano.

Si chiude un libro, se ne apre un altro. Barra a dritta, Capitano, e pronti a scalare il Vento!

virgilio

Terza puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Argomento di oggi: La prima settimana.

Il primo giorno è passato, la prima guerra è ancora in corso. E’ la guerra delle posizioni, dei compromessi, dei dialoghi e dei ragionamenti. Non bisogna pensare che il peggio sia passato, che l’amicizia creduta indissolubile sia acqua passata. La rete sociale in cui la vostra amicizia si è sviluppata non vi permetterà, per sua fisiologia, di mettere subito una pietra tombale sull’avvenuto. E sul vostro ormai ex-amico.

La prima settimana è quella delle scosse di assestamento: il terremoto si estenderà alla famiglia, tanto più interessata quanto più vecchia e cementata sarà stata l’amicizia esplosa, agli altri amici, ai conoscenti. Vi toccherà spiegare più e più volte perché è successo, come è successo, come è stato il primo giorno.

Naufragherete nei ricordi: non c’è assolutamente niente da fare per evitarlo. E’ inutile chiudersi a riccio: più tenterete di isolarvi, più il resto del mondo vorrà sapere. E allora via, croce in spalla e passo svelto verso il Golgota, la piana dei crocefissi. Anche nella prima settimana il messaggio per cui dovrete lottare è sempre lo stesso: con noi si può parlare, civilmente.

E per farlo passare dovrete parlare, tanto. Dovrete raccontare più volte, con minuzia di particolari, eventi dolorosissimi e recentissimi. La passione sarà tanto più lunga quanto più bella fu la Gemma. Non ho particolari consigli da dare: rassegnatevi a questo.

Nessuna valvola di sfogo sarà migliore del Diamante, la Gemma più preziosa, il vostro amico più stretto. Colui che definireste fratello di sangue. Se non è stato proprio il Diamante a frantumarsi, non abbiate timore di aggrapparvi a peso morto. Se è stato proprio il Diamante a tradire, chiedete onestamente appoggio al più alto fra i “superstiti”. Prima ancora di valutare la situazione, comprendervi o criticarvi, farà la cosa più importante: ascoltarvi. Una terapia che nella prima settimana, semplicemente, non ha prezzo.

Almeno per la prima settimana è anche assolutamente inutile cercare distrazioni in altre attività. Anzi, rischiate di associare un periodo nero della vostra vita a cose che magari prima vi davano soddisfazione e divertimento. Niente musica, niente ricreativi: ho fatto io quest’errore e ad oggi non posso sentire più alcune canzoni senza respirare di nuovo l’aria salmastra dell’estate 2007.

Rivendicate la vostra posizione su questo mondo: fate qualcosa che prima, per un motivo o per un altro proprio a causa dell’ex-amico (ognuno ha i suoi difetti) non riuscivate a fare. Io ho partecipato ad un paio di manifestazioni culturali di cui oggi, nonostante il pessimo contesto psicologico del tempo, ho un ricordo ottimo e gratificante.

Altro consiglio, rubando una parola alla terminologia sanitaria: se vi siete comportati da persone civili ed educate (civiltà prima di tutto, non avrò mai la nausea di ripeterlo) durante la fase iper-acuta della rottura con gli altri amici e conoscenti, avrete a vostra disposizione persone bendisposte ad aiutarvi, ognuno a modo suo. Non cercate di simulare la normalità organizzando uscite in gruppo o cose simili: l’argomento, implicito o esplicito, del vostro tempo in compagnia sarebbe sempre lo stesso. Non serve nascondere le proprie curiosità: telefonare apertamente alle persone della vostra Rete e chiedere opinioni, sviluppi, commenti “dall’altro lato della riva”, fornire aggiornamenti sul vostro stato d’animo, sulle reazioni familiari e di altri conoscenti comuni. Credetemi, nessuno fra gli amici se ne disinteresserà. Cercate solo di non essere oppressivi: una telefonata di un quarto d’ora è sufficiente, ammesso che non vi si inciti a continuare la conversazione. Riservare i lunghi sfoghi solo per momenti selezionatissimi e/o particolarmente cupi. E sempre, ripeto, sempre civiltà: non abbandonarsi all’insulto gratuito dell’ex-amico. Nei primissimi giorni (vedi puntata precedente) non è affatto detto che tutti coloro con cui parlate debbano schierarsi con voi: potreste infastidire chi ha ancora le idee confuse sull’accaduto o non sa ancora, consciamente o inconsciamente, come gestire la nuova configurazione del gruppo. Certo, se avrete gestito efficacemente la Guerra del Day After, godrete di prospettive migliori nel medio e lungo termine. La buona educazione paga.

Dopo tre o quattro giorni, il tempo di calmare i bollori adrenalinici, cominceranno a percolare i prodotti della putrefazione della Gemma, che sarà accelerata nella metà messa in difficoltà nella Prima Grande Guerra.

Uno dei primissimi prodotti sarà la cancellazione delle prove tangibili dell’esistenza della Gemma. Le foto, i video, gli scritti che avrete prodotto insieme e insieme pubblicati sul web, per magia spariranno. E’ la forma di ritorsione più semplice e immediata. Nel mio caso si è verificata meno di 48 ore dopo il fattaccio. Sono andato su YouTube per cercare, temendo quello che poi è avvenuto, di recuperare alcuni video amatoriali fatti “ai tempi buoni”: troppo tardi. Video rimosso dall’utente. Per mia fortuna, ho ritrovato quei video in formato WMV in una cartella sperduta e sconsolata dell’hard disk esterno. Ricordi che non sono andati perduti, un tema che tratterò in una delle prossime puntate. Si tratta di mezzucci infantili, che voi dovrete assolutamente contenervi dall’adottare. Ogni litigio irreparabile fra amici di vecchissima data è un ritorno all’infanzia, fatta di dispetti senza finalità e malizie senza cause. Sarà grande segno di maturità da parte vostra astenervi da questi infantilismi, facendo diplomaticamente notare la cosa agli altri membri del vostro Sacchetto di Gemme. Apprezzeranno.

Noterete che non ho citato come primo prodotto della putrefazione le accuse, le malvagità, i pettegolezzi pilotati e altre meschinità. Preferisco contarle e trattarle come parte integrante della rottura, più che come sua conseguenza. Anche io sono, mea maxima culpa, caduto nelle prime ore in una di queste mancanze, scoperchiando un vaso di Pandora che, col senno di poi e nonostante tutto, avrei voluto tener chiuso. Ne ho fatto ammenda più volte, in questi mesi. E me ne rammarico ancora, cosa incredibile a dirsi vista la cattiveria che mi è stata usata, perché per un momento (e un momento solo) sono stato un pari dell’Innominato. Nessuno è perfetto. Ovviamente non ho la pretesa di esserlo.

Il secondo prodotto della putrefazione, nel mio caso manifestatosi dopo quattro giorni, è la rivendicazione delle proprietà, concesse o effettive. Tradotto: la richiesta di restituzione di regali, oggetti dati in prestito o lasciati in custodia e così via. Vale quanto detto per la distruzione dei ricordi. Astenetevi. Siatene superiori. E’ solo un altro strascico infantile. Allo stesso modo siate meticolosi se vi viene fatta una richiesta in tal senso, che nel mio caso non arrivò neanche per bocca diretta dell’Innominato, ma per posta giro da un amico comune. Prendete un succulento scatolone e metteteci dentro fino all’ultima vite che sia passata di mano all’ormai ex-amico, che vi sia stata regalata anche nel lontano passato, prestata o quant’altro. Sarà un ottimo modo per comunicare non verbalmente che per voi l’amicizia che fu è morta, sepolta e mummificata. Se non per oggetti di valore o non fate domanda riconvenzionale di restituzione dei beni. Un bigliettino con scritta a mano la vostra volontà di non voler avere assolutamente niente più a che vedere con lui e i suoi piagnistei sarà sufficiente. Un “Tieniti tutto!” suonerà al lettore napoletano come più o meno la frase “T’aggio schifate!”. Tombale.

Nel mio caso chiesi di poter riavere, disinteressandomi del resto, almeno un libro che avevo tanto penato a trovare. Per la serie “Signori si nasce” l’Innominato non me l’ha più fatto avere, nonostante la puntale restituzione di un grosso scatolone di sue cose. Il libro in questione era “Musashi” di Eiji Yoshikawa. Poco male: sono riuscito qualche mese dopo a procurarmene un’altra copia grazie ad una campagna remainder di Libreria Universitaria. Costo? Dieci euro circa. Il libro lo rivolevo più per la fatica fatta a trovarlo, che per il suo valore economico, trascurabile. Ma, purtroppo per l’Innominato, la “buona creanza” non si compra al supermercato.

A seconda del vostro caso specifico, in questi primi sette giorni vi toccheranno da bere molti calici di percolato tossico. Io ho mandato giù i miei, posso solo consigliarvi di trangugiare i vostri alla svelta e a testa alta. Non calatevi le braghe di fronte a niente: se si è rotta una vecchia e solida amicizia è per un motivo di solito grave, quindi non vi conviene tentare la strada del compromesso. Chi comprerebbe un diamante scheggiato? Come ridereste nuovamente di gusto insieme, come condividereste segreti, timori, gioie ed esperienze con lo spettro della coltellata ricevuta che vi sibila all’orecchio “Quando la prossima?”.

Non ti badar di loro, ma guarda e passa.

Questo è il quadro della prima settimana. Non posso promettervi che possiate vedere già la luce in fondo al tunnel così presto, ma nella prossima puntata, dedicata al primo mese, vi racconterò di come ho rivisto il chiarore fra il fango. La ferita, ancora aperta, comincerà il cammino di guarigione dall’infezione, presupposto indispensabile per la sua cicatrizzazione.

(continua)

rete da pesca

Vado avanti con la seconda puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico. Risalendo a pochi articoli fa potrete trovare il primo capitolo.

La Rete del Buon Pescato

Siamo al Day After, è avvenuto quello che è avvenuto. Personalmente l’ultimo ricordo che mi è rimasto della persona che fu un tempo una delle sette gemme è lui che, pochi minuti dopo aver preso a bastonate un rapporto di solidarietà, complicità e libertà lungo dodici anni, scende le scale dell’albergo per andarsene in discoteca. Lasciando agonizzare la gemma che puntualmente, nella notte, è spirata.

Prima di parlare della Week After, è meglio che vi spieghi l’importanza della (altro concetto che mi piace chiamare in tal modo) Rete del Buon Pescato. Ogni persona non fa solo parte di una serie più o meno definita di legami, cristalli o vetri amorfi. Tutti i Cristalli sono contenuti in un sacchetto, fatto di dinamiche di gruppo, gerarchie più o meno esplicitate in contesti più o meno definiti, interazioni sociali, conoscenze familiari, gruppi di compagnia incrociati ed ogni possibile evento “collaterale” all’esistenza del Cristallo preso in sé.

Visto che in parte possiamo controllare lo svilupparsi di questa rete, cercando ovviamente di trarne e conservarne il meglio delle infinite possibili “pescate” fra la cerchia di tutti i nostri conoscenti, mi pare adeguato il nomignolo che le ho dato. Ma la Rete è e resta un contenitore, non è viva in sé. E può cedere, in vari punti, molto più facilmente dei suoi contenuti. Il modo migliore per farla cedere è spezzare uno dei Cristalli da essa raccolti. La rete tenderà autonomamente a riconfigurarsi, creando zone grigie e alterando i contatti fra i soggetti contenuti.

All’atto pratico: nascono divisioni, sottogruppi, prese di posizione, aut-aut, omertà e altre meschinità simili.

Ancora prima di aspettare il Day After bisogna pilotare la riconfigurazione della Rete, per evitare che vi tagli fuori o sminuisca i contatti con le altre Gemme a voi vicine. Quando un amico se ne va dalla rete, ne viene cacciato o ne provoca la rottura, è probabile che si realizzi il primo corollario della Teoria dei Cristalli, ovvero “Quanto più era solida l’amicizia, più velenosi saranno i prodotti della sua putrefazione”. Il primissimo rifiuto tossico che produce una gemma spezzata è la competizione della terra bruciata, ovvero la gara vicendevole fra i due (o più) frammenti volta ad isolare ed escludere gli altri vetri rotti dalla Rete.

Il fenomeno non riguarda, di solito, i presenti al momento della rottura: i testimoni diretti hanno esperienza e capacità mentale propria per decidere, nel bene e nel male, da che parte stare e cosa approvare/criticare nei due contendenti. Ma gli assenti? Nel mio caso personale, conoscendo i difetti e il lignaggio del soggetto (nessuno è perfetto, nemmeno fra gli amici strettissimi), intuii che avrebbe cercato di tirar via nel torrente anche altre Gemme, cosa che poi ha effettivamente tentato. Mi misi quindi in contatto immediatamente, poche decine di minuti dopo il grave litigio, con chi non volevo fosse influenzato da racconti distorti e tendenziosi, raccontando pacatamente l’accaduto dal mio punto di vista e raccomandandomi di mettersi in contatto con i presenti alla ricerca di conferme di quanto gli avevo detto, ben cosciente che la verità poteva essere messa in discussione, anche tenendo conto della gravità degli eventi. Questo valse a “vaccinazione” dai maldestri tentativi di fare intorno a me terra bruciata, anzi, contribuì a evidenziare la malafede dell’ex-amico, mettendolo con le spalle al muro e provocando, nella sua Rete, la caduta e/o la compromissione di altre relazioni, con perdita di credibilità irreversibile.
In sintesi: evitare sin da subito che vi sia fatta terra bruciata intorno.

La discussione civile, pacata e argomentata è l’arma e risorsa migliore per gestire anche con gli altri le prime e roventi fasi della rottura. Ciao, è successo questo, credo a causa di questo, con queste conseguenze, io ne penso questo, vorrei una tua opinione, ti prego di chiedere ulteriori informazioni ai presenti al fattaccio, resto libero a critiche e a qualunque cosa voglia dirmi, anche prendendo appuntamento per parlarne in gruppo in pizzeria, al pub o dove vuoi. Non bisogna genuflettersi, ma far passare il messaggio che con noi si può parlare. Civilmente.

Quella del Day After è, purtroppo, una fine guerra diplomatica volta al contenimento dei danni. Bisogna impiegare tutta la dialettica di cui si dispone, nel modo migliore possibile che si riesce a produrre, senza dimenticare, anche se in preda all’ira e al rancore, civiltà, onestà, chiarezza, spirito di confronto. Non è affatto detto che possiate tentare di chiarirvi con l’ormai ex-amico. Ci ho provato: ho avuto urla, bestemmie, improperi, offese e un telefono attaccato in faccia, tutto in risposta ad un “Senti, credi abbia fatto qualcosa di male?”. L’ex-amico, messo alle strette e conscio del suo torto, ha risposto con la voce dell’orgoglio e dell’ego che non ammette l’esistenza di propri errori, qualificando i suoi (credevo celati) attributi di arroganza e sciatta cafoneria. Chi urla, sbraita e offende è perduto. Oggi, avendo assistito al riorganizzarsi della mia Rete del Buon Pescato e a come si sono conservati tutti i rapporti per me importanti (qualcuno si è addirittura ulteriormente solidificato), posso dire di aver vinto la guerra del Day After.

Nel caso disgraziato che vi accada qualcosa di simile, cercate di vincere la vostra.

(nella prossima puntata: La prima settimana)

vetri rotti

Ineluttabilità degli eventi e Teoria dei Cristalli.

Prima o poi succede. Mi sembra ovvio. Non si può pretendere che tutte le amicizie durino in eterno, dall’infanzia alla vecchiaia, passando per i turbini dell’adolescenza e le evoluzioni della maturità. Vi guardate intorno e ne discutete davanti a pizza e birra concludendo che, no, a voi non accadrà mai. Mai? Non abbiamo come umani abbastanza potere predittivo per indovinare quel che succederà dal mattino alla sera e abbiamo comunque la sfrontatezza di tessere interi apparati previsionali sull’eternità (nella limitata durata delle nostre vite).

Gli amici si conoscono, si vivono e si perdono. Gli amici “per la vita” si potranno contare, quando saremo tutti sul letto di morte, sulle punta delle dita di una mano. Si tratta di quegli amici per cui vi buttereste fra le fiamme prima di chiedere perché, sia chiaro. Conoscenti, simpatizzanti e compagni non sono ammessi alla nobile conta. Io al momento me ne fregio di sei e sottolineo sei, compresi i miei due fratelli con cui sono cresciuto prima da amico (con tutte le dinamiche proprie del rapporto di amicizia), poi da consanguineo.

Come, solo sei? Rileggete la definizione di amico “per la vita”, grazie. Se includessi tutte le persone con cui sono comunque in buoni o ottimi rapporti reciproci avrei bisogno di un regolo calcolatore.

Ad ogni modo, l’anno scorso erano sette.

Questo scritto in libertà tratterà appunto di questo: come perdere un amico (vero) e vivere felici. Non intendo dire, ovviamente, che letto questo scritto dobbiate impegnarvi a perdere un amico: mi propongo di presentare, sulla base della mia esperienza personale, una vademecum di sopravvivenza a tradimenti e coltellate alle spalle, con perdita irreversibile di un rapporto (stimato) eterno e relativa suppurazione di veleni. L’intero percorso dura mesi, come testimonia questo stesso scritto, elaborato con serenità soltanto oggi pur essendo in riferimento a fatti dell’estate dello scorso anno.

Prima di tutto è necessario esporre quella che mi piace chiamare Teoria dei Cristalli. Le amicizie credo siano equiparabili a cristalli, che possono organizzarsi con un loro reticolato geometrico di legami o restare, come il vetro, amorfi, senza legami immutabili. Quanto più tempo passa e quante più esperienze si condividono, tanti più legami definiti nel tempo e nello spazio si formano, dando al tutto una forma armonica, precisa, stabile. Il rapporto diventa una gemma, una pietra dura, inscalfibile, luminosa, bella.

Il vetro è la metafora dei rapporti di compagnia, conoscenza, simpatia. Tutte cose lodevoli, ma prive dei contenuti d’eccellenza dell’amicizia consolidata. La rottura di questi rapporti segue, secondo me, la stessa dinamica della fusione del vetro e della frantumazione delle gemme.

Uno stimolo contrario medio-blando, come il riscaldamento, porta alla lenta dissoluzione del vetro, che cambia densità, diventando un liquido pastoso e filante. Se mettete fra due anche ottimi compagni uno stimolo approssimabile al calore (lontananza, divergenza di interessi, percorsi di vita) il loro rapporto si diluirà fino alla dissoluzione senza lasciare tracce visibili. Allo stesso modo, riproponendo in senso inverso lo stesso stimolo (riconvergenza), le due masse vetrose si rimescoleranno una dentro l’altra, conservando la loro mutabilità. Sottoponete questa massa amorfa ai due fattori geologici adatti, tempo e pressione, metafora di esperienze condivise e profondità delle stesse, ed anche il vetro diventerà Cristallo.

La Gemma resterà insensibile alla sollecitazione di questi per lei trascurabili stimoli. Per rompere una Gemma serve uno stimolo secco, traumatico, eccessivo rispetto alla misura della sua resistenza, indirizzato lungo le sue naturali sfaldature. L’effetto è immediato: la Gemma si frantuma in modo fragoroso ed eclatante, talvolta in modo teatrale e spettacolare. Nulla delle sue rimanenze ricorderà l’originaria bellezza ed armonia dell’insieme: ogni frammento sarà appuntito, asimmetrico, affilato, ruvido, opaco, ferito, brutto. Da un’approssimazione della perfezione se ne ottiene quella, molto più fedele, della spazzatura. Nessun restauro potrà mai più (e questo mai è certo ed ineluttabile) restituire al mondo la Gemma che fu, bisognerà venire a patti con questa verità.

Questo è quel che è successo a me. Una delle sette gemme ha ricevuto un colpo netto e violento (anzi, più colpi netti e violenti in un brevissimo lasso di tempo) esattamente lungo la sua unica sfaldatura con un martello fatto di malizia e cinismo, diventando poco meno che brillantina per capelli da “Tutto Mille Lire”.

Otto mesi dopo ho finito di fare le pulizie. Vi racconto come, nella prossima puntata.

pistorius“Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi”
(Simone Cristicchi, “Ti regalerò una rosa”)

Tutto quello che sto per scrivere è, ovviamente, un’opinione personale dettata dalla mia personale esperienza di vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità corre troppo. Corre dietro ad un idea politically correct di quello che siamo. Cambiano i concetti, cambiano i punti di vista, cambiano troppe cose: handicap, disabilità, diversa abilità, funzione e partecipazione. E’ un percorso lungo: dall’ICIDH (“International classification of impairments, disabilities and handicaps”) all’ICF (“International classification of functioning, disability and health”) è cambiato il modo di indicare, segnalare, sottolineare la nostra presenza. Al di là di tutti i lodevoli intenti che stanno alla base di quest’evoluzione, c’è da notare che una cosa non cambia: il disabile resta disabile, nella sua quotidianità.

Non siamo esseri mutaforma, non possiamo trasformarci da “handicappati”, a “disabili”, a “diversamente abili”. E tanto meno possiamo stare in tipografia aspettando che esca l’ultima etichetta con cui definirci. E’ inutile esplorare dizionari, creare neologismi per tentare di non dare una connotazione negativa a quello che siamo alla ricerca del politicamente corretto. Al contrario, credo ci siano poche cose per noi così irritanti, l’ipocrisia degli scartabellatori ce la sentiamo letteralmente addosso. Non c’è un modo diverso da nero per chiamare l’opposto di bianco e non c’è un modo diverso da grigio per chiamare l’ibrido fra i due.

Ho citato due versi della canzone di Cristicchi perché credo che colgano in maniera perfetta la questione: nell’orchestra dei normodotati noi siamo i tasti dissonanti. E come tutti su questo mondo, cerchiamo di fare una sola cosa: suonare la nostra musica nel miglior modo possibile.

E per farlo ci servono i mezzi adeguati: una migliore tutela legislativa, accesso parificato alla formazione, una introduzione al lavoro adeguata, strumenti di protezione sociale, trasporti pubblici efficienti, servizi per la comunità che vadano oltre un pezzo di carta, una concezione sostenibile e fruibile dell’agglomerato urbano, una sanità sociale che non sia all’implosione, incentivi alla ricerca in riabilitazione, sostegno alle famiglie.

Possiamo riempirci la bocca per l’eternità su chi o cosa sia un disabile, su quanto esso sia prestazionalmente inferiore ad un normodotato o meno. Il nostro amico Oscar Pistorius ha dimostrato di dare la polvere al 100% dei normodotati non agonistici nella corsa, pur non avendo le gambe dalle ginocchia in giù. Chi è il disabile? Lui o il “normale” che affoga nel catrame di due pacchetti di sigarette al giorno e che non potrebbe mai fare 400 metri di corsa a livello agonistico? Sfido molti dei miei colleghi a generare una chiave articolare di spostamento spalla-spalla potente come la mia (metto a sedere di forza e in modo efficace omoni anche di 130-140 chili senza grosse difficoltà), eppure ho il mio impairment motorio ad un arto inferiore, e me lo tengo. Molti dei miei lettori forse non potranno dire in buona fede di poter sollevare gente di quel peso, io non posso dire di poter fare la fila in piedi per ore davanti ad un Ufficio Postale senza sentirmi accoltellato alle gambe. Siamo diversi, io faccio questo, tu fai quello, loro fanno quell’altro ancora.

Sono un fisioterapista e sono disabile. Fra l’altro non sono un ipovedente o un non vedente, come la maggior parte dei fisioterapisti disabili. Sono un disabile motorio. E il mio lavoro lo faccio benissimo, con soddisfazione mia e dei miei pazienti. So che tipo di accordo vogliono suonare, so quale possono suonare: è che voglio suonare anche io. E si lavora, insieme.

Ognuno su questo sasso spaziale ha il solo desiderio ultimo di suonare la sua musica. Di fare quello che gli piace, al meglio che si possa fare. Noi non abbiamo bisogno di un’ etichettatura fresca di giornata, abbiamo bisogno di strumenti per suonare. Di quelli sentiamo la mancanza. Il mondo è tarato per suonare la vostra musica, noi dobbiamo tararci al mondo per suonare la nostra. Dateci il modo di fare un bagno nel mondo, e suoneremo nel modo che non vi sareste mai aspettati quegli accordi che non sapevate nemmeno esistere.

Noi siamo i tasti dissonanti, e la nostra musica non la può suonare nessun altro.

baratroEsiste dentro le nostre teste una specie di confine: un confine fatto di barriere morali che neanche l’immaginazione osa passare. C’è una paura recondita di cancellare una sorta di linea, tracciata di polvere sottile, che ti separa dalla parte più feroce di te, una parte che non conosce pena e ignora il significato della pietà.

Stavo guardando un documentario in TV, su uno dei vari serial killer che hanno fatto la storia della criminologia: il mostro di Milwakee. Mi chiedevo in cosa fosse diversa la testa di un pluriomicida, di un cannibale, di un seviziatore, dalla testa delle persone “normali” perchè in posizione di maggioranza, in che cosa fosse diversa dalla mia testa.

Io penso a quella linea: una linea mentale da cui traggo divertimento nel passarla. Certo, divertimento.

Hai una qualche persona che non ti suscita simpatie? O meglio ti ispira odio? Uccidila, nella tua testa, col metodo che ti da più soddisfazione. La mia maestra delle elementari, una persona che mi ha rubato una cosa, una qualità: quante volte l’ho uccisa, nella mia mente. Mi sono raffinato ogni volta, diventato più cruento, immaginato il momento in cui si perde conoscenza del tempo e della causalità, in cui si tocca la Monade Oscura, la quint’essenza della fine della ragione, e la si rende libera di aggredire il mondo che ti aggredisce.

E alla fine uno trova l’apoteosi: la cruenza diventa arte, emblema immortale della potenza umana. E allora immagino di inchiodare al muro quella vecchina, di sventrarla, sgozzarla, aprirle il costato, trafiggerle e strapparle il cuore, bruciarne a vivo le carni. E alla fine dopo la morte resta un’arte: la mia arte, estrema. Il ritratto della vita nel fulgore della sua fine.

Ammiro il mio creato, lo fotografo come se l’avessi vissuto e lo tengo da parte in qualche circuito sinaptico, a mia imperitura memoria, il Me che glorifica il Sè. Varcata quella linea mentis fatta di tabù, di moralità, ti si apre la strada infinita verso la libertà assoluta: la tua Onnipotenza.

Ma è una linea mentis: se sei di visioni abbastanza ampie puoi abilitarti a superarla e alla fine addirittura divertirti a sentirne lo schianto quando la superi, puoi ridurre il viaggio oltre il suo confine ad una semplice fantasticheria.

Ma devi essere stabile di testa: la linea mentis è una difesa. Se la superi ne fai volontariamente a meno, diventi vulnerabile. L’Ira si amplifica nella mancanza di questa linea, puoi quasi controllarla e gonfiarla a tuo piacimento. Quasi. Perchè l’Ira vera non la controlli, controlli solo l’illusione della stessa che ti procuri andando per il sentiero oltre quella riga.

C’è chi varca la linea, credo, e trova scenari diversi dal mio: penso sia realistico pensare che oltre la linea potrei trovare dei Dittatori, dei Sadici, dei Pervertiti, dei Santi, dei Martiri e ancora quant’altro non so, nelle persone che incontro tutti i giorni.

Io oltre la linea sono il Cinico.

Oltre le bestie sopite nelle persone c’è la Tangente del Vuoto. Quando passi la linea mentis ne senti lo schianto, riesci a diventare per qualche minuto un altro.

Guai ad assuefarsi: serve tempo e secondo me serve passare la linea migliaia di volte.

Ecco per me il serial killer: è un Assuefatto dal viaggio nella Monade Oscura, prigioniero della sua libertà assoluta, che trascende il mondo al di là della linea.

Non ha più una linea mentis, non è in grado di “drogarsi” delle sue sensazioni più forti.

E cerca una nuova linea che lo soddisfi: ma stavolta trova una linea dove il suo pensiero si sposa con l’agire e così esce dal mondo mentale ed entra nel mondo reale, quasi senza avvertire il cambiamento.

Ha trovato la Tangente del Vuoto.

Un passo oltre e sei nel vuoto della ragione: hai chiuso con questo mondo.

Non si parli di delirio di onnipotenza: questo è l’errore, secondo me. Nella psicologia classica ad ogni serial killer sono associati la componente sessuale (il piacere di uccidere) e un delirio di onnipotenza.

Io non mi esprimo sulla componente sessuale, anche se la considero un riflesso del delirio di Libertà. Dalla monarchia deriva la dittatura, dalla democrazia la demagogia, dalla fede ardente può derivare lo stesso Anticristo, come ne “Il nome della Rosa”: mi consento di affermare che dalla Libertà deriva quel delirio, detto “di Onnipotenza” dai più. Guardo invece alla linea mentis e alla sua estinzione: oltre la linea c’è la Libertà di distruggere i costrutti morali, i tabù, la dignità dell’essere umano. E’ oltre la linea che prende vita l’embrione di quella componente sessuale che si riflette nel momento in cui il Delirio di Libertà va oltre la linea corporis e diventa delitto, la potenza che diventa atto.

L’omicidio, la sevizia, lo stupro, il cannibalismo ed ogni altra nefandezza impronunciabile o inimmaginabile sono gli urli della Libertà degenerata.

Chi uccide è un uomo libero, più di quanto gli altri potranno mai esserlo. Diventa talmente libero che la sua Libertà lo incatena alla Responsabilità: l’omicida è schiavo della libertà.

Non ha morale, è vero: ha varcato tante volte la linea mentis da distruggerla.

Non ha pietà, è verissimo: la zona oltre la linea mentis non ne prevede.

Non è neanche “umano”, sacrosanto: ha passato la Tangente del Vuoto.

Fa paura che la Libertà possa portare alla distruzione, secondo questa visione? E perchè? C’è mai stato qualcosa che in eccesso non sia diventato faccia del mal di vivere e d’essere?

Lo è lo Zelo, che diventa Fanatismo, lo è la Fede che diventa Integralismo, lo è l’Ateismo che diventa Egocentrismo, lo è la Libertà che diventa Violenza, lo è la Ragione che diventa Follia, lo è la Solidarietà che diventa Ipocrisia.

Ecco, confesso: occultai una monade oscura per sottrarre alla fiera Ombra il pasto del Mondo. Contro chi ha causato, contro chi ha voluto, contro chi ha deciso, contro chi non ha impedito. Trascende l’esistenza, perchè nel vuoto è ora libera. Vendetta, erga omnes.

stradaOgni tanto capitava. Capitava che al liceo la prof di italiano se ne uscisse con tracce per i compiti in classe assolutamente fuori da ogni standard. Era bello quando accadeva ed era ancora meglio se la traccia era solo un pretesto per poterti divertire, scrivendo. Stamattina mi è venuta in mente questa traccia. Giusto quelle poche parole e basta: il resto fu lasciato alla nostra inventiva, con l’unico avviso di non superare le quattro pagine piene di testo, le buone vecchie 8 colonne. Mi è venuta voglia di riscrivere quel tema, magari non esatto fino all’ultima parola, ma preservandone concetti e spirito.

Una strada che si perde nell’infinito. E’ strano ritrovarvisi, una strada familiare: completamente deserta e senza curve. Mi volto e la vedo sparire all’orizzonte, guardo avanti e sparisce nella foschia di un alba fredda, senza vento. Non posso nascondermi dal senso di inquietudine che provo, non è normale. Cammino eppure la strada sembra scorrermi sotto: avanzo, ma molto più lentamente di quanto dovrei. Non capisco ancora se devo agitarmi o no, ma so che quella situazione mi stanca: avrò percorso due isolati e mi sembra d’aver traversato una città.

Fortuna o sfortuna quella situazione è destinata a durare poco: d’improvviso tutto sussulta, è la terra che si risveglia e mi offre il primo vero riferimento in quella strada di monotorietà. La strada si affossa in silenzio, come se si inchinasse a qualcuno, e sprofonda, creando una voragine perfetta, dalla forma vagamente ovale e con l’asfalto spalmato in essa, senza fratture. La situazione per quanto assurda era ancora calma, nessun rumore.

Non è che ho molto da fare a questo punto: la strada davanti è interrotta, tornare indietro mi pare inutile. Sono stanco, dannatamente stanco, e decido di sedermi un pò sul ciglio della strada, tanto in quella solitudine nessuno se l’avrà a male. Ma la calma comincia ad incrinarsi: si alza un vento quasi dotato di propria volontà, quella di congelarmi sul posto, tant’è freddo e pungente. E la strada risponde a questa specie di richiamo con un vagito grave. L’asfalto decide di aver fatto anche troppo e cede alle tensioni: si spacca e si crepa ovunque. La voragine perde il suo fondo, precipitato chissà dove. Ho appena il tempo di capire che avrei fatto meglio ad allontanarmi di gran carriera che dal fondo della fossa, senza più pavimento, emerge un occhio. Solo ed enome. Ecco, ora è decisamente meglio scappare, la cosa non quadra, non può quadrare.

L’Occhio guarda per qualche secondo l’azzurro tenue del cielo pennellato di cirri…e poi decide che di quello spettacolo s’è saziato. Si tuffa nel vuoto da cui era venuto, ma orrore! La strada lo segue. Le case lo seguono. L’aria, il cielo, il vento, la foschia, tutto nella voragine. Ogni cosa ne arriva ai bordi, si torce come fatta d’argilla, s’affina e poi sparisce. Correre? E a che serve se la strada corre più di me? Non ci vuole tanto prima che arrivi il mio turno. La sensazione non è contemplata in nessun vocabolario, ma mi basta sapere che spero, supplico di svenire: una grazia che non mi viene concessa. E come se qualcuno mi stesse strappando le carni a strati divertendosi a polverizzarmi le ossa. Vorrei scappare. Ma non ho gambe. Gridare, ma non ho voce. Sperare, senza averne fede. Sento il tempo che impietoso rallenta, invece di correre via e liberarmi, come finisca finisca, da questo supplizio. Ma non sono condannato a questa ruota per l’eternità, qualcosa s’è mosso a pietà.

Mi ritrovo a galleggiare a mezz’aria in qualcosa che mi sembra una grande sfera d’un blu notte uniforme. C’è una certa luce ma non capisco da dove venga: rispetto a quel che ho appena passato il posto mi rinfranca nelle carni e nello spirito, se non fosse per un colpo che prendo sulla nuca che vorrei capire chi mi ha dato, in quel vuoto.

“Ciao”. Ciao? Chi c’è? Ancora deve finire? “Non aver paura, non ce n’è motivo. Sono io, te.”Sento il più classico dei brividi correre lungo la schiena, mi volto di scatto e mi vedo. Un riflesso, perfetto come un riflesso, ma mi parla. Chi sei me l’hai detto, cosa vuoi? “Ora ti spiego. Sarò franco e diretto, non ho il lusso di perder tempo. Esistono una infinità di universi, sai? Ogni volta che ogni singola particella di un universo si trova a dover scegliere se andare da una parte o dall’altra, l’intero cosmo si sdoppia, per completarne le possibilità. In questo modo esiste una realtà per ogni fatto o avvenimento che sia possibile o no immaginare. Il tuo particolare mondo ha deciso di comunicare col mio, il mio ha deciso di voler essere un osservatore degli altri. Non posso in alcun modo agire sui vari mondi, e al di fuori delle mie possibilità. Eppure il tuo mondo ha deciso di voler interagire col mio. E mi ha mandato te.”

Ecco, il dolore mi ha fatto diventare pazzo. Ora ne esce con qualche cosa tipo salvare tutte le realtà o cose simili e prima di domani mi ritroverò incatenato su un lettino di psichiatria. “Calmati, prima di tutto non so quale sequenza di eventi ti ha mandato qui. E tantomeno ne conosco lo scopo. Sei qui per un caso fortunato, solo perchè era programmato che dovessi, in un momento della tua vita, finirci. Ma visto che alla fine sei arrivato, lascia che ti faccia vedere come vanno le cose da noi, non sarà quantomeno una visita a vuoto. Prima di tutto alcune sequenze di eventi sono comuni alle nostre due realtà. Altrimenti uno fra me e te non sarebbe nato. Abbiamo di diverso alcune leggi fisiche, i wormhole che ci permettono di osservare alcuni degli infiniti universi e la relatività del tempo. Per voi il tempo è uno solo: la nostra dimensione di riferimento è un iper-tempo, un tempo biologico che non possiamo controllare. Mentre possiamo muoverci a piacimento nel tempo meccanico, quello che segna il tuo orologio e che nel tuo mondo si sovrappone al tempo biologico. Possiamo andare avanti e indietro ma indefferibilmente invecchiamo e moriamo come tutti in ogni universo finora osservato.”

E va bene, se davvero sono qui per una sorta di tour turistico premio per aver vinto alla lotteria del destino, tanto vale fermarsi un attimo e goderselo. Perlomeno so che non sono finito a parlare col Padreterno in persona…e dire che l’avevo pensato all’inizio, che buffo. “Già, non parli col Padreterno. E’ un vostro retaggio, fra l’altro. Esistono miliardi di variazioni al vostro mondo che non prevedono questo concetto o che l’hanno risolto individuando Dio nei propri pensieri e nelle proprie azioni.” Bene! Allora almeno un universo dove la gente si è seduta e si messa a ragionare esiste! Questo in qualche modo risolleva la considerazione che avevo della razza umana! “Sbagli. Esistono centinaia di miliardi di mondi che si sono estinti nel periodo compreso fra il vostro 1945 e 1989. Olocausto nucleare. Tantissimi altri che si estingueranno nei prossimi decenni con armi biologiche o altre diavolerie. Qualcuno sparirà fra qualche secolo perchè una qualche brillante mente troverà come usare l’antimateria in ambito militare. Non è un bel vedere. Tantomeno è un bel vedere di quelle realtà dove un qualche regime teocratico si è imposto o si imporrà a livello planetario dettando legge in ogni ambito delle cose.”

Confusione, a cos’altro potevo pensare. Allora è tutto un gioco di fortuna o probabilità? “No. Il libero aribitrio regna da voi come qui e come altrove. Ma ogni volta che decidi A invece di B crei un universo in cui hai deciso B. Così alla fine ogni possibilità si esaurisce.” Quindi potrei essere stato creato dal pensiero di qualcuno di qualche altro universo? “Ecco una domanda a cui non sappiamo rispondere. Ogni volta che un cosmo si sdoppia, raddoppia anche la sua storia e ci rende impossibile capire chi è venuto prima e chi dopo.” Praticamente il vero dilemma è il vecchio solito giochetto dell’uovo e della gallina. Bhe ci può stare. Un momento: e del mio di mondo che mi dici? Hai detto che puoi andare avanti e indietro come vuoi, no? “Si, ma non posso proprio dire nulla sul tuo mondo. Influenzerei il tuo libero arbitrio, creando chissà quanti bizzarri universi ancora. Nella stragrande maggioranza dei casi due universi si distinguono solo perchè un elettrone ha deciso di spararsi a destra invece che a sinistra. E basta. Quelli che ti ho elencato sono solo i ricercatissimi casi limite. Lascia che te ne mostri alcuni.”

D’improvviso la luce aumenta e sulla superficie della sfera appaiono tanti schermi. Sembra di stare in uno studio televisivo. Non mi basterebbe una vita a descrivere quel che ho visto in quegli schermi, gli orrori e le gioie che il genere umano può creare. Me ne stavo rapito dalla visione quando l’altro, compiaciuto come una mamma col bimbo il primo giorno di scuola, mi fa notare d’aver visto abbastanza. Sarei facilmente impazzito, stavolta sul serio, se avessi proseguito la visione. “Dai, è ora di tornare al tuo mondo. Quello che hai visto qua basterebbe a riempire tante vite e ne abbiamo una sola. Rallegrati però, l’unico modo per farti uscire e ripercorrere la via che hai fatto per entrare, quindi potrai essere fiero di essere, a tutt’oggi, l’unico del tuo cosmo ad aver fatto un viaggio nel tempo. Torniamo al momento in cui sei arrivato e nello stesso istante in cui sei arrivato qui ti rituffi nella stringa che t’ha fatto passare lo Stige. Arriverai di là in un attimo, senza patire.”
Peccato, ma forse è meglio fare come dice. Già mi sento la testa scoppiare e farei volentieri fuori un blister di aspirine. “Ci siamo.” Già fatto? E questo è tutto il viaggiare nel tempo? “Eheh, si. Curioso no? Ecco, appena arrivi lanciati. Stammi bene, e buona fortuna. Cinque, quattro, tre, due, uno, ora.” Ora? Ecco, lo spazio sembra avvitarsi lì davanti…ora, si scuce ed eccomi! Ok ora devo tuffarmi, com’è stretto però a passare in due, accidenti. Mentre mi tuffo sento solo una botta al gomito, poverino, me la sono dato io il colpo alla nuca quando sono arrivato. Paradossi del viaggiare nel tempo, forse è davvero meglio che resti prerogativa di quest’universo.

Mi riprendo in mezzo alla strada, tanta gente intorno. Non capisco bene cosa succede: solo luci, sirene, gente che urla e piange. Eh si, devo aver fatto scalpore a comparire dal nulla in mezzo ad una strada. Poi l’ospedale, il gomito che fa male, mi sento la testa pulsare. Sono stato investito, ma prima o dopo la visita dall’altro me stesso? Vallo a capire. Sono passati 10 giorni e le idee si stanno schiarendo. Non ricordo ancora molto di quanto accaduto ma stando a quel che mi hanno detto ero uscito per una piccola commissione e il solito pirata della strada per evitare un fosso mi aveva preso in pieno: frattura del gomito sinistro e una bella (insomma) commozione celebrale.

Ora sto meglio, ma stamattina, lavandomi i denti, ho preso a pensare. La meccanica quantistica è una realtà ormai consolidata, la possibiltà che esistano universi paralleli ha una qualche probabilità scientifica di esser vera. E mi sono così sopreso a dedicare cinque minuti ai tanti me stesso che forse esistevano: a quello che aveva salvato il mondo, a quello che l’aveva distrutto, a quello che non era mai nato e a quello che era appena diventato papà…e infine a quello dell’universo accanto, che magari era andato cinque minuti al bar, a prendersi un caffè.