Lavoro del Walter Lantz Studio del 1941, basato su una canzone boogie-woogie di successo del 1940 di Don Raye. E’ diventato di pubblico dominio, quindi la sua visione/diffusione non è perseguibile. Il cortometraggio, probabilmente diretto da Walter Lantz stesso, fu rilasciato il 28 marzo del 1941. E’ infarcito di stereotipi sulla negritudine e sul modo di vivere della comunità afro-americana degli stati del sud degli USA. La canzone che accompagna praticamente tutto il cartoon ha assonanze jazz, il suo testo descrive una lavandaia di Harlem, il cui modo di lavare è tanto inusuale da spingere la gente a venire da fuori per vedere la sua “tecnica di strofinio”.

La trama è abbastanza semplice: la pigra popolazione di colore di Lazy Town viene scossa dall’arrivo di una ragazza di Harlem molto carina ed estroversa (probabilmente una octoroon*). La ragazza si trova a passeggio per la cittadina e incontra una matrona dedita al bucato: il lavoro lento della donna non deve apparire il massimo della vita, così decide di mostrargli un’alternativa “ritmica”, iniziando a cantare proprio “Scrub Me Mama with a Boogie Beat”, con tutto il paese che le si accoda. Quando la ragazza lascia Lazy Town, la comunità è ormai preda dello swing.

L’animazione era di ottimo livello nel 1941, ed è gradevole alla vista ancora oggi, per fluidità e ricchezza dei disegni. Censurato, come al solito, negli Stati Uniti per i suoi (comici e ormai anacronistici, secondo me) riferimenti razziali: vengono presi di mira gli stereotipi dei minstel shows, delle “faccette nere” (blackface: intrattenitori bianchi con la faccia laccata di nero per proporre nei loro spettacoli i luoghi comuni più diffusi all’epoca sulla negritudine), delle grandi labbra, del simbolo sessuale rappresentato dalla giovane e frivola ragazza di colore.

Sulla censura lo stesso Walter Lantz si espresse in seguito, affermando di non aver mai voluto dare una rappresentazione degradante degli afro-americani fine a sé stessa, ma di aver sempre lavorato essenzialmente al servizio della comicità e nel caso specifico, di aver mirato a creare cartoon musicali di qualità che fossero al contrario un tributo alla comunità dei musicisti jazz/swing di colore del tempo.


* octoroon: termine di matrice razzista usato fino a non molto tempo fa specialmente nel sud degli Stati Uniti per identificare una persona con un bisnonno di colore e sette bisnonni bianchi. Le octoroon, ragazze socialmente inquadrate come afro-americane ma dalla pelle dal colore molto più chiaro, simile ad una abbronzatura, erano molto apprezzate nel circuito della prostituzione, soprattutto nei numerosi bordelli di Harlem e di New Orleans. Stesso destino avevano le quadroon, cioè ragazze con un nonno di colore e tre bianchi. Gli octoroon e i quadroon, quale che fosse il loro sesso, venivano comunque equiparati ai purosangue afro-americani, tant’è che non sfuggirono, ad esempio, al doloroso fenomeno della tratta degli schiavi.

Si conclude oggi la presentazione dei “Censored Eleven”, con gli ultimi quattro lavori, in ordine di data di rilascio, a essere stati messi all’indice. Si tratta di Coal Black and de Sebben Dwarfs, Tin Pan Alley Cats, Angel Puss e Goldilocks and the Jivin’ Bears.

Tanti altri sono stati i cartoon ad essere oggetto di scomunica di fatto (in gergo cattolico si intende la scomunica d’ufficio senza bisogno di notifica come latae sententiae) dopo e insieme a questi undici precursori messi al rogo nelle intenzioni inquisitrici degli USA. Di quelli che trattano di apologie razziste in sé mi interessa e sempre mi interesserà poco, ma nulla potrà spegnere la mia attenzione verso i cartoon di propaganda politico-militare prodotti durante la Seconda Guerra Mondiale e quelli che, nella loro intenzione di denuncia-caricatura dei costumi degli afro-americani, presentano accompagnamenti presi a prestito dal meglio della rappresentanza jazz-blues-soul d’epoca. Sto sondando il terreno per vedere se c’è la possibilità (proprio in termini di fonti video e documentali) di organizzare degli omonimi “percorsi essenziali” nei due campi. Buona visione.

Coal Black and de Sebben Dwarfs

Prodotto nel 1943 da Leon Schlesinger e diretto da Clampett, questo cartoon presenta una reinterpretazione in chiave afro-americana della favola di Biancaneve. Lo stile è quello della iconografia razzista della prima metà del secolo (ricordo che ancora negli anni ’60 negli USA era in corso la battaglia per i diritti civili della comunità afro-americana), ben accetta dalla maggioranza bianca del tempo. E’ uno dei lavori d’animazione più controversi nell’intera produzione della Warner Bros: di rado visto in TV, non è mai entrato, ad esempio, nel mercato dell’home-video. Anche se è considerato il capolavoro di Clampett (anche per la sua ispirazione agli stereotipi dello swing e del jazz) è stato marchiato d’infamia con il suo inserimento nella lista degli “Undici Censurati”: undici cartoni basati sull’umorismo razzista e sull’iconografia bianca della negritudine. La storia è ambientata negli USA durante la seconda guerra mondiale (non molto dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor) e l’atmosfera favolesca di Biancaneve è sostituita da un’impalcatura dai toni maliziosi, ispirati dalla percezione delle dinamiche sociali dei ghetti. Originariamente Clampett voleva una jazz-band di colore per accompagnare il cartoon. A causa del rifiuto del produttore Clampett fu costretto ad utilizzare la banda che aveva già scritturato (Eddie Beals and his Orchestra) solo per la scena finale del lavoro, lasciando il resto della composizione musicale ad un “alfiere” della Warner, Carl Stalling.

Tin Pan Alley Cats

Ecco un altro vero capolavoro ingiustamente finito sul patibolo dei censori, firmato Bob Clampett. Visto il successo di pubblico avuto con Coal Black, Clampett decide di battere il ferro a caldo dirigendo un’altra apologia in “all-black”, poggiandosi su una caricatura felina al limite del formidabile di Fats Waller. Credetemi: due soltanto sono i jazzisti riprodotti così efficacemente in versione animata: lui e Cab Calloway. Non c’è molto spazio per gli altri. In realtà il tema proposto è trito e ritrito: come in Sunday Go to Meetin’ Time di Freleng si tratta il tema della dissoluzione (Fats inizialmente sceglie il lascivo Kit Kat Club alla congregazione dello Zio Tom-Cat), seguita dalla paura di una visita all’Inferno con annessa conversione. La trama conta zero ed è poco più di pretesto per Clampett (che, si sottolinei, era molto lontano dall’essere un razzista, avendo una stima enorme per gli esponenti della nuova musica afro-americana, stavolta da intendersi proprio come ibridazione di culture) per dirigere a braccio un’antologia jazz che porta (parola di Waller) “ancora più su!”. Curiosità: ospiti del cartoon sono, in una scena della decadenza infernale, Hirohito, Stalin e Hitler. Bello, bello, bello.

Angel Puss

Il meno convincente degli undici e contemporaneamente, mistero della fede, l’unico a cui la Warner da ancora oggi una caccia spietata su YouTube e allegra compagnia. Trama banalotta: tal Li’l Sambo (e qui si dovrebbe aprire un ampio discorso su cosa il nome Sambo si porta dietro per la comunità nera d’America, basterà per ora dire che indica in genere lo schiavo compiaciuto della sua posizione, mediamente instupidito, totalmente ignorante, volto al mero divertimento del panciuto padrone bianco con canti, frizzi e lazzi) si trova nella situazione di dover affogare un gatto che si dimostra più furbo del previsto: oltre a scampare all’affogamento torna indietro e si fa passare per la coscienza di Sambo, convincendolo a varie amenità. Unico elemento di novità: credo sia uno dei primi cartoon in cui il “furbo della situazione” viene alla fine ucciso a fucilate, pur rientrando subito dopo con cotanto di sfilata delle sue nove vite.

Goldilocks and the Jivin’ Bears

Caricatura in chiave all-black della favola di Riccioli d’Oro e i Tre Orsi. In questo caso, i tre orsi sono anche musicisti jazz che non perdono davvero mai occasione per una jam-session…a spese del povero Lupo Cattivo. Cosa c’entra il Lupo Cattivo nella favola dei Tre Orsi? Il cartoon è stato prodotto nel 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale. Cappuccetto Rosso (anche lei versione in black) è operaia presso la Lockheed, impegnata a tempo pieno nello sforzo bellico, e il Lupo deve trovare altre fonti di sostentamento. Peccato che alla fine dell’incontro con i tre (quattro compresa Riccioli d’Oro) assatanati dello swing avrà da rimpiangere amaramente il Cacciatore. Non un capolavoro, ma senza dubbio simpatico.

Continuo oggi la presentazione dei “Censored Eleven”, gli undici cartoon messi all’indice nel 1968 negli USA per i loro contenuti razzisti.

Friz Freleng ha diretto la maggior parte dei cartoon sulla lista nera (ben 4), seguito da Tex Avery con tre e Bob Clampett con due. Rudolf Ising, come Chuck Jones, compare nella lista con una sola direzione. Angel Puss è l’unico cartoon presente fra i Looney Tunes, gli altri dieci sono tutti dalla serie Merrie Melodies.

Oltre a questi, altri cartoni sono scomparsi dalla circolazione dopo la creazione della lista, come i vari Looney Tunes con Bosko fra i personaggi, la serie Inki di Chuck Jones e un gran numero di cartoon prodotti durante la Seconda Guerra Mondiale, focalizzati su stereotipi sui tedeschi, sui giapponesi e sugli italiani.

4. Uncle Tom’s Bungalow

Caricatura de “La capanna dello zio Tom”, è un cartoon razzista “a due sensi”. L’unico bianco è definito “vipera”, la bambina bianca all’inizio del cartone animato è impacciata e ignorante al punto da non riuscire a fare lo spelling di “cat”. In contemporanea sono però presentati molti fra i luoghi comuni sugli afro-americani, in particolare sul solo slang, sulle loro abitudini di vita nel Nuovo Mondo e sulla tratta degli schiavi, sul gioco d’azzardo.

5. Jungle Jitters

Scene di vita quotidiana in un villaggio di cannibali del centro Africa, con annesso invadente piazzista bianco che viene visto come un ottimo tacchino da festa. Presentato di forza alla regina incuriosita dalla venuta di questo visitatore, preferisce la cottura in brodo al matrimonio con la racchia, incantata dal suo modo (goffo e claudicante, fra l’altro) di parlare. Carino, mi è piaciuto.

6. The Isle of Pingo Pongo

Cortometraggio di Tex Avery, in cui viene seguito un gruppo di turisti durante la loro visita sull’isola di Pingo Pongo. Si tratta di un tema (visita guidata con turisti in chiava animata) abbastanza comune all’epoca, ma in questo cartoon vi è una densità non comune di stereotipi razzisti frequenti del pensar comune del bianco nei confronti del nero. Visto lo humour intrinseco nel lavoro, c’è da pensare che Avery in fondo lavorò in buona fede, vivendo la produzione di questo cartone animato più come un’operetta d’intrattenimento puro, con un tributo al canto in scat di Fats Waller. E’ tutt’ora considerato un cartoon “proibito”: viene da pensare, con tutta la roba di infima qualità che gira oggi nelle varie TV e specialmente nel contesto delle tv pubbliche americane, quanto possa “The Isle of Pingo Pongo” essere considerato degno di censura. Divertente.

7. All This and Rabbit Stew

Questo cartoon è stato l’ultimo in cui Avery ha diretto Bugs Bunny, in ordine di rilascio al pubblico. Il titolo è la caricatura di “All This and Heaven Too”. La trama è molto semplice: a Bugs Bunny viene data la caccia da un cacciatore di colore, molto simile nei modi e nelle movenze a Stepin Fetchit. Dopo aver ingannato il cacciatore varie volte alla sua maniera, Bugs completa l’opera vincendo a dadi l’intero vestiario dello sfortunato cacciatore. Pare sia stato il primo cartoon a proporre la gag del cacciatore che corre nel tronco cavo finendo puntualmente in un dirupo. Ultima curiosità: una volta che Bugs spoglia di ogni suo avere il cacciatore, quest’ultimo esce da un cespuglio vestito solo di una foglia con la battuta “Call me Adam!” (Chiamatemi Adamo!), ma durante la dissolvenza in uscita finale Bugs gli ruba anche quella!

Dato che sono allergico ad ogni tipo di censura, ma con di tipo anacronistico rischio addirittura lo shock anafilattico, vi presento oggi i cosidetti “Censored Eleven”. Cosa sono, dunque, questi “Undici Censurati”? Si tratta in buona sostanza di undici cartoon delle serie Looney Tunes e Merrie Melodies messi all’indice nel 1968 negli Stati Uniti dalla United Artist, per i loro riferimenti para-razzisti alla negritudine. Da allora questi cortometraggi non vengono diffusi in via ufficiale, ne tantomeno mandati in onda. Di solito, anche nei periodi più bui della censura, era sufficiente sfrondare i cartoon delle singole scene in cui o si manifestava un richiamo a un qualche concetto razzista o delle scene in cui venivano presentati comportamenti giudicati come offensivi o da non imitare, visto il target a cui erano indirizzati (alcool, droghe, fumo, piromania, maltrattamento di animali, gioco con agenti chimici). Nel caso di questi undici cartoni, invece, i temi razzisti furono giudicati così permeanti da renderli incompatibili con l’epurazione. Si tratta di argomenti che, sinceramente, hanno fatto il loro tempo: non capisco come nei vari commenti su YouTube ai video ci sia gente che oggi, nel 2008, si infiammi per questi lavori ormai d’epoca e fuori dal giro del grande pubblico, si infiammi per delle “faccette nere”, per le caricature dei cannibali, per uno stile di vita anni ’20 sregolato e ormai morto e defunto (e compianto), per le “allegre signorine”, per i coltivatori di cotone.

Poi ripenso al fatto che la messa all’indice è stata fatta dagli Stati Uniti, la patria dei teo-con dove negli anni ’60 ancora si lottava per i diritti dei neri, e tutto diventa chiaro.

Dal punto di vista dell’accompagnamento musicale alcuni di questi cartoon sono dei piccoli capolavori: spirituals, minstrel show, jazz, blues, gospel. Mi riferisco in particolare a quelli su cui ha lavorato Bob Clampett e a Clean Pastures (dove c’è un cameo anche per Cab Calloway). Molto divertenti le varie presenze di Fats Waller, col suo solito motto: “What’s the matter with him?”.

E’ un peccato che vadano persi, d’altronde basterebbe avere il quoziente intellettivo intorno ai 70 punti (al limite del ritardo mentale) per apprezzarli per quello che sono oggi: cartoni animati, intrattenimento. Prendendo atto però che le madri dei fessi, degli stupidi e degli imbonitori sono sempre incinte, dobbiamo correre il rischio di perdere queste rarità.

I cartoni del gruppo denominato “Censored Eleven” sono:

1. Hittin’ the Trail for Hallelujah Land (1931, diretto da Ising)
2. Sunday Go to Meetin’ Time (1936, diretto da Freleng)
3. Clean Pastures (1937, diretto da Freleng)
4. Uncle Tom’s Bungalow (1937, diretto da Tex Avery)
5. Jungle Jitters (1938, diretto da Freleng)
6. The Isle of Pingo Pongo (1938, diretto da Avery)
7. All This and Rabbit Stew (1941, diretto da Avery)
8. Coal Black and de Sebben Dwarfs (1943, diretto da Clampett)
9. Tin Pan Alley Cats (1943, diretto da Clampett)
10. Angel Puss (1944, diretto da Chuck Jones)
11. Goldilocks and the Jivin’ Bears (1944, diretto da Freleng)

I primi tre sono a seguire, gli altri otto saranno presentati in due articoli successivi, domani e dopodomani.

Cliccando QUI potrete consultare l’articolo relativo a questa “lista nera” su Wikipedia (in inglese). Le brevissime descrizioni che ho riportato per ogni cartoon sono estratte dai relativi articoli sull’enciclopedia libera, tradotte in italiano e integrate da alcune considerazioni personali.

1. Hittin’ the Trail to Hallelujah Land

Trama ridotta all’osso: Piggy cerca di salvare la sua ragazza e un cagnesco Zio Tom dalle grinfie di predicatori e villani. Le citazioni a Steamboat Willy della Disney si sprecano, vedere per credere.

2. Sunday go to meetin’ time

La trama parla delle disavventure di uno svogliato uomo di colore nell’ambito degli stereotipi dei minstrel show e del canto spiritual. Il pastore della comunità (un grassoccio) chiama a raccolta i fedeli: si vede una selezione di ogni luogo comune esistente, dalla matrona al giocatore d’azzardo. Il protagonista fugge alla chetichella dalla Chiesa, ma dando la caccia ad una gallina si ritrova all’Inferno. Paura e conversione.

3. Clean Pastures

Capolavoro. C’è grossa crisi in paradiso (qui chiamato Pair-O-Dice, con riferimento al gioco dei dadi), non c’è verso di far arrivare gente dal quartiere di Harlem. La Hades Inc. ha migliori risultati e così un angelo viene mandato sulla terra per reclutare anime, fallendo miseramente. Ma quando il Padreterno manderà nel quartiere la sua jazz-band, il pienone sarà garantito. Con un ospite finale inatteso. Camei per Cab Calloway, Fats Waller, Louis Armstrong, Stephin Fetchit.

cab callowayContinuo questo percorso fra musica d’autore e cartoon d’epoca. Dopo le rane degli “Happy Harmonies” di Harman-Ising, vi propongo un trittico dedicato a quel fenomeno che fu Cab Calloway, un vero animale da palco la cui voce e movenza catturava senza eccezione chi andava ad assistere ai suoi spettacoli (invidio i fortunatissimi che poterono goderne al mitico Cotton Club prima della grande depressione).

Il suo modo di muoversi era così magnetico che l’eclettico Max Fleisher pensò bene di dirigere tre cortometraggi animati dando il compito ai disegnatori di copiare il dondolio (letteralmente: swing) dell’artista mediante la tecnica del rotoscoping.

Siamo nell’epoca del bianco e nero: il risultato furono tre cartoon che divertevano spaventando: nel primo Cab è un tricheco fantasma, nel secondo è il boia nella favola di Biancaneve (nel personaggio di Ko-Ko) e nell’ultimo è il vecchio gigante della montagna.

Buona visione.

Minnie the Moocher

Betty Boop viene rimproverata duramente dal padre. La situazione economica non è delle migliori e lei rifiuta il pasto. Decide di scappare di casa con l’amico Bimbo. Ma la notte in una caverna infestata dai fantasmi la convincerà che in fondo è sempre…“Casa dolce Casa”. Il pezzo cantato da Calloway dà il nome al cartoon.

Snow White

Rivisitazione della favola di Biancaneve. Cab Calloway è il boia incaricato di uccidere la bella Biancaneve (ancora una volta Betty Boop). Decide si salvare la ragazza, ma un incidente sembra vanificare il suo tentativo. Ma quando la regina decide di risolvere da sé la questione nella “Cava del Mistero” si muove in suo soccorso. Happy Ending per tutti. Cab canta qui “Saint James Infirmary Blues”.

The Old Man of The Mountain

Scappate tutti! Arriva il vecchio e potente uomo della montagna! Stavolta Cab “interpreta” la parte del cattivo gigante che insegue e perseguita la popolazione prima e la coraggiosa ragazzina (ancora una volta Betty Boop), poi. Ma alla fine gli abitanti del villaggio cattureranno il vecchio, giustizia sarà fatta. Come prima, il titolo della canzone di Calloway è anche il titolo del cartoon. Curiosità: il vecchio gigante, durante il duetto con Betty, ad un certo punto fa un chiaro riferimento all’uso di oppio. L’espressione “kick the gong” sta infatti a significare il fumare oppio, secondo uno degli usi comuni degli immigrati d’oriente (da qui il riferimento al gong).

Cab Calloway (scatter di classe assoluta, inventore dell’hi-dee-ho), Josephine Baker, Bill Robinson, The Mills Brothers, Fats Waller, Louis Amstrong, Ella Fitzgerald e altri ancora in versione animata. Parodia delle rane dello stagno, fatta di quella materia oniricizzante che rapiva l’immaginario di noi bambini che fummo (quanto li adoravo nei loro rari passaggi sulle reti locali degli anni ‘80, anche se non capivo una sola parola dei testi).

Il seguito naturale del cartoon di prima. Stesso cast e stessa rivisitazione dello stagno in chiave animata. Si celebra il matrimonio di Minnie l’impicciona, signori. E il brillante Cab vorrebbe approfittarne, mostrando cos’è lo swing! E’ incredibile come nei commenti su YouTube di questi cartoon d’epoca ci sia gente che ancora si scotenna per questioni razziali.

Sveglia signori, i tempi cambiano! Fatevi quattro risate e basta!