nov
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Nessuna contraddizione
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Sono onorato di aver ispirato l’amico ENTJ, vignettista di Caos Deterministico, per una delle sue striscie quotidiane.
Godetevi per bene il suo blog, merita tantissimo!
mag
8
Niente “Bella Ciao”, funerale civile per il partigiano.
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Fonte: La Repubblica Online.
Opinione Personale:
Un altro nauseabondo esempio dell’intolleranza della Chiesa e della sua concezione molto poco Immacolata di rapporto col suo popolo e con la realtà. Solo musica sacra in Chiesa, signori. Non importa che a richiedere un canto pagano prima e partigiano poi sia stato un vecchio combattente per la libertà che altro non chiedeva che di essere accompagnato nel Grande Passo dai suoi simboli e dai suoi affetti. Non importa che in Italia la libertà dal regime nazi-fascita sia stata conquistata non grazie ma nonostante la Chiesa, salvata nella faccia da pochi mirabili esempi poggiati su un substrato di connivenza e collaborazionismo col regime. Chi muore cristiano va all’altro mondo da cristiano, nei riti e nei cori. Altrimenti niente funerale. E un grandissimo abbraccio e applauso meritano i parenti di Egidio, che non si sono piegati di fronte alla suprema ingerenza clericale, preferendo per il loro caro il rispetto delle sue volontà e il rito civile. Una Chiesa fuori dal mondo, che ha anche l’ultima insolenza di affermare, per voce di un parroco intervenuto nel gruppo di discussione su Il Messaggero Online “che sicuramente nostro Signore accoglierà Egidio nell’alto dei cieli, dove potrà cantare ciò che gli pare”. Giustamente messo alla gogna dalla comunità, il suddetto parroco ha perfino additato di intolleranza chi gli inveiva contro. Non ho abbastanza bile e succhi gastrici da vomitare, mi dispiace.
Guardate le commedie di Don Camillo e Peppone e imparate, insopportabili cialtroni!
Segue l’articolo.
PORDENONE - Il parroco vieta Bella ciao dentro e fuori la chiesa, e la famiglia del partigiano annulla i funerali in parrocchia. E’ accaduto a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), roccaforte partigiana della destra Tagliamento. Protagonisti della vicenda sono la famiglia di Egidio Cozzi, 80 anni, ex partigiano, e don Renato D’Aronco, parroco di Castelnuovo. L’anziano partigiano aveva chiesto, prima di morire, che il suo funerale si svolgesse in chiesa e che fossero eseguite canzoni partigiane.
Un pallino per il defunto che aveva espresso più volte il desiderio di avere la banda alle sue esequie, ma il parroco si è opposto, non ha permesso che la piccola orchestra entrasse in chiesa e si è rifiutato anche di farla suonare sul sagrato. La famiglia ha quindi deciso di far svolgere solamente il rito civile, durante il quale sono state eseguite tutte le canzoni patriottiche care all’anziano partigiano.
“E’ stata una cosa poco sensibile e rispettosa del defunto, dei suoi familiari e dei tanti amici che si erano radunati per l’ultimo saluto” ha detto il segretario dell’Anpi di Spilimbergo (Pordenone), Gianni Afro. “Sia i congiunti, sia i soci e i simpatizzanti dell’Anpi – ha precisato Afro – avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa e, quindi, avevano accettato di buon grado di non far suonare la banda nel luogo di culto. Quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato, su quello che è ormai suolo pubblico, è sembrato a tutti un affronto, e si è optato per rinunciare alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile”.
“Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica e degli strumenti all’interno dei luoghi di culto senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire” si è giustificato don Renato D’Aronco, precisando di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. Il sacerdote, che è parroco da 11 anni della piccola comunità friulana, ha anche spiegato che “era impossibile trovare un compromesso come qualche esponente dell’Anpi aveva richiesto. Il rito funebre ha il significato di una comunità cristiana che accoglie e accompagna”.
mar
18
La teiera di Russell (1): nessuno dovrebbe…
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Lo spettro delle probabilità si adatta bene all’agnosticismo temporaneo. Si sarebbe tentati a prima vista di porre l’agnosticismo permanente al centro dello spettro, nella categoria del 50% di probabilità, ma non sarebbe corretto. Gli agnostici permanenti affermano che non si può dire né che Dio esiste né che Dio non esiste. Secondo loro la questione è in linea di principio senza risposta, sicché a rigor di termini dovrebbero rifiutarsi di collocarsi in qualsiasi punto dello spettro di probabilità. L’impossibilità di sapere se il rosso di qualcun altro è uguale al mio verde non rende le probabilità 50 e 50: la proposizione è troppo priva di significato perché le si conceda l’onore delle probabilità. Eppure è un errore comune, in cui ci imbatteremo ancora, saltare dalla premessa che la questione di Dio sia teoricamente insolubile alla conclusione che l’esistenza e l’inesistenza di Dio siano equiprobabili.
Si può illustrare la dinamica dell’errore anche in termini di onere della prova e, in effetti, Bertrand Russell si è divertito a usare questo metodo quando ha proposto il paradosso della teiera celeste.
Molti credenti sembrano ritenere che sia compito degli scettici confutare i dogmi vigenti anziché compito dei credenti dimostrare la verità di ciò in cui credono. È un errore, naturalmente. Se sostenessi che esiste tra la Terra e Marte una teiera di porcellana che gira intorno al sole con orbita ellittica, nessuno potrebbe confutare la mia asserzione, purché fossi abbastanza prudente da specificare che la teiera è troppo piccola per essere individuata dai più potenti telescopi terrestri. Ma se aggiungessi che, siccome la mia asserzione non può essere confutata, è un’intollerabile presunzione della ragione dubitare dell’esistenza della teiera, si avrebbe motivo di ritenere il mio discorso sciocco. Se però la storia della teiera comparisse in antichi testi, se ogni domenica venisse definita dal pulpito una verità sacra e se a scuola fosse insegnata ai bambini, non credervi diverrebbe segno di eccentricità e lo scettico sarebbe mandato dallo psichiatra in un’epoca illuminata e dall’inquisitore in un’epoca più oscura.
Non ci disturbiamo a dichiarare il nostro scetticismo perché nessuno, ch’io sappia, adora le teiere, ma, se costretti, non esiteremmo a dirci convinti che non esistono teiere nello spazio compreso tra la Terra e Marte. Per la verità, a rigor di termini, dovremmo essere tutti agnostici della teiera: non possiamo dimostrare in maniera incontrovertibile che non esiste una teiera celeste. Invece, in pratica, non siamo agnostici, ma a-teieristi.
Un mio amico educato nella religione ebraica, che osserva ancora il sabato e altre consuetudini per fedeltà alla propria cultura, si autodefinisce «un agnostico del topino del dente». A suo avviso, le probabilità che Dio esista sono pari alle probabilità che esista il topino del dente. Entrambe le ipotesi non possono essere confutate ed entrambe sono altrettanto improbabili. È a-teo nella stessa ampia misura in cui è a-topinista. Ed è agnostico su Dio e sul topino nella stessa limitata misura.
La teiera di Russell vale, naturalmente, per le innumerevoli cose di cui si può concepire ma non confutare l’esistenza. Ha detto il celebre avvocato americano Clarence Darrow: «Non credo in Dio come non credo in Mamma Oca». Il giornalista Andrew Mueller ritiene che abbracciare una religione sia «bizzarro quanto credere che il mondo sia romboidale e viaggi nel cosmo sorretto da Keith ed Esmeralda, le chele di una gigantesca aragosta verde». Il grande favorito per il ruolo di divinità inesistente è l’invisibile, intangibile, inudibile unicorno rosa, adottato come esercizio alla confutazione per i bambini di Camp Quest, il primo campo estivo di libero pensiero per ragazzi. Una popolare divinità di Internet è, al momento attuale, il Mostro Volante di Spaghetti – inconfutabile quanto Jahvè o qualsiasi altro dio – che con i suoi lunghi tentacoli di pasta ha toccato, a sentir loro, molti fedeli. Sono deliziato di vedere che è stato pubblicato con successo perfino un suo vangelo. Non l’ho letto, ma che bisogno c’è di leggere un vangelo quando si sa che è vero? A proposito, com’era inevitabile, si è già verificato un Grande Scisma che ha prodotto la Chiesa Riformata del Mostro Volante di Spaghetti.
Tutti questi bizzarri esempi sono inconfutabili, eppure nessuno pensa che l’ipotesi della loro esistenza stia su un piano di parità con l’ipotesi della loro inesistenza. In sostanza, Russell sostiene che l’onere della prova spetta ai credenti, non già ai non credenti. E, in questo quadro, io ritengo che le probabilità a favore dell’esistenza della teiera (o dell’unicorno o del Mostro Volante di Spaghetti o di Keith ed Esmeralda) non sono pari alle probabilità a sfavore.
Nessuna persona ragionevole ritiene che il fatto che teiere orbitanti o topini del dente sono inconfutabili li consacri come argomenti interessanti. Nessuno di noi si sente in dovere di confutare i milioni di cose improbabili che una fantasia fertile o faceta può concepire. Quando mi hanno chiesto se ero ateo, mi sono divertito a sottolineare che chi mi rivolgeva la domanda era a sua volta ateo nei confronti di Zeus, Apollo, Amon-Ra, Mitra, Baal, Thor, Odino, il vitello d’oro e il Mostro Volante di Spaghetti. In fondo, sono ateo solo nei confronti di un dio in più.
Tutti ci sentiamo in diritto di esprimere grande scetticismo o totale rifiuto verso unicorni, topini del dente e dèi greci, romani, egizi e vichinghi, solo che (oggi) la nostra indifferenza non importa a nessuno. Nel caso del Dio di Abramo, invece, importa parecchio, perché molti abitanti del pianeta sono convinti che esista. La teiera di Russell dimostra che l’ampia diffusione della credenza in Dio, rispetto alla scarsa diffusione della credenza nelle teiere celesti, non modifica dal punto di vista logico l’onere della prova, anche se sembra modificarlo dal punto di vista della politica pratica. Che non si possa dimostrare l’inesistenza di Dio è un fatto riconosciuto, se non altro perché non si può dimostrare in maniera incontrovertibile l’inesistenza di niente. L’importante non è se Dio sia confutabile (non lo è), ma se Dio sia probabile. È tutt’altra questione.
Alcune cose inconfutabili sono giudicate dalle persone ragionevoli molto meno probabili di altre cose inconfutabili. Non c’è ragione per ritenere che Dio non debba rientrare nello spettro delle probabilità. E di sicuro non c’è nessuna ragione per presumere che, siccome la sua esistenza non può essere né provata né confutata, egli abbia il 50% di probabilità di esistere.
Come vedremo, è proprio il contrario.
DAWKINS R., L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere (tit. originale: The God Delusion, 2006). Mondadori, 2007. Pagg. 58-60.
feb
23
Sbattezzo: la Curia mi scrive
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Vanno avanti i carteggi per lo sbattezzo. Il parrocco della chiesa dove sono stato battezzato ha ricevuto la mia richiesta formale di annotazione della volontà di uscire dalla confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica apostolica romana e l’ha girata alla Curia Arcivescovile di Napoli. Il Vice Cancelliere mi ha scritto, dandomi un periodo di “meditazione” di 15 giorni prima di procedere nel dare indicazioni al parroco su come effettuare la notifica. L’importante è il risultato, ma da procedura il parroco non aveva né diritto civile né canonico di girare la mia missiva alla Curia. Doveva di persona procedere direttamente alla notifica e confermarmi via raccomandata A.R. l’esecuzione della stessa.
Posso però comprenderlo, non credo che in una chiesetta di Capodimonte a Napoli (praticamente una roccaforte della credenza popolare) arrivino richieste a pioggia di questo tipo. Banale ignoranza. In punto di diritto non avrebbe da esistere neanche l’invito a fissare un incontro secondo la proposta del Vice Cancelliere, ma in questo caso personalmente compenso la cosa con la frase finale della sua lettera, che mi ha fatto piacere.
Prendo atto che c’è stato il coraggio di definire la mia scelta come passo nel cammino della verità, anche se in una direzione diversa da quella canonica. Chi si contenta, gode. Io più che godermela, gongolo.
Tornerò sull’argomento quando riceverò a metà marzo la notifica dell’annotazione. Riporto il testo della lettera inviatami dalla Curia, ho omesso solo il numero di protocollo e i numeri telefonici per fissare l’eventuale incontro “chiarificatore”.
Gentilissimo Signore,
ho preso atto della Sua richiesta di non essere più considerato aderente alla “confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica apostolica romana” con lettera inviata al parroco di “S. Maria delle Grazie a Capodimonte”, da Lui trasmessa il 18.02.2008, e darò disposizioni al parroco del luogo del Battesimo, secondo quanto da Lei richiesto.
Nel frattempo, se lo riterrà opportuno, mi dichiaro disponibile a un incontro per illustrarLe le conseguenze pastorali e giuridiche della Sua scelta*. L’incontro potrà essere fissato telefonicamente allo 081557xxxx-557xxxx.
Nel caso in cui, entro quindici giorni a partire dalla data odierna, non ricevessi alcun riscontro da parte Sua, darò disposizioni al parroco e, successivamente, Le confermerò l’avvenuta annotazione.
Pur rammaricandomi per la Sua decisione, desidero anche manifestarLe sentimenti di fiducia nel cammino di ricerca della verità, che ci accomuna, e distintamente La saluto.
Napoli, 18 febbraio 2008
Il Vice Cancelliere Arcivescovile
Sac. Ciro Esposito
* Conseguenze di ordine giuridico
- esclusione dall’incarico di padrino per il Battesimo e la Confermazione (cann. 874 § 1; 893 § 1)
- necessità della licenza dell’Ordinario del luogo per l’ammissione al matrimonio canonico (cann. 1071 § 1,5°; 1124)
- privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento (cann. 1184 § 1, 1°)
- esclusione dai sacramenti e dai sacramentali (cann. 1331 § 1,2°; 915)
- scomunica latae sententiae (can. 1364 § 1)
feb
13
13 Febbraio 2008 – Nuntio vobis gaudium magnum!
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Ho una terza data importante nella mia vita, dopo l’horribilis 31 Ottobre 1989 e la liberazione del 31 Ottobre 2007. E’ il 13 Febbraio 2008.
Oggi mi sono sbattezzato. La raccomandata diretta alla Parrocchia Santa Maria delle Grazie di Capodimonte è partita. E’ fatta. Suono fuori dalla Chiesa. Sono fuori dalla Chiesa!
Sono uscito dall’ufficio postale che il mondo sembrava più colorato. Bellissimo.
Ma in definitiva, cos’è lo sbattezzo? Rappresenta l’atto con cui si cancellano gli effetti civili del battesimo. E’ una scelta di coerenza, di democrazia diretta, di protesta, di autodeterminazione. Priva la Chiesa dei finanziamenti relativi alla presenza del vostro nome sul registro dei fedeli e della possibilità di sventolarvi al vento come “cattolico” nelle loro indagini statistiche.
In Italia la grande maggioranza dei cattolici non è praticante. Un’altra buona fetta è “atea battezzata”. L’Italia non è più, nei fatti, una nazione col 97% di rappresentanza cattolica. Resta tale solo sulle carte vaticane usate per batter annualmente cassa.
Propongo una sintesi delle parti più rappresentative della scheda sullo “sbattezzo” dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti Italiani, di cui da oggi sono socio ordinario).
Prima di tutto, cos’è il battesimo? Gesù, pur battezzato da Giovanni, stando al Nuovo Testamento personalmente non battezzò mai nessuno, né tanto meno risulta siano mai stati battezzati gli apostoli.
Stando al catechismo della Chiesa cattolica, il battesimo è il mezzo «mediante il quale ci si libera dal peccato e, rigenerati come figli di Dio, si diventa membra di Cristo, ci si incorpora alla Chiesa e resi partecipi della sua missione». Come un bambino di pochi giorni possa essere reso partecipe della missione della Chiesa resta, ovviamente, un mistero della fede.
Gesù decise di farsi battezzare solo quando ebbe compiuto trent’anni. Anche agli albori della cristianità il battesimo veniva impartito agli adulti, e solo dopo un congruo periodo di catecumenato. Successivamente, con l’affermarsi della nuova religione, il rito venne gradatamente anticipato agli infanti (di qui il nome di “pedobattesimo”).
Se un neonato non ha la potestà legale di stipulare alcun atto, non si capisce perché debba compiere una scelta che potrebbe pregiudicarne l’accesso al paradiso. L’ assurdità della cosa le Chiese a istituire la cresima: la Chiesa cattolica ha tuttavia, anche in questo caso, giocato d’astuzia, anticipando progressivamente l’età della cresima, che oggi viene somministrata anche a dieci anni.
La Chiesa cattolica, nel corso della sua storia, ha spesso abusato del battesimo per ottenere “conversioni forzate”. Ancora oggi il diritto canonico stabilisce questa norma: «il bambino di genitori cattolici e persino di non cattolici, in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori». Tale articolo stabilisce anche che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i propri figli». Attenzione, però: “istruire” non significa affatto “imporre”.
Ed allora, cos’è lo “sbattezzo”? Si tratta dell’ atto che, visto dalla parte della Chiesa, prende il nome di apostasìa. Esistono tuttavia delle differenze: l’apostasia, stando al Codice di diritto canonico, è «il ripudio totale della fede cristiana», e non ha bisogno di essere formalizzato; lo “sbattezzo”, invece, è proprio la formalizzazione, in ottemperanza alla legge italiana, dell’abbandono della Chiesa cattolica (io ho percorso entrambe le vie: atto di apostasia letto ad alta voce a Piazza San Pietro e richiesta formale inviata oggi. Non sia mai detto che il troppo storpia… NdA).
Ne consegue che, per la Chiesa cattolica, chi si proclama ateo e agnostico, anche se non si “sbattezza”, è da considerarsi un’apostata, e pertanto soggetto alla scomunica latae sententiae (can. 1364), un tipo di provvedimento canonico che si applica automaticamente, anche se la Chiesa non è al corrente del “delitto” commesso.
Chiudo con una piccola raccolta di link utili, sempre dal sito dell’UAAR.
La scheda completa sullo “sbattezzo”:
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/
Il modulo da compilare (in RTF) e inviare alla parrocchia dove si è stati battezzati:
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/sbattezzo-modulo-per-parroco.rtf
La presentazione in PowerPoint sullo “sbattezzo”:
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/sbattezzo.pps
(foto: scansione busta A/R della mia lettera di sbattezzo)
ott
31
Ecco svelato il mistero. Il 31 ottobre di un anno significativo per me (1997-1999-2004-2007-2009) in congiunzione con l’evento che più mi ha cambiato la vita (31 ottobre 1989), ho deciso di fare il passo reale per abbandonare la religione. L’ho fatto in modo eclatante, leggendo ad alta voce un atto preliminare di apostasia al centro di Piazza San Pietro in Vaticano, mentre Papa Benedetto XVI teneva discorso davanti a 40 mila pellegrini. Ho ricevuto una dose bastante per varie generazioni di occhiatacce in cagnesco, ma che soddisfazione. Il perfezionamento in sbattezzo formale ci sarà nei primissimi giorni del 2008, contestualmente all’iscrizione all’ UAAR.
Segue il testo completo del mio Atto Preliminare di Apostasia.
Destinato A Chiunque Abbia la Buona Volontà di Leggere
- Atto Preliminare di Apostasia -
Oggi esprimo, prendendo a testimoni il lettore e la mia coscienza, unica mia guida morale, la volontà di uscire per sempre dall’istituzione umana denominata “Chiesa Cattolica Apostolica Romana”.
Abiuro il suo dio e la divinità di ogni altra religione, riconoscendole come emanazioni dal basso della mente umana ingannata dall’ignoranza e dalla manipolazione dei rispettivi officianti. Rinnego i sacramenti impostimi dalla “Chiesa Cattolica Apostolica Romana”, denuncio dinanzi agli Uomini la coercizione di incapace con cui questa istituzione trae linfa per il suo sostentamento e la sua fallacità quale costrutto umano, ne condanno i dogmi, i riti, l’ipocrita pretesa di arrogarsi la conoscenza della verità ultima e assoluta, l’invadenza intollerabile nella vita pubblica e privata dei cittadini di autonomi e laici Stati Sovrani praticata quale costante linea ideologica e politica.
Rinnego l’esistenza di qualsiasi aldilà, esalto il valore della Vita quale unico patrimonio concessosi non dalla divinità ma da un Umano atto d’Amore. Di fronte all’ineluttabilità e alla naturalità della morte ammetto la nostra esistenza dopo la stessa nell’unica forma di ricordo negli altri e di traccia sulla realtà. Gli sforzi della mia vita hanno mirato, mirano e mireranno non alla conquista di un’illusoria e generica salvezza ma ad una autentica pace interiore conseguenza della costruzione di un positivo ricordo di me e al cambiamento in meglio, in quanto nelle mie possibilità e in accordo alla mia morale, del Mondo.
Abbraccio la corrente di pensiero denominata Ateismo Razionale e i suoi valori, fra cui cito ad exempla: l’affermazione della libertà in ogni sua forma socialmente utile, la tolleranza e il rispetto della diversità, l’uguaglianza fra i popoli, l’amore per la pace e la famiglia in qualsiasi forma essa venga a comporsi, il diritto/dovere al confronto, l’etica a misura umana nella ricerca, il rispetto delle autonomie, l’amicizia, il diritto di critica. Riconosco la superiorità della dialettica razionale contro l’impostazione dogmatica delle confessioni religiose, umiliante della dignità intellettuale umana.
Sono perfettamente a conoscenza delle conseguenze, per me ininfluenti se non inesistenti, della mia libera scelta, sostenuto dall’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Questo primo atto di apostasia ha come destinatario la Chiesa come astrazione umana, ed è strutturato in modo da rispettare la forma di atto in pectore, mancante di un’identità riconoscibile. Il suo scopo è di infondere in me stesso la consapevolezza che il Mondo, quale concetto astratto, sia a conoscenza della mia autodeterminazione.
Questo atto, da valutarsi come informale, è per chi scrive propedeutico alla prosecuzione di un cammino che si risolverà secondo l’unica Legge degli Uomini ed in particolare dello Stato Italiano; gli atti a cui darò seguito paleseranno inequivocabilmente, e solo allora, la mia identità.
Mi accingo a fare apporre sul registro dei battezzati per me competente la nota esplicita di volontà ad uscire dalla confessione religiosa oggetto della presente, cancellando ogni effetto civile e morale del battesimo e della prima e fortunatamente per me unica comunione, pur restando la storicità dei due avvenimenti.
Ho voluto scegliere una data per me rappresentativa e posta a chiusura di un ciclo di vita e di crescita. La motivazione che mi ha portato a scegliere il 31 Ottobre 2007 è destinata a restare ignota a chi legge, in quanto facente parte della mia storia personale e culturale.
Lascio a chi legge il destino di questa breve missiva: la sua diffusione o la sua distruzione non sono eventi in cui investo interesse. Auguro comunque al lettore ogni bene, ogni soddisfazione e la possibilità di vivere la sua vita in serenità di coscienza e coerenza, diritto a cui, finalmente, oggi accedo anch’Io.
Grazie.
Città del Vaticano, lì 31/10/2007
ott
12
La rivoluzione laica di Zapatero
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Quanti cristi inchiodati a una sedia o a un letto la gente scavalca, per inchinarsi a un cristo di legno. Quanti sacrifici dimenticati, per ricordarne uno. Se mi facessero entrare in una chiesa, griderei: smettete di guardare quell’altare vuoto. Adoratevi l’un l’altro. (Stefano Benni)
Tratto da Repubblica.it
Se il centrodestra avesse rivinto le elezioni questo sarebbe stato l’anno di Isabella la Cattolica, la regina che avendo cacciato i Mori dalla Spagna oggi ispira un culto di cui la Fallaci è la fondatrice, Aznar il sacerdote e opinionisti italiani i missionari. Ricorrendo il quinto centenario della morte (1504), il governo aveva predisposto grandi mostre, concerti di musica antica e l’esposizione del trattato con cui s’arrese l’ultimo re musulmano, Boabdil di Granada.
Alla Moncloa il cerimoniale avrebbe regalato agli ospiti illustri la biografia di Isabella già consegnata da Aznar al papa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, per ricordargli che dopotutto anch’egli combatteva i Mori come la Cattolica. E l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede avrebbe raddoppiato gli sforzi perché Isabella sia beatificata malgrado i cacadubbi ricordino che la candidata inaugurò in Europa la persecuzione statale degli ebrei. Insomma la paffuta regina castigliana sarebbe diventata un’icona della Spagna aznariana, la polena del galeone spagnolista che avanzava nel nome della civiltà cristiana: finché non è arrivata la tempesta.
In marzo Aznar ha perso le elezioni, e dopo quel naufragio non solo Isabella è sparita tra i flutti, ma all’improvviso non è più chiaro se il cattolicesimo sia un tratto costitutivo dell’identità spagnola. Cosa voglia dire essere cattolici in Spagna era una questione complicata già tre secoli fa, al tempo della Mas Catolica Monarquia, la monarchia più cattolica del pianeta, quando le ragazze dell’aristocrazia scandalizzavano madame d’Aulnoy parlando delle loro malattie veneree “come si trattasse d’un’emicrania”. Però questo rimescolamento di codici morali non impediva alla Chiesa spagnola di conservare, talvolta con metodi feroci, la sua centralità nel potere e nella storia: rappresentava i valori della tradizione, il nucleo etico della nazione. Adesso proprio quella centralità sta per essere abrogata dal governo socialista con un’offensiva su più fronti che incontra una resistenza debole.
E forse per questo oggi la palazzina dell’Opus dei in via Vitruvio, col suo pianterreno vuoto e silenzioso, sembra un po’ il comando d’un esercito che stia preparando la ritirata per salvare il salvabile. Da qui al 2008 i socialisti vorrebbero, nell’ordine, autorizzare gli omosessuali a contrarre il matrimonio e ad adottare; riformare la legge (ora sospesa) per la quale gli insegnanti di religione avrebbero dato il voto agli studenti iscritti a quella materia; creare un “registro centrale delle ultime volontà” contro l’accanimento terapeutico (cioè in sostanza cominciare a discutere d’eutanasia); snellire tempi e procedure per il divorzio, complicato come in Italia; allargare le maglie d’accesso all’aborto; formulare un progetto di legge sulla ricerca con cellule staminali.
Infine il Psoe allude alla possibilità di rinegoziare i patti per i quali lo Stato risulta determinante sia nel pagamento dei salari di 20mila sacerdoti, 30mila insegnanti di religione, un migliaio di cappellani militari, ospedalieri o carcerari, sia nell’agevolare le scuole cattoliche parificate, di fatto gratuite. Anche se la questione del finanziamento probabilmente sarà risolta aumentando la percentuale che il contribuente può devolvere alla Chiesa, oggi il 52 per mille, la sostanza non cambia: il governo intende “abolire la posizione di innegabile vantaggio di cui gode la confessione cattolica… nessuna religione può essere più ufficiale delle altre” (così il sottosegretario alla Giustizia, Guerra). Insomma, la rivoluzione. O perlomeno una trasformazione inimmaginabile in Italia, dove la sola idea di togliere i crocefissi dalle aule, da tempo spariti in quasi tutte le scuole pubbliche spagnole, provoca svenimenti nel centrosinistra.
A fronte di questa sfida la reazione del vertice ecclesiastico sulle prime è stata veemente, talvolta sopra le righe: si è gridato al “fondamentalismo laicista”, e monsignor Gea ha accusato i socialisti di volere la morte della Chiesa, nientemeno. Ma spentesi queste voci, dal silenzio che è seguito si poteva perlomeno sospettare che a negare centralità alla Chiesa non fosse Zapatero ma la società spagnola. L’appello alla controffensiva aveva radunato non molto più di quella destra dura che vorrebbe usare la religione per rissare con i socialisti e impedire la riconversione centrista del Partido popular, non più sotto il controllo di Aznar. Il Pp se ne restava defilato, e anzi i suoi sindaci annunciavano che avrebbe celebrato nozze gay se così avesse deciso il parlamento. Dormivano le tv con proprietari o direttori cattolici: i cardinali non fanno audience. La stampa amica non si scalmanava.
E soprattutto, i sacerdoti e i fedeli non seguivano. Stando anzi a quanto ci dice un conoscitore, il sociologo cattolico Rafael Diaz Salazar, nella Chiesa ora prevalgono “malessere” e “irritazione” per l’atteggiamento conflittuale adottato da un vertice ecclesiastico già malvisto, “perché in genere scelto da Roma e perché caro all’Opus dei”. Forse anche a causa di questo isolamento adesso l’Opus cerca il dialogo, come ricaviamo da una conversazione con il numerario Manuel Garrido. Ma se dialogo vuol dire trattativa, stando al primo test, la legge che estende il matrimonio agli omosessuali, il psoe non pare disponibile. “Non consideriamo negoziabile l’eguaglianza dei diritti”, ci dice la deputata Carmen Monton.
Dunque all’inizio del 2005 il parlamento riconoscerà agli omosessuali non solo il diritto a sposarsi, ma anche ad adottare, come in Olanda. Nella realtà cambierebbe poco: in Spagna le coppie gay già ora possono adottare bambini ricorrendo alla legge (non osteggiata dal Pp) che permette l’adozione ai single. Secondo la Monton, ricerche statunitensi e spagnole dimostrano che i figli adottivi delle coppie omosessuali (di solito i più bisognosi, perché in precedenza scartati dalle coppie etero) distinguono perfettamente i ruoli maschile e femminile; invece ne dubita il cardinal Rouco, primate di Spagna.
Ma questo aspetto resta sulla sfondo, come se non fosse cruciale. Lo scontro è soprattutto di principio. Ciascuno dei due campi vuole affermare un assoluto.
Da una parte l’eguaglianza dei diritti, quali che ne siano i titolari; dall’altra il diritto naturale, per il quale è insensato chiamare “matrimonio” un’unione senza possibilità di procreare. Secondo il portavoce della Conferenza episcopale, i socialisti stanno immettendo “un virus” nella società, quasi fossero appestatori; a loro volta i socialisti si dichiarano “rattristati dalla reazione del vertice ecclesiastico”, quasi fosse dovere dei ministri dì una fede millenaria allinearla ai voleri effimeri dell’elettorato.
Non è facile tenere bassi i toni d’uno scontro mai sopito da quando, nell’Ottocento, clericalismo e liberalismo spagnoli cominciarono a combattersi ferocemente. Ed è enorme la questione sottesa dalle riforme annunciate dal Psoe: infatti si tratta di decidere se il cattolicesimo sia un elemento residuale o costitutivo, se lo Stato debba tutelarlo come qualcosa di prezioso oppure considerarlo un gravame. Qual è il suo posto in una Spagna non più rurale, dove 12 neonati su 100 sono figli di immigrati, dove sono arrivati dal Maghreb l’islam e dall’America latina il cristianesimo riformato, sicché ora l’Alleanza evangelica (un milione di fedeli) ha diritto di chiedere un’istruzione “depurata dei pregiudizi contro il protestantesimo”? La società spagnola è così cambiata che secondo il rettore dell’ateneo di Madrid, Josè Luis Abellan, diventa inevitabile rifondare anche la hispanidad senza il cattolicesimo: l’unico ostacolo sarebbero le “poderose forze della reazione”.
Le “poderose forze” devono essersi ben camuffate perché non se ne vede traccia in giro. E anzi il cattolicesimo spagnolo dà l’impressione d’essere armato di vecchi archibugi, e fiacco, e diviso in fazioni che si odiano con l’intensità che riesce solo ai cattolici quando detestano altri cattolici.
La Chiesa dimostra poi un’incapacità di comunicare “quasi patetica”, concorda un cattedratico vicino all’Opus dei, Rafael Navarro Valls, fratello del portavoce vaticano. Infine è difficile mobilitare una fede plurima com’è anche in Spagna il cattolicesimo. Molti fedeli, e la metà dell’elettorato di centrodestra, sono favorevoli alle nozze gay (il cattolicissimo sindaco di Victoria ne è stato tra i promotori). E ancora: secondo una ricerca della Fundacion Santa Maria, solo il 5% dei giovani cattolici segue la morale della Chiesa. Insomma non c’è un cattolicesimo, magari con le sue morali doppie o triple ma politicamente univoco: ve ne sono diversi, di destra o di sinistra, ortodossi o eterodossi, tra loro distanti quanto Baget Bozzo e Nigrizia, don Milani e Biffi. Prevale una fede “à la carte”, secondo la definizione sarcastica che ci consegna Navarro Valls.
Però una sezione del menù è fissa, non solo per i cattolici ma per gran parte della popolazione: sia convinzione o convenzione, gli spagnoli battezzano i figli (il 90%), li iscrivono all’ora di religione (il 75%), in grande maggioranza si sposano in chiesa e per l’81% dichiarano il cattolicesimo la loro fede. In virtù di tutto questo la Chiesa ha particolare diritto, conclude Navarro Valls, a quella cooperazione che la Costituzione garantisce alle religioni, lì dove stabilisce la “distanza amichevole” che le separa dallo Stato aconfessionale; invece il governo sarebbe mosso da un “laicismo ostile”, di cui sarebbero prova “l’intenzione di degradare il rango della religione (cattolica) all’interno dell’insegnamento scolastico, l’attacco al matrimonio anche attraverso il divorzio express, e lo stesso metodo di annunciare quelle riforme senza prima discuterne (con il vertice dell’espiscopato)”.
L’Opus rimpiange il tempo di Aznar e della concertazione, quando la Chiesa s’illuse di conservare con accordi di potere quella centralità che avrebbe fatto meglio a conquistarsi nella società spagnola, magari osando chiedere un minimo d’autenticità al cattolicesimo light così diffuso tra i suoi credenti. Ora non pare facile trovare comprensione in una sinistra dove, ci dice Lola Galan del quotidiano el Pais, “se un politico dicesse del papa le stesse cose positive che mi disse Bertinotti, susciterebbe uno scandalo”. Ma anche il psoe dev’essere giudizioso. Zapatero ha dimostrato l’audacia che manca a tante sinistre europee, ma deve guardarsi dal rischio di maneggiare questioni assai delicate con una disinvoltura eccessiva. Inoltre sarebbe stolto dimenticare che la Chiesa qua e là produce un sapere non banale, anche se poi lo spreca malamente quasi temendo di comunicarlo. Infine (ma di questo al psoe sembrano consapevoli) in Spagna come altrove i preti di periferia – magari rozzi, magari esagitati – ormai sono quasi gli unici a dare ancora concretezza alla parola più usata dalla sinistra europea: solidarietà.
ott
7
Le virgolette
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Leggete questo testo (tratto da: “La civiltà cattolica, 18/10/1997)……
«La crisi che in questa fine di millennio sta attraversando il cristianesimo nel mondo occidentale – e di riflesso in tutto il pianeta – ha un doppio aspetto. Da una parte, per molti uomini del nostro tempo, il cristianesimo sembra aver perduto ogni senso e quindi ogni interesse: molti lo ignorano del tutto e non si curano di conoscerlo o di farsene almeno un’idea; altri lo ritengono una cosa del passato, di cui non vale la pena occuparsi; altri si sentono assolutamente estranei a esso, in quanto realtà religiosa che pretende di incidere sulla vita umana, in particolare sulla vita morale, e perciò non soltanto rifiutano tale pretesa, ma la combattono aspramente. Tutte queste persone sono “fuori” dal cristianesimo: questo è “assente” dalla loro vita senza che tale assenza sia avvertita o faccia problema.
D’altra parte, c’è una crisi che è “interna” al cristianesimo, in quanto fatto propriamente religioso, che per i cattolici ha la sua espressione visibile nella Chiesa: taluni – un tempo cristiani – confessano di non credere più e di aver abbandonato da molto tempo ogni pratica religiosa (in particolare, di non partecipare quasi mai alla Messa domenicale); altri cristiani non sanno se credono o no: ad ogni modo hanno gravi dubbi sulle verità fondamentali del cristianesimo o si dichiarano agnostici nei riguardi di esse; altri accettano alcuni punti della fede e della morale cristiana, ma ne rigettano altri: così, senza tener conto di quanto insegna la Chiesa, fanno una “scelta” nelle verità da credere e nelle norme morali da osservare, secondo i propri gusti e le proprie esigenze individualistiche; altri sono fortemente critici circa alcune decisioni attuali della Chiesa (rifiuto di ammettere all’Eucaristia i divorziati che hanno contratto un nuovo matrimonio; mantenimento del celibato sacerdotale; contrarietà al sacerdozio femminile); altri ancora si sentono attratti da forme nuove di religiosità, che essi ritengono più vive, più capaci del cristianesimo di far nascere in essi forti emozioni religiose e di dare loro quel calore umano e quel senso di fraternità di cui talvolta mancano le assemblee eucaristiche domenicali, individualistiche, fredde e distaccate; altri infine si convertono all’islam, perché lo ritengono una religione più semplice, oppure diventano “praticanti” buddisti o indù sotto la guida di lama tibetani e di guru indiani».
Ora, non voglio neanche avvicinarmi al contenuto del brano.
Voglio parlare delle “virgolette”.
In un testo di divulgazione, filosofico o giornalistico i doppi apici vengono usati in due modi: riportare fedelmente asserzioni di un terzo o funzione di accordo con in lettore, nel senso che viene virgolettata una parola con l’intenzione di comunicare che quella parola non è giusta, ma si avvicina soltanto, in apparenza e significato, a quel concetto che si vorrebbe esprimere.
Si possono usare in senso sminuitivo, critico, goliardico. Il ricevente non ha modo, se non il contesto, di indovinare quale senso ha usato lo scrittore. Presupponendo nel testo citato un canale comune e un target selezionato di lettori si può oggettivamente parlare di un senso riduttivo della virgolettatura usata.
Rileggete: il testo sarebbe una onesta e imparziale veduta critica delle cose e dei fatti se non fosse per le virgolette.
Piazzate abilmente, comunicano una estraneità di quei concetti al gruppo ateo o che si allontana comunque dalla chiesa cristiana, oltre che a sviarne il contenuto letterale. E’ una mossa di grande disonestà intellettuale, quasi quanto quella di citare con sicurezza numeri per dogmatizzarne dati certi e incontrastabili (di questo altro affare parlerò qualche altro giorno).
Ora vi riporto ogni parola virgolettata e come è stata (molto bene) sminuita in questo brano, sprecandone le buone potenzialità comunicative e rendendolo fazioso, di parte, schierato.
“fuori” e “assente”: riflettono lo stesso concetto. Chi scrive NEGA la possibilità che si possa uscire dalla Chiesa e che la religione possa uscire dalla vita di un libero cittadino. Dichiaratevi pure Atei, ma noi vi considereremo sempre impastati dalla nostra rete di ragno fatta di precetti, di scherno sociale, di dogmi. Non ci potete sfuggire. (Credono loro).
Più seriamente, la virgolettatura a quelle parole distrugge il loro significato sociale rendendola solo apparenza. Chi si dichiara fuori diventa solo materiale da convertire a ogni costo, decadendo quasi dalla posizione di essere umano. Il rispetto della scelta non è neanche ipotizzato.
“interno”: chi scrive elude l’esistenza di un non cristianesimo. Interno è solo senso figurato, tutto il mondo è per nostra forma mentis cristiano. O se ne è reso già conto o i nostri missionari prima o poi compiranno l’assorbimento. Il Grande Fratello mi fa meno paura.
“scelta”: l’apoteosi dell’ipocrisia a stampo ecclesiastico. Virgolettare scelta significa distruggerla, prima di non rispettarla. In questi doppi apici è racchiusa tutta la mentalità ultraconservatrice delle istituzioni religiose. La “scelta” d’apparenza è fatta solo per ingenuità e contrasta con la Verità di cui solo i Cristiani sono unti, quindi non è scelta ma errore. La possibilità che le foglie dell’albero della verità crescano anche su altri rami non è contemplata e vista come aberrazione. Chi sceglie è uno stupido, meglio che la chiesa scelga per lui. I principi scelti, le regole, seppur correttissime, morali scelte in libertà non sono validate dalla Fede, quindi sono quanto meno discutibili. Ecco il succo: la Verità, per definizione oggettiva, vuole essere soggettivata ed imposta; la discussione e il confronto banditi e derubati della loro dignità per mezzo del dogma.
Odio la religione, dal profondo. Odio chi la rappresenta, sto cominciando a provare risentimento anche per chi la difende. E’ un nuovo stadio del mio anticlericalismo?
“praticanti”: chi scrive schernisce. Inutile praticare, siete solo dei bambini senza testa che giocano a fare Dio. Siete piccoli e scemi mentre noi siamo grandi e abbiamo sempre ragione. Non importa a cosa vi convertiate, cercheremo di insidiarvi ad ogni modo. Seriamente, la libertà di religione è un abominio inconcepibile nella testa del clero culturale, da cui derivano anche il restrittivismo nella libertà di pensiero, di parola e di azione.
Risultato: non c’è LIBERTA’ nel vostro “Dio”. Tenetevelo.
Il concetto di Rispetto in questo brano finisce direttamente sotto i tacchi.
Con le virgolette.
ago
17
E’ giusto premettere che sono un ateo razionalista anticlericale, lo sono da quando avevo 12 anni e lo sono sempre più oggi che ne ho 23. Mi è stato imposto il battesimo, una barbarie di un sistema sociale tradizionale, e ho subito la prima comunione come tutti i bambini di 10 anni lontani dall’età non dico neanche della ragione, ma della critica delle cose. E devo premettere che sono fiero di essere scampato agli “obblighi” cresimali, dopo una aspra battaglia in casa con mia madre, battaglia che pur è zucchero al confronto con quella che vivo attualmente per ottenere ciò che andrò a scrivere a breve.
Esiste in Italia e in Europa una organizzazione no-profit, l’ UAAR, acronimo di Unione Atei Agnostici Razionalisti, con un Comitato di Presidenza degno di ogni rispetto, fra cui sono a me cari Margherita Hack e Sergio Staino (la nota astronoma e il creatore di “Bobo”). E’ un’organizzazione di cui i media si disinteressano completamente, sebbene sia un faro per la comunità crescente di Atei in Italia, e che sta portando avanti una serie di battaglie in nome della laicità dello Stato Italiano e della liberta’ di non volere una religione.
Oggi voglio promuovere la battaglia per lo sbattezzo, ovvero della battaglia per poter uscire definitivamente dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Promuovere la battaglia, insomma, per potersi finalmente sentire non più cattolici non solo nel pensare e nel vivere, ma anche nella documentazione e nei fatti storici.
Se siete arrivati fin qui forse avete interesse all’argomento.
E’ possibile essere sbattezzati ed è anche giusto, se volete essere coerenti col vostro credo (ai religiosi all’ascolto: un ateo crede e ha fede con fervore anche maggiore di molti “credenti”… crede e ha fede nel sistema sociale, nel quieto vivere, nel rispetto e nella tolleranza, nella solidarietà, nell’uomo come fautore del proprio destino. Non credere in un ente metafisico rende i nostri principi secondari ai vostri?).
Ma, lo sappiamo, viviamo in una rete complessa di relazioni sociali e ci confrontiamo con tante persone, alcune non proprio onorevoli per ampiezza di vedute.
Scrivo la mia storia con lo sbattezzo, le difese della famiglia, le incomprensioni e i contrasti.
Tutto comincia intorno ai miei 12 anni: Napoli, famiglia con padre cristiano così per modo di dire, madre fervente cattolica praticante, altri 2 fratelli più piccoli di me.
Mi presento un bel giorno da mammà: “Ma’, senti, c’è una cosa…io a Dio non ci credo, non ho motivi per crederci. La stessa idea che si possa credere che esiste mi da fastidio. Non mettere speranze per la mia cresima, non mi cresimo e non voglio sentirne più di Chiesa.”
La guerra. Astonished, stunned. L’inglese a volte rende meglio dell’italiano…
Prima il rifiuto secco all’idea che ciò potesse accadere. Un figlio ateo. A 12 anni. La peste bubbonica vissuta come un raffreddore, al confronto.
Si parla, a lungo, anche per ore: perchè? cosa mai era accaduto? o meglio…CHI MI AVEVA MESSO IN TESTA QUELLE COSE, che è peggio ancora perchè umilia la capacità di pensare e criticare di un ragazzino, una capacità magari ancora immatura ma già autonoma. La volontà di volermi portare a parlare col parroco di paese, presto. Forse il cancro si poteva ancora estirpare. Il rifiuto di mio padre alla “terapia”: il coraggio del rispetto.
Poi la fase di metabolizzazione e una lenta rassegnazione. Eppure per qualche anno quando si parlava della cosa c’era sempre un puntino malcelato di risentimento.
Ma la prima battaglia l’avevo vinta io.
O no? In fondo mia madre s’era creata un’ancora. Crollasse il mondo, restavo cattolico. M’avevano battezzato, ovvero m’avevano fatto fare un bagnetto fuori programma in acqua fredda e forse non limpidissima quando appena distinguevo la luce dal buio. Questo era per me il battesimo. Ma per mammà resta la prova tangibile che sono cattolico, che mi hanno dato qualcosa che se chiedo dov’è nessuno sa cos’è. Un legame forse, forse un momento investito di una enorme carica sociale…e poi spirituale.
Solo che a 20 anni decido che è momento di scrollarmi da dosso anche l’etichetta di cattolico di nome e non di fatto che mio padre si porta appresso con gloriosa indifferenza. Dice lui “Se qualcosa non esiste, avversandola forse non ammetti che esiste? Io la ignoro.”
Nel frattempo avevo ottenuto una mia personale vittoria: Concorso Distrettuale di Composizione Scritta/Grafica XXIV Distretto Napoli. Etichetta del Concorso: Tertio Millennio Adveniente: Uomo e Fede. Un invito a nozze, un compitone da 13 pagine scritte di getto in 6 ore e neanche ricopiate in bella copia (la brutta era perfetta, andava benissimo). Medaglia d’argento, con un compito che mi sarebbe valsa la pira nel periodo dell’Inquisizione. Mia madre invitata alla consegna della medaglia. Permettetemi, ci ho goduto ferocemente. Forse a quella cerimonia ho compreso, ho capito e ho deciso che dovevo uscire dalla chiesa, qualunque essa fosse. Perle di saggezza in un universo monadistico, gocce nel mare in un mondo sociale.
E si, potevo ignorarla tutta la faccenda, come dice il vecchio. MA! Cavolo, vivo in un mondo sociale! E’ l’etichetta che avverso! La brillante soluzione e’ papà non faceva al caso mio.
E gira gira su Google…”uscire dalla chiesa”, “cancellarsi dalla chiesa” “religione cattolica abiurare” e non so quanti altri…
Poi si accende la lampadina sul sito dell’UAAR: sbattezzo. Mmm soluzione radicale, ma adatta. Certo c’è da penare a livello burocratico, fra vescovato e parroci le resistenze sono molte…ma volendo si può fare. Si! Ho la scappatoia. Mi devo tenere il fatto storico del battesimo, e’ vero: bhe di bagnetti ne avrò fatti tanti da piccolo, uno più uno meno.
Tu quoque, Brute, fili mi?
La faccia di Cesare credo potesse sovrapporsi a quella di mammà. Pugnalata alle spalle. Ventun anni. Altro che ateo! Questo addirittura vuole sbattezzarsi!
Quest’ultimo capitolo e’ ancora sospeso. La battaglia finale la sapevo dura e dura l’ho trovata. Sono due anni che si lotta: ma lo sbattezzo ancora non lo concepisce.
Le sue difese (a prescindere dallo spero incosciente ricatto affettivo che ha posto…è sicuramente incosciente, non posso neanche immaginare la messa in atto volontaria di un abominio simile): prima di tutto rinunciare al battesimo significa tagliare quel qualcosa. Poi sembra un gesto irrispettoso verso l’atto che lei ha scelto (leggi: imposto) per me. Neanche scegliessi di morire o smettessi di esserle figlio o di volergli il bene di questo mondo. E giustamente noto quanto sia rispettoso verso la mia dignità e verso il mio amor proprio NON procedere alla cosa (velata ironia).
Questa è la cosa che devo farle capire e che ognuno dovrebbe far capire alla famiglia contraria: io resto, sto qua, sono quello di ieri con le stesse gioie e dolori di sempre…e vi voglio bene come sempre. Ma rispettatemi, comprendetemi. Non sto bene a pensare di essere nei fatti ancora un cattolico, non sono contento a pensarmi così.
Ha passato i 50 anni ed è di origini semplici, con una radicata tradizione popolare. Quel cattolicesimo appena velato da una pennellata di tarantismo, di esoterismo. Quel mix unico partenopeo a cui forse è ancora più difficile scappare, perchè lo respiri e ne mangi tutti i giorni. Quando mi confronto con lei non posso fare a meno di considerare queste cose, sarebbe ingiusto e sleale.
Fatti foste per viver come uomini, non come bestie immonde.
E’ come se perdessi l’anima, a sbattezzarmi. Scatola vuota senza spirito, senza quella scintilla di inspiegabile che ci fa unici.
Forse dovrò, a breve, decidermi a giocare un pò più soft. Stesso risultato, termini diversi.
Abbiamo scritto e letto che non si può cancellare il fatto storico del battesimo. Forse potrò usare questo elemento a mio favore, interpretando la faccenda nel suo aspetto linearizzato: volontà di uscire dalla chiesa.
D’altronde se non voglio aspettare la morte di un mio genitore per esprimere al mondo la forza delle mie convinzioni, devo fare questo. Spiegare che in definitiva io faccio registrare di non voler esser cattolico, ma che in caso di pentimento (sic!) l’amorosa chiesa (sic!) è pronta ad accogliermi di nuovo. Il figliol prodigo insegna, no? La parola battesimo farò bene a non pronunciarla neanche. Il battesimo le resta, il fatto le resta ed è giusto così. Ma resta anche la mia volontà.
E’ una pianificazione ancora acerba, ma forse vincente (ndA: è risultata vincente, ma solo nel 2008).
E’ giusto sbattezzarsi? Si, quanto essere onesti con se stessi. Ma preparatevi, il gioco può essere duro, fare e farvi male.
Ma alla fine sono sicuro che ne varrà la pena.
Articolo originale del 2004.