ultima lezioneNell’agosto 2007, il professor Randy Pausch ha saputo che il cancro contro il quale combatteva era incurabile e che gli restavano pochi mesi di vita. Ha scelto di lasciare subito il suo lavoro all’università per stare vicino alla moglie Jai e ai loro bambini. Prima, però, il 18 settembre 2007, ha tenuto davanti a 400 studenti e colleghi la sua “ultima lezione”, intitolata “Realizzare davvero i sogni dell’infanzia”. Con ironia, fermezza e coraggio, ha ripercorso le tappe della sua esperienza, e il suo discorso è una testimonianza toccante e profonda di una vita resa straordinaria dall’intensità con la quale è stata vissuta. Da quel giorno, milioni di persone hanno visto su internet l’ultima lezione di Randy Pausch. Oggi quel testo, ampliato e arricchito, diventa un libro capace di parlare al cuore di ciascuno individuo. Pausch non vuole rivelare il senso della vita; più modestamente, mostra perché vale la pena vivere.

Opinione personale:
Come purtroppo era prevedibile, Randy Pausch se ne è andato. Il professore della Carnegie Mellon è deceduto a causa del suo tumore pancreatico il 25 luglio 2008. Avevo già dedicato un articolo a Randy un po’ di tempo fa, quando ebbi l’intuizione che il professore era entrato nella vera e propria fase terminale della sua malattia.. Durante i suoi ultimi mesi, Randy ha fatto in tempo a lasciarci una testimonianza, la sua “ultima lezione”. Questo libro, scritto dallo stesso dottor Pausch, cerca di spiegare i retroscena della “lezione” e di approfondirne i temi principali. Un inno alla vita e alla speranza, verso la realizzazione dei propri sogni da bambino. Il sottotitolo dell’edizione italiana del testo, “la vita spiegata da un uomo che muore”, coglie nel segno. Cosa vuole lasciare al mondo un padre di famiglia che sa che non riuscirà veder crescere i propri figli, che sa che la moglie dovrà lottare da sola nella vita? Il segreto del libro, come d’altronde quello dell’”ultima lezione”, sta nei destinatari: il libro non è stato mai pensato o scritto per noi lettori comuni, ma per i tre figli di Randy. E’ la sintesi di tutto quello che il loro papà avrebbe voluto dirgli e insegnargli durante la loro infanzia, la loro adolescenza, la loro maturità. Un privilegio che il fato non ha voluto concedergli. Ci sono laghi d’inchiostro dedicati al come vivere, questo è uno dei rarissimi ed autentici esempi di lezioni sul come morire. Incredibilmente toccante e commovente, da avere a tutti i costi in biblioteca.

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Titolo: L’ ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore
Autori: Pausch Randy, Zaslow Jeffrey
Editore: Rizzoli
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8817023140
ISBN-13: 9788817023146
Pagine: 231
Letto: agosto 2008

simpson filosofi

È possibile che Bart Simpson rappresenti l’incarnazione dell’ideale nichilista di Friedrich Nietzsche? Che il comportamento di Marge sia la realizzazione della classificazione aristotelica della virtù? Che la mentalità di Springfield sia frutto di un approccio decostruzionista al reale? Secondo gli autori, per capire l’epopea dei Simpson è più utile rivolgersi a Kant, Marx o Barthes che non ai sociologi o ai critici televisivi. Diciotto possibili percorsi interpretativi che offrono letture originali dei personaggi, dei linguaggi e della scorrettezza politica della serie. Uno studio che applica le armi della dialettica alla cultura pop, fondendo il rigore espositivo della filosofia all’ironia di un insolito oggetto d’indagine.

simpson filosofiaOpinione personale:
Girare per gli scaffali e imbattersi un libro dal titolo “I Simpson e la filosofia” fa un certo effetto. La prima reazione è quella di trasfigurare il titolo in “La filosofia spiegata dai Simpson”, come se fosse un testo satirico. Poi si prende il volume fra le mani, gli si da una prima sfogliata e ci si rende conto di avere a che fare con un vero e proprio saggio di filosofia. Allora il titolo cambia ancora, diventando “I Simpson spiegati dalla filosofia”. Sbagliando ancora. Il titolo è “I Simpson e la filosofia”, ovvero temi di filosofia che prendono spunto dalla caratterizzazione dei protagonisti della nota serie animata. Bisogna dimenticarsi le grasse risate: se ci si approccia a questo testo con quell’idea se ne resterà cocentemente delusi. Faccio un esempio, prendendo il personaggio Homer. Dopo qualche pagina in cui si ripercorrono alcune delle gag più famose della serie, si passa all’analisi del personaggio secondo la scala socratica virtù, continenza, incontinenza, vizio, passando ovviamente attraverso i punti chiavi di tutta la filosofia socratica. Allo stesso modo, Bart diventa il simbolo del nichilismo nietzschiano e su Lisa si costruisce la critica all’intellettualismo medio americano. E’ un testo per ripercorrere, con spunti originali e diversi dalla didattica canonica, alcuni temi centrali della storia della filosofia. Se avete interesse nella filosofia prima e nei Simpson poi, il libro può interessarvi come simpatico ripasso o approfondimento alternativo, altrimenti meglio passare al negozio di fumetti sotto casa o sintonizzarsi sulla televisione. Ma attenzione, anche se non lo credete, Marx vi guarderà.

Titolo: I Simpson e la filosofia
Autori: Irwin William H., Conard Mark T., Skoble Aeon J.
Editore: Isbn Edizioni
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8876380310
ISBN-13: 9788876380310
Pagine: 333
Letto: settembre 2008

nagasakiOscurata per più di cinquant’anni dalla più nota missione dell’Enola Gay su Hiroshima e dalle poche e cattive informazioni diffuse e coperte da segreto militare, la missione del B29 Superfortress “Bockscar”, compiuta il 9 agosto 1945 su Nagasaki, è rimasta fino a oggi quasi sconosciuta. Scritto dal copilota del “Bockscar”, Luogotenente Colonnello Fred J. Olivi, italo-americano di prima generazione, “Nagasaki per scelta o per forza” rivela i veri dettagli legati alla Missione 16, le fasi segrete dell’addestramento e i dati sull’impiego di “Fat Man”, la bomba atomica al plutonio tre volte più potente di quella all’uranio sganciata su Hiroshima pochi giorni prima. Il libro, inedito e pubblicato in Italia per la prima volta al mondo, racconta con uno stile diretto le esperienze del giovane aviatore italo-americano, che fin dall’infanzia aveva sognato di diventare un pilota, e la cronaca del volo verso Nagasaki, facendoci rivivere minuto per minuto gli attimi drammatici che cambiarono la storia del mondo.

Opinione personale:
Fred Olivi, l’italoamericano che annientò Nagasaki. La biografia di uno degli uomini dell’equipaggio del Bockscar, il B29 modificato per ospitare Fat Man, la seconda bomba atomica utilizzata contro la popolazione civile della storia.

E’ un libro amaro. Viene letto concedendo l’attenuante dell’ignoranza di quei militari sul contenuto della particolare “bomba a zucca”, il cui addestramento mirava a portare, e sulle conseguenze innescabili da quel nuovo terribile ordigno.

La lettera finale, indirizzata al presidente Bush, con cui Olivi prima della morte si complimentava per la scelta degli Stati Uniti di non chiedere scusa al Giappone per le tragiche conseguenze dei bombardamenti atomici, sconfessa tutto il testo.

E’ un libro interessante per la cronaca e la storia, per avere conoscenza degli eventi che, al di là dei tavolini dei politici, portarono a trasformare in cenere 100.000 persone e a condannarne altre 200.000 ad una esistenza atroce, segnata dal dolore e dalle malattie.

E poi quel telegramma, scritto mezzo secolo dopo, che pesa come un macigno. Ve lo riporto:

“Da Fred J. Olivi

A Presidente George Bush

Chicago, 12 settembre 1991.

Signor Presidente,

in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale.

Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.

Fred J. Olivi, Chicago”

Gli sforzi degli equipaggi non furono vani, né potrebbero esserlo. Chiusero in una settimana la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca dei fatti la scelta fu giusta.
Ma che, nel 1991, dopo la Guerra Fredda, dopo che gli effetti delle bombe si sono manifestati nella loro inumanità, ci si azzardi a complimentarsi per non aver chiesto scusa è troppo anche per me.

Ecco la mia opinione: Fred Olivi fu per me un ottuso stupido militare. Nato come tale, vissuto come tale, morto come tale. Non mi suscita né pietà né commozione, ma solo indignazione, rivolta a lui e a tutta quella classe, che per fortuna l’anagrafe sta ripulendo per ovvie ragioni di tempo, di ciechi militari che non reputano giusto chiedere oltre mezzo secolo dopo scusa all’umanità per Nagasaki, Hiroshima e Dresda.

La storia la scrivono i vincitori e i perdenti in questo caso erano davvero malvagi, ma neanche i vincitori potranno mai considerarsi degli stinchi di santo. Punto. Se vi consiglio il libro? Si, ve lo consiglio. Oltre le mie personali ed opinabili riflessioni. Sono pezzi di storia che non si affacciano spesso e volentieri al pubblico, meglio approfittarne quando c’è la possibilità.

Titolo: Nagasaki per scelta o per forza. Il racconto inedito del pilota italo-americano che sganciò la seconda bomba atomica
Autore: Olivi Fred J.
Editore: FBE
ISBN: 8889160586
ISBN-13: 9788889160589
Pagine: 239

vincenzo tiberioLa storia ci consegna la penicillina legata al nome di Alexander Fleming, che nel 1928 per puro caso osservò l’impedimento della crescita di batteri da parte di una muffa, il Penicillum notatum.

Ma 30 anni prima del biologo inglese a capire, e documentare in uno studio, il potere delle muffe fu Vincenzo Tiberio (Sepino, 1 maggio 1869 – Napoli, 7 gennaio 1915, in foto), giovane medico nato da buona famiglia molisana di Sepino e successivamente stabilitosi ad Arzano, centro della periferia nord di Napoli.

Il medico molisano appartiene alla schiera, lunghissima, degli italiani dalla genialità misconosciuta. Mentre ancora studiava medicina all’Università di Napoli, Tiberio mise in relazione i disturbi intestinali di cui soffrivano i suoi vicini di casa ad Arzano con la periodica disinfezione del pozzo da cui attingevano l’acqua da bere.

Egli, infatti, aveva notato che gli abitanti della casa dove era ospite dei suoi parenti, erano colti da infezioni intestinali ogni volta che il pozzo, che dava acqua per i fabbisogni quotidiani, era ripulito dalle muffe. Questi disturbi cessavano al ricomparire delle muffe sui bordi del pozzo.

Tiberio prelevò alcuni campioni della “miracolosa sostanza” e ne parlò in facoltà. Affrontò difficoltà e diffidenze. Gli fu consentito di accedere al laboratorio di igiene diretto dal professor Vincenzo De Giaxa solo dopo la laurea.

Tra le prime osservazioni e la pubblicazione della relazione conclusiva passarono circa cinque anni. Fu così che iniziò a studiare le muffe e intraprese degli esperimenti che lo portarono a scoprire il loro potere battericida.

Nel 1895 il giovane medico scrisse il resoconto delle proprie scoperte, dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. Manco a dirlo, l’establishment scientifico non dette peso alla scoperta. Le conclusioni sul potere antibattericida delle muffe furono registrate come una coincidenza. La relazione fu consegnata alla polvere degli archivi con la data del 1895. Nessuno pensò che la constatazione di Tiberio potesse aprire nuovi orizzonti terapeutici. Lo stesso scopritore accettò senza proteste l’archiviazione silenziosa.

Il primo documento firmato da Tiberio sul potere degli antibiotici porta una data antica: 1895. E’ uno scarno, incolore libretto conservato per cento anni e più negli archivi della Università di Napoli. ”Appare chiaro che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili in acqua forniti di azione battericida”, vi si legge.

Per varie vicende, connesse a problemi di natura sentimentale e familiare, Tiberio abbandonò gli studi sulle muffe e della sua scoperta non ne parlò più nessuno.

le invenzioni della nottePotrebbe essere una giornata come tante quella che Jonas, giovane viennese, ha davanti al proprio risveglio. Ma dopo il solito caffè, scopre che la televisione non funziona, internet non va, il giornale non gli è stato consegnato e il telefono della sua fidanzata suona a vuoto. Perplesso, esce per andare al lavoro, e scopre una città deserta: uomini e animali sono scomparsi, volatilizzati nella notte, lasciando ogni cosa intatta. Rimasto solo con gli oggetti, con il silenzio e con il tempo, Jonas si dà a una disperata quanto inutile ricerca di un indizio sulle ragioni di un simile stato di cose. A poco a poco, il terrore di essere solo si trasforma nella paranoia di non esserlo, gli oggetti sembrano mutare in rettili freddi che lo osservano immobili, in una minaccia che percorre le pagine con una violenza sottile, mai sopita. Finché i sogni travalicano la realtà, si mescolano ai ricordi, e Jonas comincia a dubitare della propria mente, risucchiato in un vortice di delirio…

Opinione personale:
Thomas Glavinic. Mai letto. Sono stato indotto a prendere questo libro dopo aver letto una mini-recensione su una guida TV. Per la serie “provare per credere”, verrebbe da dire. Ed io ho provato, ed ho creduto. In alcuni passaggi sembra richiamare lo stile cupo di Stephen King, con un evidente ammiccamento al thriller. Mi piace molto il giudizio sintetico di Daniel Kehlmann, che a lettura finita ho condiviso pienamente e più vissutamente degli “urli” di quarta: “A Glavinic riesce l’impossibile. Un virtuosismo sulla paura e le sue molte variazioni… al contempo inquietante romanzo del brivido e complessa opera letteraria.” Alla fine il libro parla di questo: della paura, o meglio, delle paure primordiali dell’essere sociale uomo. La paura di restare solo, di doversi guardare indietro per nutrirsi dei propri ricordi, la paura di sé stessi e delle lacune della propria coscienza. Il finale disorienta, ma a ben leggere è in sintonia perfetta con i contenuti del testo: l’intento dell’autore non è quello di offrire soluzioni, ma di raccontare una caduta nel delirio. L’ultima pagina è da staccare e conservare per i posteri, di una struggente e malinconica bellezza. Uno one-man-show di classe.

Titolo: Le invenzioni della notte
Autore: Glavinic Thomas
Editore: Longanesi
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8830424722
ISBN-13:9788830424722
Pagine: 376

asimov fine dell'eternitàNella segreta, ristrettissima casta degli Eterni, un Tecnico è come un chirurgo: glaciale, preciso, impietoso, “opera” sui secoli e sui millenni, modificando minuscoli particolari della realtà. Un barattolo spostato, una lettera non spedita, un appuntamento mancato, e tutto il corso successivo della storia sarà diverso, miliardi di uomini non saranno mai esistiti, terribili guerre saranno state evitate, funeste invenzioni resteranno in inventate. Una nobile missione, che ha il solo fine di assicurare all’umanità uno sviluppo pacifico, armonioso, razionale; così, per lo meno, crede il Tecnico Harlan, finchè il suo lavoro lo mette, letteralmente, davanti a se stesso. E a questo punto gli si forma attorno un gioco di specchi dove passato, presente e futuro, realtà ed irrealtà, possibile e impossibile si mescolano in un vortice in apparenza insensato, ma di cui toccherà a lui dipanare il senso profondo e decisivo.

Opinione personale:
Ne ho letto una non più comunissima copia della serie Urania (n°572, edita l’8 agosto 1971). Attualmente è disponibile sempre presso Mondadori nella collana Best Sellers. Quello che mi impressiona sempre di Asimov è la sua straordinaria logicità, un autentico “passista” dei tempi e del rapporto causa/effetto. Anche in questo caso, come in “Notturno”, il finale a sopresa risulta essere il più logico e difatti l’unico possibile. La fine dell’Eternità rappresenta in un sol momento il presupposto fondamentale alle Fondazioni e la loro conclusione a lunghissimo termine. Lo stile è coinciso, la lettura agevole anche nei momenti in cui il tempo degli eventi si ripiega su sé stesso per allineare tutti gli eventi del racconto, facendo scoprire la chiave di volta di tutta l’opera di Asimov, rappresentata dal secolo settantamillesimo. Magnifico.

Titolo: La fine dell’eternità
Autore: Asimov Isaac
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 1996
Collana: Oscar bestsellers
ISBN: 8804414510
ISBN-13: 9788804414513
Pagine: 238

flagelliIl processo attraverso il quale le piante acquisiscono energia per crescere e prosperare è la fotosintesi. “La fotosintesi comporta una settantina di distinte reazioni chimiche, è un fenomeno assolutamente miracoloso”. Le piante verdi sono state chiamate le “fabbriche” della natura: belle, silenziose e anti inquinanti, producono ossigeno, riciclano l’acqua e forniscono nutrimento al mondo. Si sono formate per caso? È credibile che si siano formate per caso?

No, non è credibile; ma elencare tutti questi esempi non ci porta da nessuna parte. La logica creazionista è sempre la stessa. Un dato fenomeno naturale è statisticamente troppo improbabile, complesso, bello e mirabile per essersi originato dal caso.

Il “progetto intelligente” è l’unica alternativa al caso che il creazionista sa immaginare. Dunque deve esserci stato un autore.

Anche la risposta della scienza a questa logica fallace è sempre la stessa. Il progetto non è l’unica alternativa al caso. La selezione naturale è un’alternativa migliore. Anzi, il progetto non è una vera alternativa, perché solleva un problema ancora più grande di quello che risolve: chi ha progettato il progettista? La vera risposta è la selezione naturale, l’unica soluzione concreta che sia mai stata avanzata; e non solo concreta, ma anche di un’eleganza e una potenza meravigliose.

Come mai la selezione naturale risolve il problema dell’improbabilità, laddove il caso e il progetto restano al palo? Perché è un processo cumulativo, che scompone il problema in piccole parti. Ciascuna parte è leggermente, ma non totalmente improbabile. Quando innumerevoli eventi leggermente improbabili si accumulano uno dietro l’altro, il prodotto finale risulta molto, molto improbabile; così improbabile da non poter essersi verificato per caso. Il creazionista si ostina a trattare la genesi dell’improbabilità statistica come un evento unico e straordinario. Non capisce il potere dell’accumulazione.

In “Alla conquista del Monte Improbabile”, ho spiegato la questione con una parabola. Un versante della montagna è ripidissimo e inaccessibile, mentre l’altro è un lieve declivio erboso. Sulla vetta si trovano congegni complessi come l’occhio o il motore flagellare batterico. L’idea assurda che tale complessità possa nascere spontaneamente da sola è simboleggiata dal balzo che si dovrebbe fare per passare direttamente dalla base alla cima. L’evoluzione, invece, agisce sull’altro versante che si arrampica sul lieve declivio. Facile! Il principio dell’ascesa graduale, che si contrappone al balzo impossibile in cui bisognerebbe cimentarsi sul versante scosceso, è molto semplice e stupisce che sia stato proposto solo nel 1859.

I creazionisti che cercano di usare l’argomento dell’improbabilità a loro vantaggio spesso assumono che l’adattamento biologico sia una questione di tutto o niente. Un altro nome dell’errore tutto o niente è la complessità irriducibile. L’occhio vede o non vede. Le ali volano o non volano. Si dà per scontato che non ci siano stadi intermedi. La vita reale guarda ai dolci declivi del Monte Improbabile, mentre i creazionisti guardano solo il picco inaccessibile del versante scosceso.

L’idea di complessità irriducibile non è nuova, ma questa particolare espressione è stata coniata nel 1996 dal creazionista Michael Behe, cui si attribuisce il merito (se merito è il termine giusto) di avere portato il creazionismo in un nuovo settore della biologia, quello della biochimica e della biologia cellulare, da lui ritenute forse un miglior terreno di caccia alle lacune di quanto non si siano dimostrati gli occhi e le ali. Il suo esempio migliore (ma pur sempre cattivo) di lacuna è il motore flagellare batterico.

Il motore flagellare batterico è una meraviglia della natura. È l’unico esempio noto, al di fuori della tecnologia umana, di asse a rotazione libera. Le ruote di animali di grandi dimensioni sarebbero, penso, esempi autentici di complessità irriducibile ed è forse per questo che non esistono. Come potrebbero i nervi e i vasi sanguigni attraversare il mozzo? Il flagello è un propulsore simile ad un filamento, con cui il batterio si scava la strada nell’acqua. Diversamente dal flagello di altri organismi come i protozoi, il flagello batterico non ondeggia come una frusta nè rema come un remo. Ha un vero e proprio asse a rotazione libera che gira in continuazione all’interno di un vero mozzo, propulso da un incredibile quanto microscopico motore molecolare. A livello molecolare, il motore utilizza in pratica lo stesso principio del muscolo, ma a rotazione libera anziché a contrazione intermittente. È stato definito, con felice espressione, un minuscolo motore fuoribordo.

Senza giustificare, spiegare o ampliare il discorso, Behe afferma che il motore flagellare batterico è irriducibilmente complesso. Poiché non fornisce argomenti per suffragare l’asserzione, c’è da sospettare che non abbia sufficiente immaginazione. La chiave per illustrare la complessità irriducibile è, secondo Behe, dimostrare che nessuna delle parti potrebbe avere una sua funzione: tutte dovevano avere quella precisa struttura prima che una qualsiasi di esse potesse servire a qualcosa. In realtà, i biologi molecolari non stentano a trovare parti che funzionano al di fuori dell’ insieme, sia nel caso del motore flagellare sia negli altri pretesti esempi di complessità irriducibile.

Nel caso del motore rotante batterico, Miller richiama alla nostra attenzione un meccanismo chiamato type three secretory system (sistema secretivo di tipo tre) o TTSS. Il TTSS non serve al movimento rotatorio. È uno dei molti sistemi usati dai batteri parassitici per pompare sostanze tossiche nelle pareti cellulari allo scopo di avvelenare l’organismo ospite. Le molecole proteiche da cui è composto il TTSS sono molto simili ai componenti del motore flagellare.

L’evoluzionista capisce che, quando il motore flagellare si evolse, i componenti del TTSS furono requisiti per una funzione nuova, ma non del tutto priva di relazioni con quella precedente. Non stupisce che il TTSS, il quale fa girare le molecole del suo “distributore”, utilizzi una versione rudimentale del principio alla base del motore flagellare, il quale fa girare le molecole dell’asse. Evidentemente, componenti cruciali del motore flagellare erano già esistenti e funzionanti prima che il motore flagellare si evolvesse. Requisire meccanismi esistenti è uno dei metodi con cui una struttura che sembra irriducibilmente complessa può salire sul Monte Improbabile.

Come ha osservato il genetista americano Jerry Coyne nella recensione al libro di Behe: “Una cosa ci ha dimostrato la storia della scienza: che non arriviamo da nessuna parte dando alla nostra ignoranza il nome di Dio”.

Estratto sintetizzato da “L’Illusione di Dio”, di R. Dawkins.

toghe rotteIl cittadino che abbia voglia di capire perché molte persone condannate per reati finanziari le ritroviamo coinvolte in scandali successivi; perché perfino i reati più comuni (rapine, estorsioni, sequestri di persona, omicidi, ecc.) spesso sono commessi da gente che è già stata condannata per altri reati; perché il processo termina, nel 95% dei casi, con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione. Per capire perché accade tutto questo, è necessario sapere che cosa succede nelle aule dei tribunali e come si lavora nelle Procure. Ecco un libro che finalmente lo racconta. Se si supera lo choc di queste testimonianze offerte da vari magistrati e avvocati, sarà poi più facile valutare le esternazioni in materia di giustizia che provengono dal politico di turno, di volta in volta imputato, legislatore, opinion maker, e spesso contemporaneamente tutte queste cose. Accompagna le testimonianze un testo illustrativo ad uso dei cittadini, per capire come funziona la giustizia (la pena, i gradi di giudizio, le indagini, il processo ecc.). La prefazione al libro è di Marco Travaglio. Bruno Tinti è procuratore aggiunto presso la Procura di Torino. “Uno di quelli che prende ordini dal procuratore capo e non ne può dare ai sostituti.” Si occupa di reati finanziari: falsi in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale, bancarotta.

Opinione personale:
C’è un problema in Italia, uno fra i troppi, che ha il nome e il cognome di tutta la classe politica italiana dell’ultimo ventennio, superando il confine fra Prima e Seconda Repubblica. La giustizia, ovvero del più perfettamente progettato trita-acqua della nazione. Ora, se tritare l’acqua vi sembra quanto meno un inutile spreco di energia, la lettura di “Toghe Rotte” farà senz’altro per voi. La giustizia raccontata da chi la fa, ovvero da giudici, pubblici ministeri, amministrativi. Da Bruno Tinti e dai suoi colleghi arriva una denuncia sotto forma di coro ad una voce: la giustizia italiana è stata scientificamente tarata per non funzionare. Corollario: andare in galera è semplicemente molto difficile, richiede impegno e crudeltà o, in alternativa, povertà e non cittadinanza. Un brevissimo passo rende l’idea del tutto: “…è bene dire che tutte le contravvenzioni in materia antinfortunistica, ambientale, ecologica, di inquinamento; tutti i delitti di corruzione, falso in bilancio, frode fiscale; tutti i delitti di maltrattamento in famiglia e violazione di assistenza famigliare, tutti i delitti di falsa testimonianza, tutti i delitti di truffa, anche ai danni dello Stato o di Enti Pubblici o dell’Unione Europea; tutti questi delitti e tanti altri che non cito non saranno mai puniti. Nessun processo per questi delitti si concluderà con una effettiva. Nessuno che abbia commesso uno di questi delitti andrà mai in prigione”. Punto. Un libro che ha il pregio di essere scritto pensando ai non addetti ai lavori e, quindi, immediatamente comprensibile. Se non fosse per l’esistenza del procedimento civile, che di solito si accompagna a quello penale nei delitti, alla luce di quanto letto in questo lavoro sarei tentato di passare dalla parte del ragioniere Casoria & compagni. Da incensurato comincerei a rischiare di finire in galera (pardon, casa circondariale) dall’usura in poi: per il resto o la sospensione della pena (che dopo cinque anni scomparirebbe anche dalla fedina) o una gustosa parcella ad uno smaliziato avvocato penalista con obiettivo, facilmente raggiungibile già solo cambiando ogni tanto residenza, prescrizione. Ci ho messo molto più del dovuto per completare la lettura di questo scritto: la presa d’atto di alcune delle situazioni esposte fa montare un senso di rabbia, nausea e impotenza che si oppone al proseguimento della lettura. “Toglietevi dalla testa l’idea della giustizia come la vedete nei film”, un buon secondo sottotitolo per il libro. Un’ultima nota: contiene la gustosa e raccapricciante guida “Come uccidere la moglie e vivere felici”. Con questo ho detto davvero tutto.

Titolo: Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa
Curato da: Tinti B.
Editore: Chiarelettere
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8861900305
ISBN-13: 9788861900301
Pagine: 181

vittoria

Quando già avevo pronta la diffida per decorrenza dei termini, stamattina arriva una nuova comunicazione della Curia Arcivescovile circa la mia pratica di sbattezzo. Passati (molto abbondantemente, a dir la verità) i 15 giorni di “riflessione”, si è provveduto ad inoltrare disposizioni al parroco della chiesa dove sono stato battezzato di annotare la mia volontà di uscire per sempre dalla confessione religiosa denominata “Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. L’annotazione è avvenuta in data 22 marzo, data da cui anche formalmente non sono più un cattolico. Contestualmente mi è stata comminata la scomunica latae sententiae. Contenti loro, contento io!

Riporto di seguito la lettera inviatami oggi dal Vice Cancelliere Arcivescovile e ricordo a tutti i lettori che revocare il battesimo ed uscire dalla Chiesa è possibile. Per coerenza, per onestà, per integrità, per protesta, per libero vivere, per critico pensare. Ogni interessato troverà le sue motivazioni.

Ogni altra informazione è a vostra disposizione sulla scheda sullo sbattezzo dell’U.A.A.R. (Unione Atei Agnostici Razionalisti italiani).

Gentile Signore,

In risposta alla Sua richiesta di “non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica Apostolica Romana” datata 13 febbraio 2008, indirizzata al Parroco della Parrocchia S. Maria delle Grazie a Capodimonte, in Napoli.

Visto l’art.2 §7 del decreto generale della Conferenza Episcopale Italiana recante Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza, del 30 ottobre 1999, Le confermo di avere dato disposizione in data 17 marzo 2008, al parroco di S. Maria delle Grazie a Capodimonte, in Napoli, di apporre sul libro dei battezzati, concernente la volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata “Chiesa Cattolica Apostolica Romana “

Il predetto parroco, in data 22 marzo 2008, ha dichiarato di aver effettuato la predetta annotazione, che comporta le conseguenze di ordine giuridico riportate in nota*.

Napoli 4 aprile 2008
Il Vice Cancelliere Arcivescovile

* Conseguenze dì ordine giuridico:
- esclusione dall’incarico di padrino per il Battesimo e la Confermazione (cann.874 § 1; 893§ 1);
- necessità della licenza dell’Ordinario del luogo per l’ammissione al matrimonio canonico (canti. 1071 § 1,5°; 1124);
- privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento (con. 11S4§ 1,1°);
- esclusione dai sacramenti e dai sacramentali (cann. 1331 § 1,2; 915);
- scomunica latae sententiae (eun. 1364 § 1).


>dio non è grandeUn atto di accusa contro la religione in tutte le sue manifestazioni, un duro pamphlet in difesa della ragione e del laicismo firmato da uno dei grandi nomi del giornalismo di opinione internazionale. “La fede religiosa è inestirpabile, appunto perché siamo creature ancora in evoluzione. Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoranza e degli altri”. Questa la tesi da cui parte “Dio non è grande”. Muovendosi tra l’analisi dei testi di fondazione delle grandi religioni (Bibbia e Corano sopra tutti) e la riflessione sull’attualità politica e sullo scontro di civiltà in atto, Hitchens costruisce un implacabile atto di accusa contro le follie cui l’uomo si abbandona nel nome di una fede: oscurantismo, superstizione, intolleranza, senso di colpa, terrore verso la sessualità, anti-secolarismo. Contro questi non-valori, e memore della grande tradizione laica anglosassone, Hitchens reclama un ritorno alle idee dell’illuminismo, intessendo un elogio arguto e a tratti commovente della ragione umana. Un saggio che senza mai rinunciare alle armi dell’ironia e del paradosso, costringe faziosamente il lettore a schierarsi.

Opinione personale:
E’ un libro snello, di livello ma scritto in modo da risultare discorsivo e di conseguenza non particolarmente impegnativo. Rappresenta, secondo me, una buona introduzione ai temi dell’ateismo, da proporre prima di avventurarsi in tomi più robusti e intensi. Introduce una biblioteca di minima composta da “L’Illusione di Dio”, per l’appunto “Dio non è grande”, “Rompere l’incantesimo”, “Perché non possiamo essere Cristiani e meno che mai cattolici” e “Libri Proibiti: quattro secoli di censura cattolica” (per contestualizzare il tutto anche allo scenario italiano). So che a livello editoriale sta riscuotendo un successo simile a “L’Illusione di Dio” di Dawkins: spero che il pubblico sia diverso, perché diverso è il target a cui sono rivolti i due libri. Se “L’Illusione di Dio” è un manuale di “conversione atea”, “Dio non è grande” ne rappresenta un compendio divulgativo di massa. Si riproduce un po’ lo stesso rapporto che intercorre fra la Bibbia e i manuali per catechisti. Liberamente ispirato, ma fatto della stessa sostanza del padre.

Tutti e due i libri, infatti, non si nascondono dietro al “rispetto non dovuto”, ma passano all’attacco della religione in modo secco e risoluto. L’intento è quello di scuotere, di dare uno schiaffo ad un pubblico dormiente. Rende l’idea il breve passaggio in cui la religione viene definita a bruciapelo come violenta, irrazionale, intollerante, alleata del razzismo e della bigotteria, unta d’ignoranza, ostile alla libera ricerca, sprezzante delle donne, coercitiva dei bambini. Segue dimostrazione, in cui Hitchens non risparmia il lancio di frecce avvelenate col veleno dell’ironia. Andando avanti nella lettura mi sono trovato, in un paio di occasioni, a chiedermi se l’Autore avesse letto “Il nome della Rosa” di Eco, con Dio timorato della commedia.

I titoli dei capitoli sono volutamente polemici e riassumono in una stilettata le tesi che vengono progressivamente esposte. Alcuni esempi: “La religione uccide”, “La pretese metafisiche della religione sono false”, “Il Nuovo Testamento supera in malvagità l’Antico”, “I guasti inizi della religione”, “Non c’è una soluzione orientale”, “La religione è abuso di minore” (quest’ultimo addirittura caustico). Pungente.

Titolo: Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa
Autore: Hitchens Christopher
Traduttore: Marchetti M.
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Einaudi. Stile libero. Inside
ISBN: 8806183370
ISBN-13: 9788806183370
Pagine: 271
Letto: agosto 2007

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