cancello cielo

Ultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Per una storia che finisce, altre stanno per cominciare. E’ tempo di bilanci. E’ tempo di risposte.

E’ tempo che si aprano i cancelli, che la vita torni a bussare. E’ passato un anno.

Argomento di oggi: Il Primo Anno

Il primo anno. Il vero “Punto e Daccapo”. Quest’ultimo capitolo non è destinato a chi è ancora ustionato dalla rovinosa caduta che accompagna un evento grave come la perdita di un’amicizia duratura e ritenuta incrollabile. Può risultare utile per avere un’idea di quel che sarà, ma non è emotivamente scritto per chi si dibatte ancora fra miasmi putrefattivi e la guerra del giorno dopo.

Il primo anno significa molto. Significa essere passati attraverso quattro stagioni, varie festività, compleanni, ricorrenze, appuntamenti, eventi ed essere sopravvissuti, avendo visto cosa succede e com’è la vita dopo.

Il primo anno è il primo bilancio completo ed esaustivo di com’è la vita senza l’amicizia che fu. La mente è fredda, le ansie e le depressioni sono superate, la rete sociale si è ricompattata e lo si può compilare con serena obiettività.

Prima considerazione: il mondo va avanti, a prescindere. E’ una realtà banale che viene dimenticata nei primi periodi dopo la lite che ha ucciso la vostra amicizia. Non è che la vita si disinteressi di voi, ma si interessa anche degli altri. Dopo un anno, dovrete essere in grado di capire e accettare con serenità che la vita va avanti ad episodi. E che l’episodio dal finale drammatico che avete visto e vissuto è finito un sacco di tempo fa. Restano i ricordi, la pellicola registrata. Tenete il buono e scartate quello che non vi è piaciuto, nessuno potrà biasimarvi se fate una selezione. Io conservo a tutt’oggi tutte le fotografie e i video che abbiamo fatto in tanti anni: non ho motivo di cancellarle, sono il buono della pellicola. Conservo, per mia scelta, anche le foto fatte l’anno scorso durante la vacanza (sic!) che portò alla fine di quell’amicizia. Ho scelto di conservare anche il meno buono, per mia lezione ed esperienza. Ho scartato solo l’orrido.

Con questo non intendo dire che ho cancellato le foto che ritraevano anche l’Innominato, nient’affatto. Ho detto di aver scartato l’orrido, ovvero di aver scartato il risentimento associato a quel periodo. Ma non ho detto neanche di aver perdonato: non mi interessa perdonare, ne ho già scritto i motivi negli episodi passati. Ma ho messo da parte il desiderio di “spezzare le gambine” all’Innominato se me ne fosse capitata l’occasione. Non mi interessa che paghi anche quel che non deve pagare: di per sé si è già procurato un conto salato da scontare a rate per anni. Quel conto voglio che lo paghi tutto, senza condoni, ma senza interessi di mora.

Ogni tanto, anche se mi sembrava banale all’epoca in cui la sentii per la prima volta, mi torna in mente una frase di John Hammond, il “nonno” di Jurassic Park: “Non biasimo le persone per i loro errori, ma pretendo che ne paghino lo scotto”. E’ una frase fatta dal cinema per il cinema, ma rappresenta in modo adeguato come, ad un anno di distanza, mi pongo dinanzi ai fatti che furono.

Un anno è un sacco di tempo, prendetene atto. In un anno la gente vive, muore, si affeziona e si allontana, medita ed esterna, lavora sulla sua realtà, sul suo mondo, su sé stessa. Cambia come è sacrosanto che cambi: solo nella morte non c’è evoluzione.

Anche la controparte sarà cambiata, in qualche modo: usando le vostre reti sociali avrete, anche inconsciamente, creato dei canali informativi. Saprete sempre qualcosa del vostro ex-amico, anche se lui alzerà filtri e imporrà silenzi. Potrete seguire, da osservatori esterni, il suo evolversi.

E, funzionalmente all’amicizia che fu, il cambiamento può seguire due sole strade: secondo corrente e contro corrente, ovvero volto al riavvicinamento o al consolidamento dell’allontanamento. Lo stesso sarà avvenuto in voi, in tempi estremamente variabili.

Io credo di poter valutare la mia evoluzione come inizialmente volta al riavvicinamento condizionato: disponibile, ma a condizione di una razionalizzazione degli eventi anche dalla controparte. Non si tratta, l’ho già scritto, di un avvicinamento subordinato a scuse profonde con annessa vestizione di cilicio punitivo, ma alla presa di coscienza di aver commesso un errore.

Un (bel) po’ di comunicazione, condita da una spruzzata di contenuti, logicità, razionalità, considerazione, rispetto, voglia di confronto e di mettersi in gioco. La soluzione al problema sarebbe emersa da sé, come è stato nella seconda rottura che stava per verificarsi in seguito a quegli eventi e che è stata prevenuta con completo successo. Parlando.

Un tentativo di dialogo fu fatto, secondo me troppo presto, da un amico comune (che oggi è ancora mio amico strettissimo e fraterno, ma non più della controparte): ne ebbe in risposta offese, improperi e bestemmie urlate in faccia (per l’appunto). Già allora capii di non dovermi aspettare una evoluzione positiva della faccenda.

Visto che nulla di ciò si è verificato (tutt’altro, ha prevalso un modello irrazionale secondo cui io e tutta la mia “cricca” saremmo assimilabili alla discendenza di Messer Satanasso in carne, ossa, corna, coda e forcone per malizia, meschinità, premeditazione e bieca crudeltà d’esecuzione), dopo qualche mese ho preferito consolidare l’allontanamento.

Dopo un anno bisogna essere in grado di discriminare le responsabilità, senza coinvolgimenti emotivi imponenti, perché (seconda considerazione) il mondo non manda in onda repliche.

Proprio perché cambiano, ogni esperienza può definirsi al massimo simile a qualcuna già presente nel nostro bagaglio umano, ma mai uguale. Anche se l’input resta lo stesso, cambia l’unità di elaborazione. L’output che ne esce è sempre diverso e mai replicabile con esattezza. Dopo un anno è lecito attendersi che il nostro cambiamento abbia assunto portata tale da permetterci una rivalutazione dei fatti. Svuotati da vividi contenuti emotivi, restano i rapporti causa/effetto e quindi le responsabilità. Individuare gli errori, propri ed altrui, con precisione e identificare le responsabilità e le “pene” associate è importante. Per stare bene con se stessi e per smettere di guardare indietro orientandosi al futuro, che deve interessarci proprio perché possiamo influenzarlo, orientarlo e modificarlo.

Ho fatto questa operazione proprio in questo periodo in cui ricorreva l’anno esatto dal fattaccio. Gli errori dell’ex-amico li ho ormai ben chiari e noti. Non avevo indagato con accuratezza sui miei, reali o potenziali.

Non mi idealizzo come l’essere perfetto. Di conseguenza devo aver fatto degli errori. Questa la premessa.

Dove posso averli commessi? E, soprattutto, che quota di responsabilità devo accollarmi?

Ho fatto degli errori, questa è la scoperta del Primo Anno. Scoprire di aver fatto degli errori vi alleggerirà le spalle, perché conoscendoli potrete evitare di incapparvi ancora. L’esperienza, seppur durissima, avrà lasciato sul vostro conto in banca una lezione ad uso futuro, con interessi maturati e immediatamente spendibile. Comprendere gli errori è una conquista, ma non dovete cimentarvi troppo presto a cercarli: rischiereste, sopraffatti dall’emotività, di idealizzarvi come vittime o come cavalieri senza macchia. E allora l’esperienza sarebbe irrimediabilmente sprecata. Una doppia sconfitta: pagata e dilapidata. Inutile.

Rimpianti? Certo. Uno solo. Non aver mai avuto occasione di pagarlo con la sua moneta. O meglio, di averla avuta, ma di averla sfruttata in modo limitato. Ero ancora nella prima settimana e, in fondo, speravo che la cosa si potesse sistemare. Quando mi si presentò l’occasione, non affondai il così detto “Carico da 11” (termine preso in prestito dalla briscola, ad intendere un affondo deciso senza possibilità di cambiare gioco), limitandomi a giocare una scartina. Il Carico da 11 avrebbe affossato per sempre e all’istante l’intera faccenda, la scartina l’ha tenuta in sospeso per qualche tempo. Un errore che oggi non rifarei e nel contempo l’unico rimpianto che mi ha lasciato tutta questa triste storia.

Prima di tutto oggi so di essere stato persuaso, in buona fede, ad attendere troppo a lungo prima di intavolare la questione. I comportamenti scorretti dell’Innominato sono cominciati la seconda sera, il litigio è esploso solo alla quinta. Probabilmente una messa sul banco del problema già in seconda serata avrebbe portato ad una “detonazione” di minore entità, evitando di lasciar formare, forse, un’erronea convinzione di tolleranza o cecità alla situazione che si stava creando. Oggi non darei ascolto a richieste di temporeggiamento. Anzi, sono arrivato a considerare la tendenza attendista come un difetto. Correggibile, ma un difetto.

Secondo errore: la mia errata convinzione che tutte le persone avessero una loro logicità, anche se sepolta sotto apparenze a volte “tamarre”. Sulla base di questa convinzione ho sperato in una soluzione fondata sul dialogo, che non è stata neanche valutata dalla controparte, che l’ha affossata sotto urla e offese. La guerra dei trichechi. Oggi so che con certe persone l’unica è fare muro contro muro, urla contro urla, ira contro ira, forza contro forza. Anche se mi reputo in linea di massima, ma controvoglia, capace di affrontare questo tipo di “dialogo”(!!!), so anche che non mi interessa avere fra i miei conoscenti e meno che mai fra i miei amici questo tipo di soggetti: l’albero delle relazioni, per non ammalarsi, ha bisogno di essere potato quando serve. E non bisogna mai piangere sui rami secchi.

Per quanto riguarda le responsabilità: se io ho pagato duramente la mia parte, nondimeno mi pare giusto che lui paghi la sua. E che continui a pagarla anche se so che è molto più gravosa della mia. La cosa è compensata dal fatto che io ho pagato “a gratis” ciò che si sarebbe potuto evitare di pagare (per entrambi), lui ha deliberatamente scelto di non tentare di avere uno “sconto”. Che paghi, dunque. Crudele? No, reale. La crudeltà sta nella realtà delle cose, non nella sua applicazione.

Spazio alla terza considerazione: il mondo può essere migliore, ma dovete volerlo ed essere pronti. L’attesa è buona solo per dare tempo alle ferite di smettere di sanguinare. Dopodichè la guarigione interverrà solo con l’azione, cioè dandovi da fare, diventando attivi e propositivi. Una volontà generica di miglioramento vi accompagnerà sempre, ma non potrete accorgervi delle occasioni di cambiamento e di miglioramento che vi si presenteranno nel tempo se non vi sentirete pronti a coglierle. Quando sarete pronti, le occasioni busseranno alla vostra porta, ai vostri cancelli. A quel punto ci sarà solo da raccoglierle. Il più sarà già stato fatto. Il mondo tenderà al miglioramento se lo assecondate, remerà contro di voi se lo ignorate. E’ una considerazione tutto sommato semplice, ma che viene capita appieno solo quando l’esperienza lo consente. Da qualche tempo ho imparato a navigare seguendo le correnti: mi sono affacciato a baie mai viste prima, riesco a seguire la costa senza infrangermi sulle scogliere, godendomi la loro semplicità o la loro complessità. Posso decidere se essere spettatore o attore e, cosa più importante, posso decidere che ruolo interpretare. La cosa mi riempie di soddisfazione.

E questa è la fine della storia. Spero tanto vi sia stata utile, come alla fine è stata utile a me. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di questo percorso, ma non so a che punto siete del vostro. Non mi aspetto molti commenti: se non siete stati travolti da un evento grave come quello che vi ho raccontato in queste “puntate” non sentirete la necessità di commentare, se ne siete stati travolti forse vi farà ancora troppo male scriverne. Credendo nel valore delle esperienze e della loro comprensione, ho cercato di proporvi la mia. E pazienza se di tanto in tanto ho allegato anche le mie conclusioni. Non saranno né perfette né universali, ma sono le mie. Quelle che oggi vedo come un investimento.

Si cresce e si cambia, sempre, fino all’ultima ora dei nostri giorni. La mia vita è migliore, ho fiducia che si stia preparando a migliorare ancora. Cercherò di essere pronto prima possibile. Oggi so che, quando lo sarò, busserà instancabile ancora una volta ai miei cancelli.

Lascio a voi il compito di prepararvi e di mettervi in moto.
Credetemi, male non farà.

freenet

Si avvicina l’Olimpiade cinese, va incontro ad una sua ciclica crisi febbrile il tema delle libertà di stampa, opinione, critica contrapposta alla censura. Episodio uno.

Si avvicina il Grande Fratello Svedese, la legge sul controllo di stato di tutte le comunicazioni informatiche, ritorna la febbre malarica del tema privacy. Episodio due.

Si avvicinano le elezioni USA e si manifestano le convulsioni recidivanti del tema terrorismo e sicurezza, da conquistare vendendo al mercato sempre più libertà fondamentali. Episodio tre.

La Storia tenta di insegnare che a sistemi di controllo più stretti corrispondo vie di elusione più raffinate ed eleganti, che le informazioni che si vorrebbero eradicare, per contrappasso, tendono ad una migrazione spontanea verso le fessure più sommerse e improbabili del Sistema.

Questa compressione taglia via una fetta di popolazione in modo direttamente proporzionale alla forza del controllo dalla conoscenza dei contenuti indesiderati. Questi ultimi diventavano sempre più elitari e ristretti a cerchie, nel bene o nel male, selezionatissime di individui, con rigidissimi criteri di inclusione.

Questa accezione del rapporto censura/elusione viene rovinosamente meno con Freenet, uno fra i più potenti strumenti di elusione informatica del controllo ideologico, in grado di superare ogni tipo di censura (compresa quella dei filtri di stato cinesi). La correlazione fra grado di riservatezza di un dato e facilità di accesso allo stesso non esiste più: chiunque abbia le (poche) competenze per installare sul suo PC un nodo Freenet ha la possibilità di esplorare questa Internet “sommersa” in tutta la sua larghezza e profondità.

Allora, cosa è Freenet?

Freenet si presenta come una rete P2P, concettualmente al pari di eMule, BitTorrent e tante altre, ideata per resistere selettivamente al controllo delle informazioni, all’identificazione della loro origine, del loro percorso e della loro destinazione. La sicurezza della trasmissione delle informazioni è esaltata a danno della velocità: Freenet è una rete strutturalmente lenta, ma assolutamente incontrollabile ed inaffondabile. Chi vi si affaccia sparisce letteralmente dal mondo, confondendosi in un solo mare magnum in cui l’identificazione diretta dell’identità è impossibile, quella diretta estremamente improbabile a meno di grossi errori o di clamorose ingenuità dell’utente.

Funziona interfacciandosi preferibilmente con Mozilla Firefox o con i suoi applicativi nativi. L’esperienza è quindi, per la maggior parte degli utenti, simile ad una normale navigazione in Internet, seppur caratterizzata da una insolita lentezza.

L’idea di Freenet venne al suo padre fondatore, Ian Clarke, nel 1999: consisteva nella creazione di un protocollo di comunicazione finalizzato alla distribuzione e alla ricostruzione di dati in forma anonima. Il percorso di un dato si evolve dal concetto di origine-destinazione a quella di trasporto distribuito, ovvero di più origini (ognuna avente anche, ma non necessariamente, solo una parte dell’informazione di interesse), una rete di nodi trasportatori ed una destinazione inidentificabile col compito di ricostruire l’informazione. La sua struttura è intrinsecamente complessa e non è obiettivo di questo articolo affrontarla. Rimando i lettori interessati in tal senso alle pagine di Wikipedia, da cui mi limito a prelevare due brevi estratti.

L’esperienza di Freenet è quella di una navigazione in Internet insolitamente lenta e senza veri e propri motori di ricerca. Freenet si installa come un servizio di sistema che, all’occorrenza, può essere utilizzando configurando ad hoc Mozilla Firefox. Dal momento in cui si lancia la versione di Firefox configurata per Freenet, si esce da Internet e si entra in un’altra realtà.

Non esistono motori di ricerca, data la natura distribuita e frammentata dei dati: esistono invece i cataloghi, enormi collezioni di collegamenti, divisi per categorie, in cui la ricerca è fatta alla vecchia maniera. A mano, con occhi e pazienza da vendere.

Le pagine dei siti Freenet hanno tutte una struttura agevole, fatta di HTML base e immagini, con poco altro. Niente fronzoli in flash, niente quintali di script. Per distribuirsi e ricomporsi in modo efficiente, un sito Freenet deve essere lineare, leggero. Sotto questo punto di vista, la navigazione somiglia in estetica e velocità a quella su modem analogico della metà degli anni ’90: il caricamento di un sito si misura in minuti, non in secondi. E il download di un file si misura in ore, non minuti.

E’ un tuffo nel passato, fatto di argomenti attualissimi e, per scelta, convenienza e/o sicurezza degli autori, sommersi. Sottratti ad Internet.

Ed è qui che comincia la parte scottante della discussione.

Da Wikipedia: “Sebbene molte nazioni censurino le comunicazioni per motivi diversi, hanno tutte una caratteristica comune: qualcuno deve decidere cosa tagliare e cosa mantenere, cosa considerare offensivo e cosa no. Freenet è una rete che elimina per chiunque la possibilità di imporre la sua scala di valore sugli altri; in pratica, a nessuno è permesso decidere cosa sia accettabile. La tolleranza verso le opinioni altrui è fortemente incoraggiata, agli utenti è richiesto di non prestare attenzione ai contenuti che non approvano”.

Il problema della libertà assoluta di pubblicazione, accompagnata dalla sicurezza dell’anonimato, solleva la questione sulla capacità di autoregolamentazione di chi contribuisce ai contenuti di Freenet e, soprattutto, la questione relativa alla liceità di questi contenuti.

Per come è pensata, Freenet è la rara realizzazione di un’utopia anarchica. Un mondo virtuale nelle forme e reale nei contenuti, dove non esiste controllo, non esistono norme e non esistono pene.

La stessa disapprovazione sociale è eterea: come si fa a disapprovare un anonimo? La disistima non ha un bersaglio identificabile, non si può intervenire direttamente per rimuovere un contenuto.

Ancora da Wikipedia: “Per la sua stessa natura, Freenet è da sempre al centro di critiche, discussioni e accuse. La maggior parte di queste contesta il fatto che la stessa tecnologia che permette a persone perseguitate di comunicare le proprie idee a un gran numero di persone (senza che si possa risalire all’identità di chi le ha pubblicate o di chi le ha lette), viene anche usata per pubblicare materiale pedopornografico che, se cercato con costanza, può essere visionato da chiunque. In ogni caso Freenet è stata progettata per resistere alle deformazioni: i contenuti che non vengono letti per un lungo periodo, scadono e scompaiono.”

Sopravvivenza ed opinabilità dei contenuti di Freenet: un argomento delicato. Freenet è una rete: nulla di più e nulla di meno. E’ uno strumento lasciato volontariamente ed irreversibilmente nelle mani degli utilizzatori. Sottolineo la parola “irreversibilmente”: oltre a non essere basata su server centrali disattivabili (come nel caso della rete del defunto WinMX) o trasformabili in specchietti per le allodole (come nel caso della rete ED2K di eMule), è fatta per non poter essere censurata o controllata, in qualunque modo.

C’è solo un modo per far si che un contenuto sparisca da Freenet: scoraggiare gli altri a visionarlo. Una volta iniettato in rete, un contenuto in Freenet acquisisce vita propria: non può essere cancellato dall’autore, non può essere rimosso da terzi. Tutto finchè c’è qualcuno che lo cerca: rimbalzando da un nodo della rete all’altro, infatti, il contenuto si frammenta e si moltiplica. Non esistendo server in Freenet, l’unico modo che ha un dato per estinguersi è quello di essere dimenticato. In questo modo, dopo del tempo, le cache degli altri utenti, per ricambio, cestineranno i contenuti non richiesti, ripulendo la rete. Il discorso non vale se però c’è anche una sola persona (non necessariamente l’autore originale) che re-inietta nei nodi, ponendolo in condivisione, il contenuto a rischio d’estinzione. In tal senso, i contenuti di Freenet sono potenzialmente eterni, visto che la re-iniezione può anche essere parziale.

Una delle domande frequenti rivolte ai responsabili del progetto Freenet è la seguente: non voglio che informazioni che non condivido o trovo ripugnanti passino anche attraverso il mio nodo (il computer su cui si installa Freenet), per di più stazionando nel mio datastorage (la quota di spazio assegnata al funzionamento di Freenet). Cosa posso fare?

La risposta è lapidaria: disinstallare Freenet.

Non c’è nulla che si possa fare per controllare il tipo di dati in transito sul proprio nodo. Per di più essi non arrivano mai in forma completa (secondo il principio di frammentazione e duplicazione) e comunque sono completamente criptati in modo forte. Se volete usare Freenet dovrete venire a patti con i suoi lati oscuri. Ripeto: Freenet è una rete e come in tutte le reti ci sono galantuomini e sommersi.

No, non dovrete temere di ritrovarvi filmati pedopornografici o piani terroristici sul computer usando la rete anonima. Ma qualche frammento inutilizzabile, a causa e grazie alla cifratura imposta dal sistema, è praticamente certo che transiterà attraverso di voi.

Domanda immediatamente corollaria: ma allora, a livello legale, si rischia ad usare Freenet?

Risposta (banale): come tutte le cose del mondo, dipende da che uso ne fate.

Non dovrete preoccuparvi dei dati in transito: non essendo mai in forma completa, essendo cifrati e inaccessibili anche a voi (nonché alle forze di polizia), non c’è modo di dire cosa abbiate nel datastorage.

C’è una possibilità statistica che vi sia in transito materiale illegale, ma la sua presenza non è dimostrabile né in modo diretto (analisi dei dati), né in modo indiretto (eventuale analisi dei nodi vicini). Inoltre le chiavi di crittazione dei dati sono casuali e molto robuste. Essendo casuali, nessun giudice potrà ordinarvi di rivelarle, visto che vi sono ignote. Essendo robuste, nessun operatore umano potrà violarle in tempi umani. Essendo i dati altamente frammentati, nessuno potrà comunque mai tirar fuori un ragno dal buco. In tal senso, c’è stato un buco nella versione 0.5 del programma che permetteva un’analisi di pattern comportamentale del nodo indagato, ma con la versione 0.7 (quella corrente) anche questo minuscolo foro nella diga è stato sistemato a dovere.

Riassumendo: in Italia è perfettamente legale installare un nodo Freenet e usarlo a proprio piacimento. Allo stesso modo, è vietato procurarsi materiale considerato illegale in Italia, al pari di tutte le reti di condivisione dei file. La responsabilità, come è ragionevole, sta nell’utilizzatore di uno strumento, non nello strumento in sé.

Di conseguenza, se volete usare Freenet per procurarvi informazioni create dai diretti interessati sulla situazione cinese, sui problemi del Myanmar, se volete leggere rapporti sulla tortura negli Stati Uniti, la controstoria del DC-9 di Ustica o di tanti altri fatti su cui l’informazione pubblica, anche in paesi liberali, tace o i resoconti di situazioni su cui invece un’informazione connivente applica una rigorosa censura, Freenet fa per voi.

Ecco l’utente medio di Freenet: uno spirito libero, curioso, critico ed intraprendente. Il popolo dei fuorilegge e dei paranoici fa da contorno: Freenet realizza l’utopia dell’informazione libera, non quella del mondo ideale dove il male non esiste. Fatevene una ragione, prima di cominciare il vostro percorso.

Con questo articolo vado a creare una nuova categoria del blog denominata “Dentro Freenet”. Mi propongo di presentare, senza periodicità e secondo mia volontà e discrezionalità, alcuni contenuti di Freenet al mondo esterno. Contenuti che, nei paesi di origine, sarebbero soggetti a censura o considerati illegali e che, per l’appunto, selezionerò fra quelli la cui riproduzione non dovrebbe creare problemi in un paese a livello di libertà d’espressione intermedio quale è oggi l’Italia (dato internazionale sulla libertà di stampa).

Non mi si equivochi: fornirò, per chi vorrà utilizzarle fattivamente, le nozioni adeguate per avviare un’esplorazione autonoma di Freenet. Il mio fine non è pormi come filtro: devo, purtroppo, proteggere me stesso dalla sempre più lunga trafila di fattispecie compatibili con l’apologia di reato.

Questo è un dato di fatto. Semplice ed imperativo.

Per questo motivo, in un futuro (spero breve) avrete modo di leggere la traduzione della cronaca di una gita abusiva in motocicletta nientedimeno che a Chernobyl, con visita al complesso dei reattori ed esplorazione della “zona morta”, con soste e infiltrazioni nelle case lasciate frettolosamente nel 1986.

Ma non potrete vedere in questa sede i progetti (o scaricare il software di navigazione) per la costruzione di un missile con motore a reazione Cruiser-ridotto con componenti a medio-bassa tecnologia, guida GPS, precisione 20 metri, gittata 30 chilometri e capacità di carico (esplosivi o agenti chimico-biologici) di 15kg, da assemblarsi con l’aiuto di un elettrauto, un tornitore e un tecnico informatico con spesa complessiva in materiali di ventimila euro, componente offensiva esclusa.

A presto con i primi contenuti e con la guida passo-passo all’installazione di un nodo Freenet, sia su un sistema Windows che su uno Linux!

Collegamenti essenziali per capire la realtà Freenet:

Sito ufficiale di Freenet
P2P-Sicuro: cos’è Freenet?
Freenet su Wikipedia (ver. Italiana)
Freenet su Wikipedia (ver. Inglese, con più dettagli)

barca a vela al tramonto

Quarta e penultima puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Nota bene: visto che ho ricevuto un paio di e-mail sull’argomento: per perdita di un amico intendo il venir meno improvviso e irreversibile del rapporto di amicizia per tradimento/cattiveria/litigio, non per morte. In tal caso non può bastare un anno scarso per superare la perdita di un amico di lunga data, è impensabile. Ed in tal caso la postilla “e vivere felici” sarebbe decisamente fuori luogo.

Argomento di oggi: Considerazioni sul primo mese

Il primo mese, ovvero il mese della riorganizzazione e della ricerca di una nuova normalità, da intendersi come una protettiva routine fatta di lavoro, studio, attività sociali e culturali, intrattenimento e amicizie. Più o meno nella prima settimana avrete raccontato la vicenda della rottura della Gemma un paio centinaia di volte, tante da alienarvi dal fatto in sé e tramutarvi in lettori di un copione già scritto e rifinito con partecipazione emotiva via via più blanda. Ma, a un mesetto di distanza, almeno non si cade sul discorso con quella frequenza allucinante dei primi giorni. Finalmente.

Il che vuol dire: avete finalmente la libertà, nonché il dovere morale, di riorganizzare la vostra vita negli aspetti lacerati dalla rottura.

Prima di tutto: ad un mese circa di distanza non ci sarà molta più materia, di quella che fu l’amicizia, ancora in putrefazione. Non dovreste temere ulteriori travasi di elisir tossici, la guerra del Day After appartiene al passato, così come le controversie più sterili che di solito vi si accompagnano (relative a proprietà, civiltà, educazione). Il gruppo superstite, tranne il caso non si tratti di capre e muli, avrà avuto il tempo, nel bene e nel male, di formarsi una opinione e scegliere più o meno chi appoggiare, in che ambito e perché.

Contrariamente alla prima settimana, questo è il momento delle “immense compagnie”, dei viaggi, dell’intrattenimento, del relax convintamente cercato.

Dato che il mio crack è avvenuto durante una vacanza, ho voluto bissare la vacanza stessa per ripulire l’estate dai ricordi taglienti di quel che era avvenuto. Certo, ho scelto un altro posto di mio gradimento, sia per luoghi che per ritmi. Nel caso specifico, un soggiorno ad Ischia, con annesse cure termali. Ovviamente ho previsto ed ottenuto la presenza del Diamante, l’amico più stretto e anch’egli coinvolto indirettamente nella catastrofe, oltre che quella dei fratelli/compagni. Assolutamente rigenerante, un autentico lenitivo del corpo e della mente. A distanza di un mese, ho ripreso a ridere di gusto, ad addormentarmi senza pensieri angoscianti e a svegliarmi sereno.

Replicare, ripulendola dai connotati maligni, lo stesso tipo di esperienza durante la quale si è spezzata l’amicizia, secondo la mia opinione ed esperienza, è una terapia efficace e preziosa.

Vista l’efficacia della “terapia”, ne ho ordinato una seconda dose, andando (sempre in compagnia) al Romics 2007 (manifestazione culturale/commerciale con tema il mondo del fumetto), cosa che mi ero proposto più volte negli anni addietro. E che avevo sacrificato al bene più grande di quella vecchia amicizia: visto che l’ex-amico non aveva molto gusto di viaggiare per andare a vedere i “cartoni animati” ho sempre lasciato perdere, giusto perché non mi sembrava né bello né corretto andarmene per i fatti miei con qualcun’altro del gruppo spezzandolo, sia pure occasionalmente, a metà. Ben fatto, due giorni intensi e divertenti. Il mondo può essere migliore anche senza quella vecchia Amicizia, sulla terra arsa dal fuoco ricresce l’erba.

Anche le idee cominciano a riordinarsi. Le dinamiche del crack, i suoi prodromi, i giorni immediatamente ad esso successivi, possono essere ripensati e catalogati con una migliorata obiettività. Immediato il beneficio: nel mio caso, il crack stava rischiando di espandersi ad un’altra amicizia una quindicina di giorni più tardi, ma, indovinate un po’, è stato possibile evitare il secondo collasso col dialogo. Civile. Ricostruendo gli avvenimenti, interpretandoli criticamente, formulando equilibrati proponimenti. Di comune accordo.

Praticamente il tipo di confronto che, ad oggi, sono sicuro di non riuscire ad ottenere dall’Innominato, anche a dieci mesi dalla rottura. Non voglio che si presenti da me (o meglio, da noi: non sono stato io solo il “bersaglio” della forza dirompente) strisciante, madido di lacrime e vestito solo di un cilicio, ma almeno i due secondi necessari per pronunciare la frase “Credo di aver fatto una cazzata” mi (ci) sembrano dovuti. Due secondi per stendere un ponte. Un secondo a pilastro, trovatemi un ingegnere tanto brillante.

Quattro sono i Mali del Mondo: religione, orgoglio, onore, viltà. Fare un passo indietro non richiede uno sforzo fisico, di quelli che ti fanno dire “è al di là delle tue possibilità”. E’ solo questione di intelligenza e volontà, corroborate dal coraggio di cercare una verità.

Siano maledette le volontà accecate dall’orgoglio e le intelligenze azzoppate dalla viltà.

Tornando alla chiarificazione delle idee: ho potuto, col senno di poi, ripensare a certe stranezze nel comportamento dell’ex-amico e chiedere consiglio. Ho così preso coscienza, anche grazie ad alcune interpretazioni e riflessioni fornitemi appunto dal resto del gruppo degli Amici, che con tutta probabilità il fattaccio era in preparazione da Aprile.

Insomma, se la decisione di provocare una rottura in fondo era già stata presa nessuno di noi avrebbe potuto farci proprio niente. Agosto è stata una mera data, la località di vacanza un mero luogo. Al massimo oggi saremmo stati qui a parlare di coordinate spazio-tempo diverse, ma la mano era già armata e decisa all’affondo. Ite, missa est.

In forza anche di questo convincimento ho potuto affrontare da li a poco una prova importante per la mia futura vita lavorativa in piena serenità e, permettetemi il narcisismo, anche con un certo sentimento di superiorità.

Si, il giorno dell’esame di ammissione alla laurea specialistica è stato il primo giorno in cui mi sono guardato indietro e ho soffiato via con insperata semplicità le polveri che restavano di quel che fu. La ferita stava guarendo.

Nella prossima e ultima puntata: le amicizie crescono, i rifiuti avvizziscono. E finalmente si buttano.

Si chiude un libro, se ne apre un altro. Barra a dritta, Capitano, e pronti a scalare il Vento!

virgilio

Terza puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico.

Argomento di oggi: La prima settimana.

Il primo giorno è passato, la prima guerra è ancora in corso. E’ la guerra delle posizioni, dei compromessi, dei dialoghi e dei ragionamenti. Non bisogna pensare che il peggio sia passato, che l’amicizia creduta indissolubile sia acqua passata. La rete sociale in cui la vostra amicizia si è sviluppata non vi permetterà, per sua fisiologia, di mettere subito una pietra tombale sull’avvenuto. E sul vostro ormai ex-amico.

La prima settimana è quella delle scosse di assestamento: il terremoto si estenderà alla famiglia, tanto più interessata quanto più vecchia e cementata sarà stata l’amicizia esplosa, agli altri amici, ai conoscenti. Vi toccherà spiegare più e più volte perché è successo, come è successo, come è stato il primo giorno.

Naufragherete nei ricordi: non c’è assolutamente niente da fare per evitarlo. E’ inutile chiudersi a riccio: più tenterete di isolarvi, più il resto del mondo vorrà sapere. E allora via, croce in spalla e passo svelto verso il Golgota, la piana dei crocefissi. Anche nella prima settimana il messaggio per cui dovrete lottare è sempre lo stesso: con noi si può parlare, civilmente.

E per farlo passare dovrete parlare, tanto. Dovrete raccontare più volte, con minuzia di particolari, eventi dolorosissimi e recentissimi. La passione sarà tanto più lunga quanto più bella fu la Gemma. Non ho particolari consigli da dare: rassegnatevi a questo.

Nessuna valvola di sfogo sarà migliore del Diamante, la Gemma più preziosa, il vostro amico più stretto. Colui che definireste fratello di sangue. Se non è stato proprio il Diamante a frantumarsi, non abbiate timore di aggrapparvi a peso morto. Se è stato proprio il Diamante a tradire, chiedete onestamente appoggio al più alto fra i “superstiti”. Prima ancora di valutare la situazione, comprendervi o criticarvi, farà la cosa più importante: ascoltarvi. Una terapia che nella prima settimana, semplicemente, non ha prezzo.

Almeno per la prima settimana è anche assolutamente inutile cercare distrazioni in altre attività. Anzi, rischiate di associare un periodo nero della vostra vita a cose che magari prima vi davano soddisfazione e divertimento. Niente musica, niente ricreativi: ho fatto io quest’errore e ad oggi non posso sentire più alcune canzoni senza respirare di nuovo l’aria salmastra dell’estate 2007.

Rivendicate la vostra posizione su questo mondo: fate qualcosa che prima, per un motivo o per un altro proprio a causa dell’ex-amico (ognuno ha i suoi difetti) non riuscivate a fare. Io ho partecipato ad un paio di manifestazioni culturali di cui oggi, nonostante il pessimo contesto psicologico del tempo, ho un ricordo ottimo e gratificante.

Altro consiglio, rubando una parola alla terminologia sanitaria: se vi siete comportati da persone civili ed educate (civiltà prima di tutto, non avrò mai la nausea di ripeterlo) durante la fase iper-acuta della rottura con gli altri amici e conoscenti, avrete a vostra disposizione persone bendisposte ad aiutarvi, ognuno a modo suo. Non cercate di simulare la normalità organizzando uscite in gruppo o cose simili: l’argomento, implicito o esplicito, del vostro tempo in compagnia sarebbe sempre lo stesso. Non serve nascondere le proprie curiosità: telefonare apertamente alle persone della vostra Rete e chiedere opinioni, sviluppi, commenti “dall’altro lato della riva”, fornire aggiornamenti sul vostro stato d’animo, sulle reazioni familiari e di altri conoscenti comuni. Credetemi, nessuno fra gli amici se ne disinteresserà. Cercate solo di non essere oppressivi: una telefonata di un quarto d’ora è sufficiente, ammesso che non vi si inciti a continuare la conversazione. Riservare i lunghi sfoghi solo per momenti selezionatissimi e/o particolarmente cupi. E sempre, ripeto, sempre civiltà: non abbandonarsi all’insulto gratuito dell’ex-amico. Nei primissimi giorni (vedi puntata precedente) non è affatto detto che tutti coloro con cui parlate debbano schierarsi con voi: potreste infastidire chi ha ancora le idee confuse sull’accaduto o non sa ancora, consciamente o inconsciamente, come gestire la nuova configurazione del gruppo. Certo, se avrete gestito efficacemente la Guerra del Day After, godrete di prospettive migliori nel medio e lungo termine. La buona educazione paga.

Dopo tre o quattro giorni, il tempo di calmare i bollori adrenalinici, cominceranno a percolare i prodotti della putrefazione della Gemma, che sarà accelerata nella metà messa in difficoltà nella Prima Grande Guerra.

Uno dei primissimi prodotti sarà la cancellazione delle prove tangibili dell’esistenza della Gemma. Le foto, i video, gli scritti che avrete prodotto insieme e insieme pubblicati sul web, per magia spariranno. E’ la forma di ritorsione più semplice e immediata. Nel mio caso si è verificata meno di 48 ore dopo il fattaccio. Sono andato su YouTube per cercare, temendo quello che poi è avvenuto, di recuperare alcuni video amatoriali fatti “ai tempi buoni”: troppo tardi. Video rimosso dall’utente. Per mia fortuna, ho ritrovato quei video in formato WMV in una cartella sperduta e sconsolata dell’hard disk esterno. Ricordi che non sono andati perduti, un tema che tratterò in una delle prossime puntate. Si tratta di mezzucci infantili, che voi dovrete assolutamente contenervi dall’adottare. Ogni litigio irreparabile fra amici di vecchissima data è un ritorno all’infanzia, fatta di dispetti senza finalità e malizie senza cause. Sarà grande segno di maturità da parte vostra astenervi da questi infantilismi, facendo diplomaticamente notare la cosa agli altri membri del vostro Sacchetto di Gemme. Apprezzeranno.

Noterete che non ho citato come primo prodotto della putrefazione le accuse, le malvagità, i pettegolezzi pilotati e altre meschinità. Preferisco contarle e trattarle come parte integrante della rottura, più che come sua conseguenza. Anche io sono, mea maxima culpa, caduto nelle prime ore in una di queste mancanze, scoperchiando un vaso di Pandora che, col senno di poi e nonostante tutto, avrei voluto tener chiuso. Ne ho fatto ammenda più volte, in questi mesi. E me ne rammarico ancora, cosa incredibile a dirsi vista la cattiveria che mi è stata usata, perché per un momento (e un momento solo) sono stato un pari dell’Innominato. Nessuno è perfetto. Ovviamente non ho la pretesa di esserlo.

Il secondo prodotto della putrefazione, nel mio caso manifestatosi dopo quattro giorni, è la rivendicazione delle proprietà, concesse o effettive. Tradotto: la richiesta di restituzione di regali, oggetti dati in prestito o lasciati in custodia e così via. Vale quanto detto per la distruzione dei ricordi. Astenetevi. Siatene superiori. E’ solo un altro strascico infantile. Allo stesso modo siate meticolosi se vi viene fatta una richiesta in tal senso, che nel mio caso non arrivò neanche per bocca diretta dell’Innominato, ma per posta giro da un amico comune. Prendete un succulento scatolone e metteteci dentro fino all’ultima vite che sia passata di mano all’ormai ex-amico, che vi sia stata regalata anche nel lontano passato, prestata o quant’altro. Sarà un ottimo modo per comunicare non verbalmente che per voi l’amicizia che fu è morta, sepolta e mummificata. Se non per oggetti di valore o non fate domanda riconvenzionale di restituzione dei beni. Un bigliettino con scritta a mano la vostra volontà di non voler avere assolutamente niente più a che vedere con lui e i suoi piagnistei sarà sufficiente. Un “Tieniti tutto!” suonerà al lettore napoletano come più o meno la frase “T’aggio schifate!”. Tombale.

Nel mio caso chiesi di poter riavere, disinteressandomi del resto, almeno un libro che avevo tanto penato a trovare. Per la serie “Signori si nasce” l’Innominato non me l’ha più fatto avere, nonostante la puntale restituzione di un grosso scatolone di sue cose. Il libro in questione era “Musashi” di Eiji Yoshikawa. Poco male: sono riuscito qualche mese dopo a procurarmene un’altra copia grazie ad una campagna remainder di Libreria Universitaria. Costo? Dieci euro circa. Il libro lo rivolevo più per la fatica fatta a trovarlo, che per il suo valore economico, trascurabile. Ma, purtroppo per l’Innominato, la “buona creanza” non si compra al supermercato.

A seconda del vostro caso specifico, in questi primi sette giorni vi toccheranno da bere molti calici di percolato tossico. Io ho mandato giù i miei, posso solo consigliarvi di trangugiare i vostri alla svelta e a testa alta. Non calatevi le braghe di fronte a niente: se si è rotta una vecchia e solida amicizia è per un motivo di solito grave, quindi non vi conviene tentare la strada del compromesso. Chi comprerebbe un diamante scheggiato? Come ridereste nuovamente di gusto insieme, come condividereste segreti, timori, gioie ed esperienze con lo spettro della coltellata ricevuta che vi sibila all’orecchio “Quando la prossima?”.

Non ti badar di loro, ma guarda e passa.

Questo è il quadro della prima settimana. Non posso promettervi che possiate vedere già la luce in fondo al tunnel così presto, ma nella prossima puntata, dedicata al primo mese, vi racconterò di come ho rivisto il chiarore fra il fango. La ferita, ancora aperta, comincerà il cammino di guarigione dall’infezione, presupposto indispensabile per la sua cicatrizzazione.

(continua)

rete da pesca

Vado avanti con la seconda puntata della guida pratica di sopravvivenza alla perdita di un amico. Risalendo a pochi articoli fa potrete trovare il primo capitolo.

La Rete del Buon Pescato

Siamo al Day After, è avvenuto quello che è avvenuto. Personalmente l’ultimo ricordo che mi è rimasto della persona che fu un tempo una delle sette gemme è lui che, pochi minuti dopo aver preso a bastonate un rapporto di solidarietà, complicità e libertà lungo dodici anni, scende le scale dell’albergo per andarsene in discoteca. Lasciando agonizzare la gemma che puntualmente, nella notte, è spirata.

Prima di parlare della Week After, è meglio che vi spieghi l’importanza della (altro concetto che mi piace chiamare in tal modo) Rete del Buon Pescato. Ogni persona non fa solo parte di una serie più o meno definita di legami, cristalli o vetri amorfi. Tutti i Cristalli sono contenuti in un sacchetto, fatto di dinamiche di gruppo, gerarchie più o meno esplicitate in contesti più o meno definiti, interazioni sociali, conoscenze familiari, gruppi di compagnia incrociati ed ogni possibile evento “collaterale” all’esistenza del Cristallo preso in sé.

Visto che in parte possiamo controllare lo svilupparsi di questa rete, cercando ovviamente di trarne e conservarne il meglio delle infinite possibili “pescate” fra la cerchia di tutti i nostri conoscenti, mi pare adeguato il nomignolo che le ho dato. Ma la Rete è e resta un contenitore, non è viva in sé. E può cedere, in vari punti, molto più facilmente dei suoi contenuti. Il modo migliore per farla cedere è spezzare uno dei Cristalli da essa raccolti. La rete tenderà autonomamente a riconfigurarsi, creando zone grigie e alterando i contatti fra i soggetti contenuti.

All’atto pratico: nascono divisioni, sottogruppi, prese di posizione, aut-aut, omertà e altre meschinità simili.

Ancora prima di aspettare il Day After bisogna pilotare la riconfigurazione della Rete, per evitare che vi tagli fuori o sminuisca i contatti con le altre Gemme a voi vicine. Quando un amico se ne va dalla rete, ne viene cacciato o ne provoca la rottura, è probabile che si realizzi il primo corollario della Teoria dei Cristalli, ovvero “Quanto più era solida l’amicizia, più velenosi saranno i prodotti della sua putrefazione”. Il primissimo rifiuto tossico che produce una gemma spezzata è la competizione della terra bruciata, ovvero la gara vicendevole fra i due (o più) frammenti volta ad isolare ed escludere gli altri vetri rotti dalla Rete.

Il fenomeno non riguarda, di solito, i presenti al momento della rottura: i testimoni diretti hanno esperienza e capacità mentale propria per decidere, nel bene e nel male, da che parte stare e cosa approvare/criticare nei due contendenti. Ma gli assenti? Nel mio caso personale, conoscendo i difetti e il lignaggio del soggetto (nessuno è perfetto, nemmeno fra gli amici strettissimi), intuii che avrebbe cercato di tirar via nel torrente anche altre Gemme, cosa che poi ha effettivamente tentato. Mi misi quindi in contatto immediatamente, poche decine di minuti dopo il grave litigio, con chi non volevo fosse influenzato da racconti distorti e tendenziosi, raccontando pacatamente l’accaduto dal mio punto di vista e raccomandandomi di mettersi in contatto con i presenti alla ricerca di conferme di quanto gli avevo detto, ben cosciente che la verità poteva essere messa in discussione, anche tenendo conto della gravità degli eventi. Questo valse a “vaccinazione” dai maldestri tentativi di fare intorno a me terra bruciata, anzi, contribuì a evidenziare la malafede dell’ex-amico, mettendolo con le spalle al muro e provocando, nella sua Rete, la caduta e/o la compromissione di altre relazioni, con perdita di credibilità irreversibile.
In sintesi: evitare sin da subito che vi sia fatta terra bruciata intorno.

La discussione civile, pacata e argomentata è l’arma e risorsa migliore per gestire anche con gli altri le prime e roventi fasi della rottura. Ciao, è successo questo, credo a causa di questo, con queste conseguenze, io ne penso questo, vorrei una tua opinione, ti prego di chiedere ulteriori informazioni ai presenti al fattaccio, resto libero a critiche e a qualunque cosa voglia dirmi, anche prendendo appuntamento per parlarne in gruppo in pizzeria, al pub o dove vuoi. Non bisogna genuflettersi, ma far passare il messaggio che con noi si può parlare. Civilmente.

Quella del Day After è, purtroppo, una fine guerra diplomatica volta al contenimento dei danni. Bisogna impiegare tutta la dialettica di cui si dispone, nel modo migliore possibile che si riesce a produrre, senza dimenticare, anche se in preda all’ira e al rancore, civiltà, onestà, chiarezza, spirito di confronto. Non è affatto detto che possiate tentare di chiarirvi con l’ormai ex-amico. Ci ho provato: ho avuto urla, bestemmie, improperi, offese e un telefono attaccato in faccia, tutto in risposta ad un “Senti, credi abbia fatto qualcosa di male?”. L’ex-amico, messo alle strette e conscio del suo torto, ha risposto con la voce dell’orgoglio e dell’ego che non ammette l’esistenza di propri errori, qualificando i suoi (credevo celati) attributi di arroganza e sciatta cafoneria. Chi urla, sbraita e offende è perduto. Oggi, avendo assistito al riorganizzarsi della mia Rete del Buon Pescato e a come si sono conservati tutti i rapporti per me importanti (qualcuno si è addirittura ulteriormente solidificato), posso dire di aver vinto la guerra del Day After.

Nel caso disgraziato che vi accada qualcosa di simile, cercate di vincere la vostra.

(nella prossima puntata: La prima settimana)

vetri rotti

Ineluttabilità degli eventi e Teoria dei Cristalli.

Prima o poi succede. Mi sembra ovvio. Non si può pretendere che tutte le amicizie durino in eterno, dall’infanzia alla vecchiaia, passando per i turbini dell’adolescenza e le evoluzioni della maturità. Vi guardate intorno e ne discutete davanti a pizza e birra concludendo che, no, a voi non accadrà mai. Mai? Non abbiamo come umani abbastanza potere predittivo per indovinare quel che succederà dal mattino alla sera e abbiamo comunque la sfrontatezza di tessere interi apparati previsionali sull’eternità (nella limitata durata delle nostre vite).

Gli amici si conoscono, si vivono e si perdono. Gli amici “per la vita” si potranno contare, quando saremo tutti sul letto di morte, sulle punta delle dita di una mano. Si tratta di quegli amici per cui vi buttereste fra le fiamme prima di chiedere perché, sia chiaro. Conoscenti, simpatizzanti e compagni non sono ammessi alla nobile conta. Io al momento me ne fregio di sei e sottolineo sei, compresi i miei due fratelli con cui sono cresciuto prima da amico (con tutte le dinamiche proprie del rapporto di amicizia), poi da consanguineo.

Come, solo sei? Rileggete la definizione di amico “per la vita”, grazie. Se includessi tutte le persone con cui sono comunque in buoni o ottimi rapporti reciproci avrei bisogno di un regolo calcolatore.

Ad ogni modo, l’anno scorso erano sette.

Questo scritto in libertà tratterà appunto di questo: come perdere un amico (vero) e vivere felici. Non intendo dire, ovviamente, che letto questo scritto dobbiate impegnarvi a perdere un amico: mi propongo di presentare, sulla base della mia esperienza personale, una vademecum di sopravvivenza a tradimenti e coltellate alle spalle, con perdita irreversibile di un rapporto (stimato) eterno e relativa suppurazione di veleni. L’intero percorso dura mesi, come testimonia questo stesso scritto, elaborato con serenità soltanto oggi pur essendo in riferimento a fatti dell’estate dello scorso anno.

Prima di tutto è necessario esporre quella che mi piace chiamare Teoria dei Cristalli. Le amicizie credo siano equiparabili a cristalli, che possono organizzarsi con un loro reticolato geometrico di legami o restare, come il vetro, amorfi, senza legami immutabili. Quanto più tempo passa e quante più esperienze si condividono, tanti più legami definiti nel tempo e nello spazio si formano, dando al tutto una forma armonica, precisa, stabile. Il rapporto diventa una gemma, una pietra dura, inscalfibile, luminosa, bella.

Il vetro è la metafora dei rapporti di compagnia, conoscenza, simpatia. Tutte cose lodevoli, ma prive dei contenuti d’eccellenza dell’amicizia consolidata. La rottura di questi rapporti segue, secondo me, la stessa dinamica della fusione del vetro e della frantumazione delle gemme.

Uno stimolo contrario medio-blando, come il riscaldamento, porta alla lenta dissoluzione del vetro, che cambia densità, diventando un liquido pastoso e filante. Se mettete fra due anche ottimi compagni uno stimolo approssimabile al calore (lontananza, divergenza di interessi, percorsi di vita) il loro rapporto si diluirà fino alla dissoluzione senza lasciare tracce visibili. Allo stesso modo, riproponendo in senso inverso lo stesso stimolo (riconvergenza), le due masse vetrose si rimescoleranno una dentro l’altra, conservando la loro mutabilità. Sottoponete questa massa amorfa ai due fattori geologici adatti, tempo e pressione, metafora di esperienze condivise e profondità delle stesse, ed anche il vetro diventerà Cristallo.

La Gemma resterà insensibile alla sollecitazione di questi per lei trascurabili stimoli. Per rompere una Gemma serve uno stimolo secco, traumatico, eccessivo rispetto alla misura della sua resistenza, indirizzato lungo le sue naturali sfaldature. L’effetto è immediato: la Gemma si frantuma in modo fragoroso ed eclatante, talvolta in modo teatrale e spettacolare. Nulla delle sue rimanenze ricorderà l’originaria bellezza ed armonia dell’insieme: ogni frammento sarà appuntito, asimmetrico, affilato, ruvido, opaco, ferito, brutto. Da un’approssimazione della perfezione se ne ottiene quella, molto più fedele, della spazzatura. Nessun restauro potrà mai più (e questo mai è certo ed ineluttabile) restituire al mondo la Gemma che fu, bisognerà venire a patti con questa verità.

Questo è quel che è successo a me. Una delle sette gemme ha ricevuto un colpo netto e violento (anzi, più colpi netti e violenti in un brevissimo lasso di tempo) esattamente lungo la sua unica sfaldatura con un martello fatto di malizia e cinismo, diventando poco meno che brillantina per capelli da “Tutto Mille Lire”.

Otto mesi dopo ho finito di fare le pulizie. Vi racconto come, nella prossima puntata.

politica

1) Se sei al governo, la colpa di ogni Male, dalla sifilide al terrorismo, è dell’opposizione.

2) Se sei all’opposizione, la colpa di ogni Male, dalla sifilide al terrorismo, è del governo. Con l’aggravante del “lo sapevamo”.

3) Non avrai altro Dio che il tuo capo di partito. Il capo di partito non muore. Mai. Se muore risorge.

4) Il precedente governo ha lasciato il paese sull’orlo della rovina. Sempre.

5) L’unica cosa pubblica di cui curarsi è quella che puoi rendere privata. Ovvero tua.

6) I giudici sono il tuo nemico. Abbandona il tritolo: le uniche leggi approvate trasversalmente sono quelle ad personam. Do ut des ne è il motto.

7) Se sei comunista, parla di te stesso come un capitalista. Se sei capitalista parla di te stesso come un comunista. L’elettore approverà.

8) I catto-comunisti e gli ateo-capitalisti sono il frutto dell’ingegneria genetica. In natura non esistono. E tu lo sai. Loro no.

9) Gli amici vanno e vengono. Il soldo viene e non se ne va. Una bustarella risparmiata è una bustarella guadagnata.

10) La televisione è il tuo volto, il tuo corpo, la tua anima, l’unica e eterna Verità. “Porta a porta” ne è la Cattedrale.

11) Chinare la schiena in realtà è un esercizio che aumenta di vent’anni l’aspettativa di vita.

12) Fai ai tuoi inferiori quello che i tuoi superiori hanno fatto a te. Aggiungi sadismo quanto basta.

13) Il popolo è un gregge pasciuto e belante. Sii insieme pastore e lupo. Il conflitto di interessi è solo un trip allucinogeno teorizzato da giudici sinistroidi.

14) Mille poveri fanno un ricco, un ricco non ne fa un altro. Quando firmi una legge ricarda: “Longa manu, sed manu”. Sappi che in tasca al proletario si pesca meglio che nei fiordi di Norvegia.

15) Mille precari fanno un imprenditore, mille imprenditori fanno un governo. La prossima legge sul precariato intestala direttamente a Garibaldi.

16) Una legge porcata ha un fascino ammaliante quando dichiarata tale nei salotti televisivi. Non solo, rischia di resistere nel tempo.

17) Conta più un direttore di redazione a favore che cento santi in Paradiso. Se non ce l’hai, portatelo da casa.

18) L’Italia è uno stato vassallo degli Stati Uniti. Se non vuoi tornare a dormire col cane, lascia che resti tale.

19) Se vuoi diventare amico di un importante politico italiano, diventa amico del suo geriatra.

20) Lascia che il popolo viva l’illusione che la servitù della gleba sia stata abolita mentre riscuoti le decime.

21) Si diventa adulti a 70 anni. Siamo in un universo dove la gente ringiovanisce invecchiando. Paradosso? Risate ad libitum.

22) Pubblica o muori. Il peso di un politico si basa sul numero di leggi promulgate. I testi possono essere presi anche da “Topolino”.

23) “Il fisco è Cosa Nostra. Noi ce la vediamo, noi ce la sbrogliamo. Voi ce la pagate.” Recitare a colazione, pranzo e cena.

24) Se un comico vuole rubarti il lavoro, cerca almeno di rubargli il suo.

25) Un Ape corazzato basta per invadere Piazza San Marco. Fra i portaborse scegliti almeno un carrozziere.

26) Non è vero che il pane costa 200 euro al chilo. L’ISTAT dà l’inflazione in calo. E’ solo inflazione percepita.

27) Non si manda il governo in crisi prima che sia maturata la pensione da parlamentare. Grazie, ma tengo famiglia.

28) E’ l’intercettazione l’infamia. Non il reato intercettato. La solidarietà per i colleghi si compra al supermercato e costa poco.

29) Il peculato è un’odiosa invenzione a quattro mani dei rivoluzionari di sinistra e dei reazionari di destra. Al centro il peculato non si inventa, è costituzionale.

30) Alfine ricorda: moriremo tutti democristiani. Tieni pronto gagliardetto e passaporto che non si sa mai.

pistorius“Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi”
(Simone Cristicchi, “Ti regalerò una rosa”)

Tutto quello che sto per scrivere è, ovviamente, un’opinione personale dettata dalla mia personale esperienza di vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità corre troppo. Corre dietro ad un idea politically correct di quello che siamo. Cambiano i concetti, cambiano i punti di vista, cambiano troppe cose: handicap, disabilità, diversa abilità, funzione e partecipazione. E’ un percorso lungo: dall’ICIDH (“International classification of impairments, disabilities and handicaps”) all’ICF (“International classification of functioning, disability and health”) è cambiato il modo di indicare, segnalare, sottolineare la nostra presenza. Al di là di tutti i lodevoli intenti che stanno alla base di quest’evoluzione, c’è da notare che una cosa non cambia: il disabile resta disabile, nella sua quotidianità.

Non siamo esseri mutaforma, non possiamo trasformarci da “handicappati”, a “disabili”, a “diversamente abili”. E tanto meno possiamo stare in tipografia aspettando che esca l’ultima etichetta con cui definirci. E’ inutile esplorare dizionari, creare neologismi per tentare di non dare una connotazione negativa a quello che siamo alla ricerca del politicamente corretto. Al contrario, credo ci siano poche cose per noi così irritanti, l’ipocrisia degli scartabellatori ce la sentiamo letteralmente addosso. Non c’è un modo diverso da nero per chiamare l’opposto di bianco e non c’è un modo diverso da grigio per chiamare l’ibrido fra i due.

Ho citato due versi della canzone di Cristicchi perché credo che colgano in maniera perfetta la questione: nell’orchestra dei normodotati noi siamo i tasti dissonanti. E come tutti su questo mondo, cerchiamo di fare una sola cosa: suonare la nostra musica nel miglior modo possibile.

E per farlo ci servono i mezzi adeguati: una migliore tutela legislativa, accesso parificato alla formazione, una introduzione al lavoro adeguata, strumenti di protezione sociale, trasporti pubblici efficienti, servizi per la comunità che vadano oltre un pezzo di carta, una concezione sostenibile e fruibile dell’agglomerato urbano, una sanità sociale che non sia all’implosione, incentivi alla ricerca in riabilitazione, sostegno alle famiglie.

Possiamo riempirci la bocca per l’eternità su chi o cosa sia un disabile, su quanto esso sia prestazionalmente inferiore ad un normodotato o meno. Il nostro amico Oscar Pistorius ha dimostrato di dare la polvere al 100% dei normodotati non agonistici nella corsa, pur non avendo le gambe dalle ginocchia in giù. Chi è il disabile? Lui o il “normale” che affoga nel catrame di due pacchetti di sigarette al giorno e che non potrebbe mai fare 400 metri di corsa a livello agonistico? Sfido molti dei miei colleghi a generare una chiave articolare di spostamento spalla-spalla potente come la mia (metto a sedere di forza e in modo efficace omoni anche di 130-140 chili senza grosse difficoltà), eppure ho il mio impairment motorio ad un arto inferiore, e me lo tengo. Molti dei miei lettori forse non potranno dire in buona fede di poter sollevare gente di quel peso, io non posso dire di poter fare la fila in piedi per ore davanti ad un Ufficio Postale senza sentirmi accoltellato alle gambe. Siamo diversi, io faccio questo, tu fai quello, loro fanno quell’altro ancora.

Sono un fisioterapista e sono disabile. Fra l’altro non sono un ipovedente o un non vedente, come la maggior parte dei fisioterapisti disabili. Sono un disabile motorio. E il mio lavoro lo faccio benissimo, con soddisfazione mia e dei miei pazienti. So che tipo di accordo vogliono suonare, so quale possono suonare: è che voglio suonare anche io. E si lavora, insieme.

Ognuno su questo sasso spaziale ha il solo desiderio ultimo di suonare la sua musica. Di fare quello che gli piace, al meglio che si possa fare. Noi non abbiamo bisogno di un’ etichettatura fresca di giornata, abbiamo bisogno di strumenti per suonare. Di quelli sentiamo la mancanza. Il mondo è tarato per suonare la vostra musica, noi dobbiamo tararci al mondo per suonare la nostra. Dateci il modo di fare un bagno nel mondo, e suoneremo nel modo che non vi sareste mai aspettati quegli accordi che non sapevate nemmeno esistere.

Noi siamo i tasti dissonanti, e la nostra musica non la può suonare nessun altro.